Dal campo largo, tendenzialmente larghissimo, al patto di provvisoria non aggressione con i liberaldemocratici

Disarticolare il campo largo, per sbarrare la strada tanto alla destra radicale e all’estrema destra quanto per dare centralità, all’interno della campagna elettorale, alle parole d’ordine della sinistra, in quanto tali contrapposte a quella funzionali all’affermazione della destra come il tema del razzismo e del suprematismo caucasico.


Dal campo largo, tendenzialmente larghissimo, al patto di provvisoria non aggressione con i liberaldemocratici

Se si prosegue sul piano inclinato che dal campo largo porta al campo larghissimo, l’unico che continuerà, di fatto, a fare campagna elettorale sarà l’estrema destra, che oggi fa capo a Vannacci. Non a caso in tutti gli ultimi sondaggi è l’unico che cresce a discapito sia del governo della destra radicale sia del campo largo tendenzialmente larghissimo. In tal modo è l’estrema destra a continuare a imporre una campagna elettorale sulle sue parole d’ordine. Così, anche se permarrà la divaricazione fra l’estrema destra e la destra radicale al governo, per cui quest’ultima perderà il controllo dell’esecutivo, a sostituirla sarà un nuovo governo delle larghe intese che, con le sue politiche antipopolari, aprirà la strada a un successivo governo Vannacci o chi per lui. Determinante è, quindi, fare una battaglia sui contenuti, affinché al centro della campagna elettorale vi siano quelle problematiche in grado di riportare a votare l’ampio astensionismo potenzialmente di sinistra. Anche perché, al solito, determinante è chi riesce a portare alle urne i suoi potenziali sostenitori.

Inoltre mettere al centro i contenuti significa non solo sbarrare la strada all’estrema destra, ma contribuire a disarticolare il campo largo, proiettato a divenire larghissimo per avere il lasciapassare dei poteri forti. Da questo punto di vista si tratta di farsi interpreti della classe operaia che, da una parte, accetta gli accorgimenti tattici necessari a non avere più un governo della destra radicale, ma che al contempo considera un suicidio un campo largo che diviene larghissimo imbarcando un Renzi, leader di uno dei governi più antipopolari degli ultimi anni.

Allo stadio attuale la sinistra non è in grado di combattere e sconfiggere da sola tanto la destra che mira a una terza repubblica autoritaria, improntata al bonapartismo regressivo, quanto la destra “moderata”, cioè non estremista ma conservatrice, che possiamo definire liberaldemocratica. Si tratta, dunque, di stipulare un patto di momentanea non aggressione con quest’ultima, affinché ci si possa al momento concentrare nel contrastare quella che è, attualmente, la contraddizione principale, cioè un governo reazionario.

A tale scopo, però, è indispensabile che la sinistra porti avanti la battaglia contro la destra sulla base delle proprie posizioni che sono, di fatto, antitetiche a quelle della destra conservatrice liberaldemocratica. Solo così facendo non si lascerà spazio all’estrema destra, si batterà la destra radicale, senza però rafforzare la destra conservatrice. Anzi, sebbene non la si possa combattere direttamente, considerato il patto di momentanea non aggressione con la destra conservatrice, la si deve però disarticolare con una lotta culturale sul piano delle idee che porti a discutere di questioni concernenti i diritti economici e sociali e l’opposizione alla guerra imperialista e alla economia di guerra che la prepara e alla deriva cesarista regressiva.

In tal modo, il dibattito politico e, di conseguenza, l’elettorato attivo si sposterà a sinistra consentendo di sostituire il governo della destra radicale non con un nuovo governo delle larghe intese. Inoltre, affrontando i diritti economici e sociali e il contrasto all’economia di guerra, sposata dall’Unione europea, si entrerà necessariamente in conflitto con l’ala liberale del campo largo, tendenzialmente larghissimo. Si si riuscisse a far esplodere le contraddizioni interne alle forze liberaldemocratiche, per cui si giungesse a una divaricazione fra la destra liberale e il centro democratico, ci sarebbe un riorientamento a sinistra dello scenario politico. Se si arrivasse, quantomeno, a una divaricazione fra Avs e M5s da una parte, Pd e centristi dall’altra o se si producesse una rottura interna al Pd, che porti la sua ala democratica a rompere con le componenti liberiste, i rapporti di forza muterebbero in senso favorevole alle formazioni di sinistra.

Naturalmente l’attuale sinistra disunita – anche perché una parte consistente delle sue “avanguardie” tende in questa fase così complessa alla semplificazione infantilistica propria dell’opportunismo di sinistra – non potrà da sola spostare l’arco politico, che sta tendendo sempre più a destra, verso posizioni progressiste. Bisognerà cercare di sostenere, tatticamente, quelle forze di sinistra che hanno deciso di portare avanti una battaglia di contenuti all’interno del campo largo e anche quelle forze interne o, comunque, legate ad Avs e al M5s che mirano a contrastare l’abbraccio mortale con il Pd, che porterebbe una parte consistente del suo potenziale elettorato ad astenersi o a sostenere, con un voto di protesta, le forze opportuniste di sinistra.

