Tutte le ragioni del NO al referendum

Il 22 e il 23 marzo vai alle urne e vota NO ad una riforma che scempia la Costituzione e avvantaggia potentati e la classe dirigente di un Paese che si preoccupa della propria impunità, anzichè di tenerci al sicuro dalla guerra e dal caro vita


Tutte le ragioni del NO al referendum

Abbiamo già avuto modo su questo giornale di entrare nel merito del tentativo di distruzione della giustizia - o quello che ne è rimasto - in questo Paese attraverso la riforma della magistratura proposta da Meloni, Nordio e sodali. Il 22 e 23 marzo siamo chiamati a votare al referendum costituzionale per dire un secco NO alla riforma e al governo più a destra della storia della nostra repubblica, sorta -come troppo spesso e colpevolmente si omette di ricordare- dalla sconfitta del nazifascismo. Un governo che strizza l’occhio agli Stati Uniti di Trump dove la polizia dell’immigrazione uccide impunemente i cittadini, un governo che mantiene rapporti con lo Stato genocida di Israele, che sgombera famiglie con bambini, la cui visione strategica per la risoluzione dei problemi non va oltre al manganello, da utilizzare, però, contro i più deboli. Ci sarebbe allora da chiedersi come mai il governo, anziché  preoccuparsi-per esempio -  degli effetti della guerra sui cittadini italiani, dei lunghissimi tempi di attesa per le visite mediche in ospedali sempre più al collasso, degli stipendi che si riducono così come il potere di acquisto, di tutelare la scuola e l’istruzione e di miliardi di altre impellenti priorità, si preoccupi invece di lanciare un referendum senza quorum per modificare ben 7 articoli della Costituzione non allo scopo di migliorare il sistema della giustizia (i cui tempi biblici restano perfettamente intonsi) ma per riformare la magistratura allo scopo di attuare i piani di Licio Gelli e della P2 ossia per tutelare le malefatte dei potenti e dei loro amici preservandoli da eventuali indagini. 

Un cambio nel bilanciamento dei poteri descritti da Montesquieu (esecutivo- il governo; legislativo-il parlamento; giudiziario- la magistratura) a somma zero: togli autonomia al potere giudiziale per consegnare il potere giudiziario nelle mani del potere esecutivo. Questa, al fondo, la sostanza dell'impianto di riforma sottoposta a referendum. Senza contare che questa operazione autenticamente sovversiva dell’equilibrio dei poteri viene proposta nel contesto di un parlamento votato con i seggi uninominali, ossia assolutamente non rappresentativa della maggioranza del Paese: un colpo di mano tentato da un gruppuscolo di massoni che deve far riflettere. Non si dimentichi, infatti, che il referendum è senza quorum il che significa che sarà comunque valido a prescindere dal numero di elettori che si recheranno alle urne: anche se esso dovesse risultare molto esiguo, il referendum produrrà i suoi effetti.

E’ dunque evidente che, seppure il tema appaia molto tecnico, è assolutamente necessario che più persone possibili vadano a votare e votino NO, chi avendo perfettamente compreso la necessità di fermare il tentativo sovversivo di attuare i piani della loggia P2 dell’oscuro e pluricondannato Licio Gelli, chi anche solo avendo giustamente intuito che la sola alternativa che abbiamo è fare opposizione al governo più inginocchiato a Trump dell’intero occidente. 

Ma come mai la separazione delle carriere e un maggiore controllo del potere giudiziario da parte dell’esecutivo è sempre stato - assieme al presidenzialismo- uno dei punti fissi di massoni e fascisti? 

Negli anni 70 è stato spesso occultato perché decisamente eversivo, poi sdoganato con l’era Berlusconi per tutelare, com’è noto, i propri interessi personali. Il concetto è che ai poteri forti piace il sistema giudiziario che premia i ricchi: i ricchi si arricchiscono rubando “legalmente” tempo e denaro ai proletari che lavorano nel sistema di produzione capitalistico, ma anche illegalmente quando i colletti bianchi ritengono necessario aggregarsi o collaborare in associazioni mafiose o para mafiose confondendo i mercati leciti con quelli illeciti, mescolando le carte della finanza per percepire patrimoni maggiori illecitamente. Quindi i ricchi per fare i loro impicci non possono certo doversi preoccupare degli stupidi vincoli che impone la legge e del rischio di venire ostacolati da un magistrato. Rendere il pubblico ministero (il magistrato requirente che ha la funzione di vagliare, indagare e stabilire i capi d’accusa) e il giudice ordinario (ossia il magistrato giudicante) collegati al potere esecutivo (cioè al governo) è un chiaro tentativo di stravolgere la costituzione per rendere il nostro sistema più simile a quello degli Stati Uniti. In Usa infatti i procuratori sono eletti direttamente dall’esecutivo rispondendo a livello politico alle necessità politiche, non alla giustizia. Di norma in USA i procuratori che vogliano fare carriera evitano di andare a cercare la giustizia fra i colletti bianchi (la classe politica al potere, fra grandi imprenditori corrotti, fra le mafie insediate al potere), preferendo fare carriera inquisendo criminali comuni eccetera provenienti dal ceto sociale subalterno. Così facendo i procuratori fanno carriera quando portano a giudizio più persone possibili,trasformando la giustizia in una inquisizione sommaria e spettacolarizzata, ove coloro che non potendosi permettere di pagare un avvocato serio sono spacciati, anche non avendo commesso il fatto, e preferiscono perdere e pattuire una pena piuttosto che imbarcarsi in un processo senza fine che risponde a logiche aliene dalla ricerca della verità giudiziaria. La ricerca della verità non è un caposaldo nel sistema statunitense e non c’è, in quel modello, dunque una vera giustizia, come ben descritto nel film “End of Justice - Nessuno è innocente” di Denzel Washington. 

