Un programma minimo di classe per smascherare destra sociale e opposizione di centrosinistra

Solo ricostruendo dal basso, sfidando gli attuali gruppi dirigenti, un programma minimo di classe, sarà possibile rendere realistica la prospettiva di spaccare il campo largo, per creare una sinistra che pur essendo alternativa a forze centriste come il Pd, non favorirebbe involontariamente la destra radicale


Un programma minimo di classe per smascherare destra sociale e opposizione di centrosinistra

Il governo italiano di destra radicale, che era alla canna del gas dopo la netta sconfitta nel referendum, trainata dai giovani, è resuscitato grazie al cattivo dualismo della sinistra tornata alla sterile contrapposizione fra riformisti e massimalisti. Si tratta di una alternativa solo apparente in quanto sono due facce della stessa medaglia e, per la nota dinamica del rovesciamento degli opposti, ognuno fa il gioco dell’altro, in rapporto al quale si definisce occupando l’altro estremo egualmente unilaterale. Così al consueto riformismo di destra di chi crede che i comunisti debbano rappresentare le lotte popolari nelle istituzioni dello Stato, anche se imperialista, si contrappone l’anima bella dell’opportunismo di sinistra che in nome di una perfezione tutta astratta, per paura di sporcarsi le mani, non fa nulla di buono. Punto di incontro è che in entrambi i casi non prevale la grande ambizione di tornare a essere protagonista di un cambio radicale del corso del mondo, ma la piccola ambizione di rafforzare la propria identità e il proprio gruppuscolo. Così facendo, in perfetta buona fede, si fa il gioco delle due destre, quella radicale votata al bonapartismo regressivo al governo e quella moderata, liberista maggioritaria nell’opposizione parlamentare. Anche le due destre per la dinamica degli opposti sono speculari e ognuna fa l’interesse dell’altra. Si può illudersi che la destra moderata e liberista sia il meno peggio solo quando appare come l’unica opposizione credibile alla destra erede del fascismo al governo. Quest’ultima per far almeno finta di poter recuperare la verginità perduta deve attendere che i liberisti tornino al governo con le stesse politiche antipopolari, sperando di ricominciare ad apparire come unica opposizione reale, se la sinistra radicale continuerà a rinunciare a fare politica puntando esclusivamente all’edificazione morale.

Così dopo che di nuovo lo spontaneismo delle masse popolari aveva dato, in modo inaspettato per tutti i politicanti, buona prova di sé nel voto al referendum, che era al contempo un chiaro di voto di sfiducia verso il governo che lo aveva provocato, puntando bonapartisticamente a sottomettere il potere giudiziario al potere esecutivo, la sinistra radicale non ha attaccato il governo sulle sue politiche antipopolari, tutto preso nella diatriba interna fra riformisti e massimalista, e anche l’opposizione moderata parlamentare non ha osato sfidare il governo sui grandi temi programmatici, visto che di fondo ne condivide la matrice liberista. Da qui il surreale dibattito sulle primarie e i tragicomici tentativi di Conte di scavalcare a destra il Pd, visto che qualcuno dei poteri forti lo aveva fatto illudere che questi ultimi lo preferirebbero alla meno prevedibile Schlein, visto che ha recentemente presieduto due governi antipopolari, filoimperialisti e liberisti.

Così, esattamente come dopo l’eccezionale mobilitazione delle masse popolari in autunno, che avevano intuito che la violentissima repressione dei palestinesi serviva per intimidire chi osasse provare a rialzare, anche per un solo momento, la testa, l’opposizione parlamentare non è cresciuta nei sondaggi. Rinunciando a priori a proporsi come direzione consapevole dello spontaneismo delle masse popolari, visto che ha deciso di stare dalla parte dei poteri forti, pur di tornare al governo, l’opposizione continua a rinunciare a essere alternativa al governo della destra radicale, puntando alla consueta alternanza di due fazioni dello stesso partito liberista, che si danno il cambio al governo, salvo poi unirsi in un esecutivo tecnico o di larghe intese.