Queste ultime potrebbero tornare in parte utili se riuscissero, più che a togliere voti a M5s e Avs, a recuperare una parte dell’astensionismo di sinistra e di quel voto di protesta che, altrimenti, tenderebbe a premiare forze tendenzialmente rossobrune.

Puntando a una battaglia per far sì che contenuti di sinistra (come i diritti economici e sociali) contrastino i temi della destra conservatrice (l’economia di guerra) e della destra reazionaria (il razzismo funzionale a esacerbare una fratricida guerra fra poveri a tutto vantaggio delle classi dominanti) si potrà, al contempo, mantenere un dialogo – quantomeno sul piano teorico – con quei militanti che saranno attratti dal ben più comodo approdo moralista, da anima bella, proprio dell’estremismo di sinistra.

Anche perché in prospettiva, nel medio termine, si dovrà mirare a ricostruire il Partito comunista, ponendo fine alla ultradecennale diaspora, gettando al contempo le basi per ricostruire un fronte anticapitalista che favorisca la cooperazione fra forze comuniste e radicali di sinistra. A questo scopo, sarà essenziale ricomporre il Partito comunista che, solo così, potrà puntare a essere egemone nel fronte nei confronti delle forze della sinistra radicale.

Mentre, per poter formare una coalizione elettorale, in stile fronte ampio latinoamericano o nuovo fronte popolare francese – che miri a ricomporre una alleanza tattica di tutte le forze di sinistra in opposizione alle due destre: quella reazionaria (bonapartista regressiva) e quella conservatrice (liberista) – occorrerà decostruire il campo largo, tendenzialmente larghissimo.

Spostando l’attenzione su argomenti di campagna elettorale di sinistra – facendo emergere la loro natura nettamente alternativa ai temi cari alle destre – diverrà possibile far emergere le contraddizioni fra liberali e democratici, cioè fra grande borghesia conservatrice e piccola borghesia di sinistra moderata, erede del socialismo utopistico.

Un’alleanza tattica contro le due destre non dovrà significare deporre le armi nella lotta per l’egemonia contro le forze piccolo borghesi, riformiste di destra. In altri termini, come chiariva già Lenin, l’alleanza tattica con le forze socialdemocratiche non può impedire alle avanguardie comuniste di denunciare – dinanzi alla propria classe di riferimento: il proletariato – che il socialismo utopistico non farà mai i reali interessi dei ceti subalterni i quali, per potersi realmente emancipare, debbono potersi elevare al socialismo scientifico.

Naturalmente se nella lotta tutta incentrata sui programmi, cioè sulla lotta di classe sul piano delle idee, emergerà la possibilità di eleggere una pattuglia, per quanto limitata, di parlamentari comunisti, non bisognerà sprecare questa opportunità in nome di un astratto purismo ideologico da anime belle, in quanto tali affette da opportunismo di sinistra.

A tale proposito è doveroso distinguere con chiarezza la differenza fra parlamentari comunisti e socialdemocratici. In effetti, questi ultimi mirano a stare nelle istituzioni borghesi per fare da sponda ai movimenti di lotta che sorgono spontaneamente all’interno della società civile. Al contrario, i comunisti interpretano i potenziali ruoli istituzionali come una palco utile a dare maggiore visibilità alla lotta di classe condotta sul piano delle idee, finalizzata a far emergere la natura classista e tendenzialmente neo oligarchica della democrazia formale borghese e dello stesso parlamentarismo.

Al contempo, invece di sprecare tempo con la campagna elettorale, bisognerà mirare a costruire, a partire dai posti di lavoro, dei movimenti sociali che contribuiranno in modo determinante a mettere al centro della disputa elettoralistica punti programmatici di sinistra. Peraltro, un'ulteriore esplosione delle lotte spontaneiste dei subalterni, favorirà necessariamente la collisione all’interno del campo largo, tendenzialmente larghissimo, fra due posizioni ben differenti anche dal punto di vista sociale e politico. Da una parte vi sono, in effetti, le tendenze democratiche del ceto medio riflessivo, tendente più a sinistra che a destra, dall’altra abbiamo le posizioni della grande borghesia conservatrice. Mentre è insensata e, dunque, controproducente la spaccatura a sinistra tra forze che si pongono come avanguardie dei ceti sociali subalterni. In altri termini, i comunisti non debbono mirare a spaccare l’alleanza storica, che si è determinata, con le forze della sinistra radicale anticapitalista. Si tratterà, piuttosto, di operare affinché all'interno di tale tradizionale alleanza l’egemonia, quale capacità di dirigere con il consenso dei subalterni, sia posta sotto il controllo dei comunisti e non dei sinceri socialdemocratici.

03/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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