Con la nota operazione militare degli Stati Uniti, ordinata e presentata come un’operazione di “pulizia” da Trump, che ha rapito Nicolas Maduro, presidente del Venezuela legittimamente rieletto per la terza volta il 28 luglio 2024, il diritto internazionale, così come lo abbiamo conosciuto, seppur formalmente ancora in vigore, di fatto è sospeso.
Infatti, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nella riunione del 3 gennaio, non ha condannato gli Stati Uniti né ha deliberato una posizione comune sul rapimento di Maduro. Ciò nonostante, il Segretario generale Antonio Guterres ha dichiarato di essere «profondamente preoccupato del fatto che le norme del diritto internazionale non siano state rispettate nell’azione militare del 3 gennaio» [1].
Tutto questo influisce sul fatto che le tre fonti principali del diritto internazionale, ovvero i Trattati (o Convenzioni), la Consuetudine internazionale e i Principi generali del diritto internazionale, a cui si aggiungono come mezzi sussidiari le interpretazioni della giurisprudenza e la relativa dottrina – che pur non essendo fonte formale del diritto ne influenza profondamente l’applicazione – sarebbero di fatto sospese.
La mancata condanna da parte dell’ONU del rapimento di Maduro pone, di conseguenza, l’Articolo 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia in una condizione di sospensione, in quanto dispone che:
La Corte, la cui funzione è di decidere in base al diritto internazionale le controversie che le sono sottoposte, applica:
a. le convenzioni internazionali, sia generali che particolari, che stabiliscono norme espressamente riconosciute dagli Stati in lite;
b. la consuetudine internazionale, come prova di una pratica generale accettata come diritto;
c. i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili;
d. con riserva delle disposizioni dell'articolo 59, le decisioni giudiziarie e la dottrina degli autori più qualificati delle varie nazioni come mezzi sussidiari per la determinazione delle norme giuridiche.
Lo Statuto dell’ONU, nel Capitolo I dei “Fini e principi”, dispone al comma 1 di: «Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai princìpi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare a una violazione della pace».
Al comma 4 dell’Articolo 2 dispone che: «I Membri devono astenersi, nelle loro relazioni internazionali, dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite».
La sospensione del diritto internazionale potrebbe consentire agli Stati Uniti di violare ancora lo Statuto dell’ONU e di realizzare altre operazioni militari similari a quella del 3 gennaio contro il Venezuela, che potrebbero coinvolgere anche altri Stati. Questo potrebbe avvenire anche perché, come è noto, i trattati internazionali sono considerati convenzioni e sono, di fatto, accordi giuridicamente vincolanti basati su una manifestazione di volontà scritta tra due o più Stati. Tuttavia, essendo palesemente sospesi perché non rispettati, potrebbero non valere più.
Il 3 gennaio, nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il rappresentante degli Stati Uniti, Mike Waltz, ha dichiarato [2] che «non c’è alcuna guerra contro il Venezuela o il suo popolo» e che l’esercito statunitense ha condotto un’operazione chirurgica di polizia per arrestare due latitanti incriminati, i “narco-terroristi” Nicolás Maduro Moros e Celia Flores. L’azione è stata quindi inquadrata come una normale operazione di polizia, paragonandola all’arresto dell’ex leader di Panama Manuel Noriega nel 1989, affermando inoltre che il Venezuela sarebbe diventato più stabile grazie a questa operazione militare.
Gli Stati Uniti hanno quindi rigettato l’accusa di aver condotto un’operazione militare, rifacendosi a una lunga tradizione di politica estera: anche in passato hanno tentato di giustificare attacchi di questo tipo. È una tradizione statunitense da sempre molto contestata, ma di fatto poi accettata.
Gli Stati Uniti d’America sono una democrazia, ma hanno ampiamente dimostrato che i poteri del presidente Trump sono assoluti e privi di reali controlli, cioè che la democrazia americana non ha anticorpi.
Trump non decide da solo, poiché è al servizio di finanzieri e industriali miliardari, anche se ci mette sempre del suo; le sue scelte, tuttavia, riflettono quelle di gran parte della classe dirigente statunitense.
Nella fase in corso, gli Stati Uniti sono in crisi. Come è noto, i media riportano che il debito pubblico federale sfiora i 38.000 miliardi di dollari e che gli interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari all’anno. Il dollaro è debole e l’inflazione non consente di ridurre i tassi; ciò nonostante, Trump parla continuamente di reindustrializzazione. È evidente che tale reindustrializzazione difficilmente potrà essere realizzata in tempi brevi, poiché mancano le risorse per nuovi investimenti.
Si tenga conto che il disavanzo commerciale, che non diminuisce nemmeno con i dazi, rappresenta un problema strutturale. Si comprende quindi perché alcuni analisti sottolineino che l’unico strumento pienamente disponibile per Trump sia la forza militare. Questo spiega, almeno in parte, la ragione dell’operazione militare che ha portato al rapimento di Maduro e che consentirà agli Stati Uniti di cogestire la vendita del petrolio greggio venezuelano.