Occorre, innanzitutto, non far apparire utopistica la posizione dei comunisti di far saltare il campo largo e larghissimo senza perciò fare il gioco della destra radicale, anche perché solo il governo di quest’ultima può tornare a far votare un sedicente centrosinistra, se appare l’unica realistica alternativa agli eredi del fascismo. Così persino sui sordidi giochini del governo di truccare anche le elezioni politiche, modificando in modo del tutto strumentale le regole per impedire una anche solo potenziale ripresa di credibilità della sinistra radicale, l’opposizione parlamentare moderata non solo non fa appello alle masse, dinanzi al farsesco rilancio della “legge truffa”, ma neanche sfida la destra sui contenuti delle elezioni borghesi, puntando sull’unico sistema democratico: il proporzionale senza sbarramento. In entrambi i casi ciò non avviene perché i moderati dell’opposizione parlamentare in realtà, pur non potendolo ammettere, per non smascherare definitivamente il consueto gioco delle parti, concordano con il governo tanto sul metodo che nel merito, cioè cambiare all’ultimo momento le regole del gioco per costringere l’elettore, una volta messa fuori gioco una potenziale reale sinistra, fra due destre, una erede del fascismo, l’altra del globalismo neoliberista.

La sinistra radicale – invece di interrogarsi sul perché la maggioranza dei subalterni non sa nemmeno se esisti, visto che non hai svolto un ruolo di avanguardia riconosciuta anche dinanzi a un governo egemonizzato dagli eredi del fascismo – continua a spaccarsi al proprio interno fra chi in nome di una presunta purezza finisce inconsapevolmente con il rischiare di favorire la sopravvivenza di un esecutivo ultrareazionario e chi ritiene che si possa rilanciare una politica dei fronti popolari con il Pd e Renzi. Per contrastare opportunismo di sinistra e riformismo e, al contempo, tanto il governo della destra radicale, quanto una opposizione egemonizzata dai moderati occorre necessariamente riaprire il dibattito sui programmi, cioè sulle grande questioni in grado di rilanciare il conflitto sociale dal basso. Per rilanciare un confronto sul programma minimo (di classe) fra i principali soggetti sociali dei subalterni non si può che prendere le mosse dal salario, cioè da quanto i capitalisti nel loro complesso danno ai lavoratori salariati per consentirgli di riprodurre quella forza lavoro che gli hanno venduto. Ora l’Italia è l’unico fra i paesi a capitalismo avanzato in cui il potere di acquisto del salario negli ultimi trenta ingloriosi è calato di quasi un quinto. Dinanzi alla necessità di recuperare il mal tolto e di ristabilire dei meccanismi di adeguamento automatico dei salari all’inflazione effettiva emergerebbe chiaramente come tanto la destra radicale sedicente sociale al governo, quanto i moderati egemoni nell’opposizione su questa, come sulle altre questioni fondamentali di cui tratteremo in seguito, hanno di fatto la stessa posizione della classe dominante, cioè del grande capitale finanziario tendenzialmente transnazionale.

Seconda grande questione programmatica, determinante nel conflitto sociale, è la questione dell’orario e dei ritmi di lavoro, in quanto mentre nel capitalismo il salario è sempre tendenzialmente il minimo, per quanto concerne l’utilizzo della forza lavoro da parte del capitalista, che la ha acquistata, tutto dipende dai rapporti di forza fra le classi sociali. Qui emerge in modo ancora più evidente l’inadeguatezza del partito e del sindacato in Italia che dovrebbero sostenere i lavoratori salariati. Il padronato ha imposto il più moderno sistema di sfruttamento scientifico della forza lavoro, così detto toyotista, che reintroduce forme mascherate di cottimo, per cui i salariati sono costretti ad autosfruttarsi al massimo per poter raggiungere il salario minimo, cioè quello indispensabile alla riproduzione della propria forza lavoro. Il salario di base è talmente basso che i lavoratori, invece di battersi per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e di ritmi, sono costretti a cercare di fare il più possibile lavoro straordinario sotto pagato. Dunque l’orario di lavoro e i ritmi di lavoro indispensabili per arrivare alla fine del mese si sono accresciuti, mentre il potere d’acquisto del salario è diminuito.

In questo caso una volta riconquistato il salario minimo si tratterà di contrastare ogni forma più o meno occulta di cottimo e di praticare il blocco di ogni forma di straordinario. Anche su questo punto emergerebbe che non esiste una destra che non faccia gli interessi del padronato e che tutti quei subalterni che dinanzi al suicidio della sinistra radicale hanno finito, per non cadere in un imbelle astensionismo, con il rivolgersi al campo largo non potranno mai essere appagati, non potendo soddisfare i propri bisogni reali. Per quanto riguarda l’utilizzo della forza lavoro, precondizione fondamentale è il contrasto a ogni forma di precarietà non voluta. Anche in questo caso basterebbe tornare, per cominciare, alla situazione della tanto giustamente vituperata prima Repubblica, quando anche nella sua fase più decadente, corrotta e consociativa il lavoro precario era possibile in casi esclusivamente straordinari e per un lasso di tempo il più breve possibile.

Terza questione determinante – in quanto presupposto sia per la riconquista del potere d’acquisto, sia per poter tornare a porre la questione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – è il recupero di quanto si è perso in questi ultimi decenni delle componenti meno visibili e conosciute del salario, cioè la componente indiretta e differita.

Per quanto concerne quest’ultima, cioè in primis pensioni e Tfr, anche in questo caso basterebbe pretendere che si torni innanzitutto al sistema retributivo, visto che da quando è stato introdotto il sistema liberista contributivo le pensioni per i ceti subalterni sono finite tendenzialmente sotto la soglia di povertà. Allo stesso modo occorrerebbe reinserire nel programma il ritorno alla pensione di vecchiaia a 60 anni per gli uomini e a 55 anni per le donne, come era nel nostro paese prima delle controriforme liberiste iniziate negli anni Novanta, quando ancora non c’era il grande livello di automazione della produzione garantito, da ultimo, dall’intelligenza artificiale. Anche su questo si dimostrerà come la sedicente sinistra moderata, sia semplicemente la componente meno retriva e triviale della destra, mentre gli elettori progressisti per poter votare una forza che torni a fare i loro interessi hanno bisogno di una reale sinistra con un programma minimo antiliberista e massimo anticapitalista.

Si tratterà poi di recuperare tutte quelle componenti indirette del salario, che sono state falcidiate da quando è diventata egemone, anche nella sinistra moderata, l’ideologia neoliberista, nei fatti ordoliberista: a cominciare da istruzione, sanità, trasporti di qualità gratuiti o a prezzi popolari almeno ai livelli precedenti alle ormai trentennali controriforme ordoliberiste.

Come finanziare il programma minimo? Riducendo le spese militari ai livelli degli anni immediatamente successivi alla fine della guerra fredda; contrastando realmente la spaventosa evasione fiscale; reintroducendo tutte le misure volte a rendere fortemente progressive le aliquote fiscali e a tassare seriamente eredità e successioni, almeno al livello dei primi anni Ottanta; tassando tutti i capitali investiti, cioè la speculazione finanziaria; facendo riemergere il sommerso; contrastando realmente la criminalità organizzata, almeno nella misura dei primi governi fascisti; mettendo in regola e, quindi, facendo pagare le tasse a tutti i lavoratori immigrati.

Anche in politica estera bisognerà quantomeno – per cominciare, e spaccare da sinistra il campo largo, facendo al contempo apparire la natura reazionaria della destra sedicente sociale – ritornare alle posizioni dell’Italia prima del passaggio alla seconda repubblica ordoliberista. In altri termini, pur non abbandonando la propria posizione nella Nato e nell’Unione europea, lo Stato non rinuncerà più ai propri interessi nazionali, che significa mantenere per quanto possibile buoni rapporti con i paesi arabi, compresi i palestinesi, con i russi e gli iraniani. Oggi non essendoci più l’Urss, occorrerebbe mantenere rapporti per quanto possibili win-win con la Repubblica Popolare Cinese.

In tutti i casi significa: aprire un confronto programmatico finalmente a sinistra e sfidare la destra, che miri a ricostruire una reale sinistra credibile e alternativa tanto alla destra, quanto al centro. Si tratta di un programma minimo, del tutto compatibile con il sistema capitalistico, dato che basterebbe semplicemente tornare a come era il nostro paese negli anni in cui era governato dalla corrotta Democrazia Cristiana all’interno dell’ugualmente corrotto Pentapartito. La differenza sostanziale con l’oggi è che esisteva ancora, pur con tutti i suoi limiti e progressivi arretramenti, una reale opposizione di sinistra.

Solo così si potrà mirare a recuperare i milioni di subalterni che hanno addirittura smesso di votare e quelli che per disperazione si sono votati a forze demagogiche e populiste, oggi decisamente egemoni anche all’interno di quella che dovrebbe essere l’alternativa di sinistra.

06/06/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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