Come hanno diffuso i telegiornali, Maduro è apparso in manette ai polsi e ai piedi. Lunedì 5 gennaio è comparso in tribunale a New York per essere formalmente incriminato per narcotraffico e terrorismo, insieme alla moglie Cilia Flores. Nel frattempo, Delcy Rodríguez è stata designata presidente ad interim del Venezuela, lanciando segnali di apertura agli Stati Uniti: «Consideriamo una priorità lo sviluppo di rapporti equilibrati e rispettosi con gli Stati Uniti» [3], pur rifiutando le ingerenze di Washington.
La Casa Bianca aveva già fatto sapere di non riconoscere la legittimità di Rodríguez, poiché aveva chiesto l’immediata liberazione di Maduro. Tuttavia, Donald Trump ha successivamente dichiarato ai giornalisti che la leader ad interim «sta collaborando», pur non avendo ricevuto nulla in cambio. Trump ha anche ribadito che «siamo noi al comando» a Caracas. È evidente che l’obiettivo di Trump è disporre o cogestire il petrolio venezuelano.
Il rapimento di Maduro è stato un’operazione militare. Sappiamo che è iniziata quando Trump, intorno alle 4:46 del mattino (ora italiana) del 3 gennaio, ha impartito l’ordine alle forze coinvolte: «Good luck and Godspeed».
Il capo di Stato maggiore congiunto, generale Dan Caine, ha spiegato che sono stati dispiegati oltre 150 velivoli, tra bombardieri, caccia, aerei di intelligence, sorveglianza e ricognizione, elicotteri e droni. Avvicinandosi alla costa venezuelana, gli Stati Uniti hanno attivato diversi effetti, inclusi quelli forniti da Space Command e Cyber Command, per creare un corridoio sicuro. La forza è stata protetta da assetti di Marines, Marina, Aeronautica e Guardia nazionale aerea.
Man mano che il dispositivo avanzava, la componente aerea congiunta ha smantellato e disabilitato i sistemi di difesa aerea venezuelani per garantire il passaggio sicuro degli elicotteri. Alle 2:01 del mattino a Caracas è stato raggiunto il complesso di Maduro. Durante l’azione, gli elicotteri sono stati colpiti dal fuoco e hanno risposto in autodifesa con forza schiacciante, come dichiarato da Caine. Un velivolo è stato danneggiato ma è rimasto operativo e tutti gli aeromobili sono rientrati [4].
I racconti dei media, pur offrendo una narrazione obiettivamente attendibile dell’operazione militare, non spiegano tutto, in particolare il mancato funzionamento della difesa venezuelana. Al di là delle osservazioni tecnico-militari, sembra che la contraerea non fosse attiva. Le fonti su questo punto non sono al momento disponibili, ma il ragionamento politico è inevitabile. Se così fosse, significherebbe che le forze armate venezuelane non sono completamente affidabili.
Questo spiega in parte le posizioni della presidente ad interim Delcy Rodríguez, che ha liberato diversi detenuti, compresi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò, anche se restano in carcere centinaia di prigionieri politici. Il futuro del Venezuela appare altamente incerto, anche perché non è stato reso noto il bilancio definitivo di morti e feriti causati dall’operazione che ha portato al rapimento di Maduro, il quale tornerà in tribunale il 17 marzo [6].
Della sua liberazione, richiesta anche con grandi manifestazioni a Caracas, non si parla. È chiaro che Maduro e sua moglie sono ostaggi nelle mani degli Stati Uniti, non di Trump, poiché sarà il tribunale di New York a decidere. Ma questo tribunale agirà in modo realmente autonomo da Trump?
Si tratta di un interrogativo cruciale perché, come ritiene chi scrive, se Maduro e sua moglie non verranno liberati, le manifestazioni a Caracas continueranno e potrebbero impedire un accordo formale con Trump sulla compravendita del petrolio.
Al momento, si può prevedere che un accordo Venezuela-USA sia possibile, anche se le condizioni politiche restano difficili, sia per la sorte di Maduro e della moglie, sia per le continue giravolte di Trump. Gli Stati Uniti potrebbero controllare il Venezuela per anni e sfruttarne le riserve petrolifere. Questo scenario agita il Congresso, dove i democratici, compatti, e alcuni repubblicani sono sempre più preoccupati per un Trump che agisce senza controllo.
Il Senato ha approvato una risoluzione per impedire al commander-in-chief di intraprendere ulteriori azioni militari contro il Venezuela senza autorizzazione, grazie al voto favorevole di cinque repubblicani [5]. Il provvedimento passa ora alla Camera, dove l’iter appare più complesso. Anche se dovesse passare, la Casa Bianca ha già annunciato il veto di Trump, aprendo uno scontro che potrebbe avere pesanti ripercussioni sulle elezioni di metà mandato.
È evidente che gli Stati Uniti sono una democrazia senza anticorpi, e non resta che sperare che riescano a ritrovare un equilibrio possibile.
Note:
[4] https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/03/venezuela-esplosioni-oggi