Il 22 e il 23 marzo diremo un secco NO anche alle politiche di in-sicurezza sociale di un governo che pensa di risolvere i problemi inasprendo le pene quando tutte le scienze sociali hanno già dimostrato che una maggiore sicurezza sociale non è determinata dalla deterrenza incarnata dalla quantità di anni di galera comminati per una fattispecie di reato o dalla polizia che una volta a settimana passa sotto casa nostra con la pattuglia ma dal benessere sociale ossia dalla reale e possibile fruizione di quanti più diritti sociali ed individuali possibili nell’ambito della sanità, casa, istruzione, lavoro... In assenza di benessere sociale, i fattori criminogeni aumentano. Basti guardare al caso emblematico rappresentato dagli Usa dove, nonostante venga comminato “il massimo della pena” possibile, la pena di morte, la popolazione  vive in una guerra civile permanente: attentanti nelle scuole con esecuzioni di massa, drogati ed emarginati lunghi i bordi delle strade, l’ ICE che commette omicidi ed esecuzioni sommarie di persone agendo indisturbati… 

Ecco perché, qualora vincesse il SÌ e cominciasse tale distruzione del sistema di garanzia del potere giudiziario nel nostro Paese, ciò rischia di tradursi in un'ulteriore e concreto aiuto alle mafie, ossia coloro che inondano il nostro Paese di appalti truccati, di droga le nostre strade, rendendo zombi molte persone. Nonostante questi criminali finora siano già stati avvantaggiati da tutte le leggi che diminuiscono le ore di intercettazione telefonica, il governo si vanta di aver arrestato Matteo Messina Denaro, un latitante in fin di vita che si è costituito per avere le migliori cure pubbliche nella fase terminale della sua malattia, tanto che, dal giorno del suo arresto lo ha colto la morte dopo 8 mesi. Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano abitavano di fatto praticamente nelle loro case, nelle loro ville, indisturbati, fintamente catturati durante la loro anzianità. È un secco NO, allora, anche in memoria di quei giudici o procuratori che hanno svolto e che svolgono il proprio sacrosanto dovere, Borsellino e Falcone in primis, volendo portare un po’ di sano ottimismo in questo Paese e contrastare la tolleranza dei poteri forti nei confronti delle mafie. Non a caso fra i sostenitori del NO troviamo il coraggioso magistrato Gratteri che, come molti altri sotto scorta, vive in caserme con i familiari, impossibilitati a vivere una vita degna, senza potersi concedere una vacanza in libertà. Borsellino, ad esempio,  vedeva nella separazione delle carriere il rischio della compromissione dell’indipendenza della magistratura e una sua chiara subordinazione al potere esecutivo. Sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino hanno ricoperto i ruoli di giudice giudicante che di pubblico ministero, la loro conoscenza ed esperienza in entrambi ruoli, ha permesso loro di imparare a conoscere e riconoscere maggiormente tutti i meccanismi utili per contrastare le mafie sia in fase di indagini sia nell’aula di tribunale. 

Bisogna votare NO perchè i cittadini devono ribadire, non affossare ulteriormente, il principio per cui tutti sono uguali di fronte alla giustizia, messo a repentaglio ormai da diverse norme. Altro motivo per votare NO è il costo di tale riforma che, qualora passasse, sarebbe molto onerosa per lo Stato e dunque per le nostre tasse perché di fatto triplica i costi, dividendo il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) che al momento è uno solo per tutti i giudici e magistrati ed assolve lo scopo di nominare i magistrati vincitori di concorso, trasferimenti e assegnazioni, promozioni di carriera, procedimenti disciplinari, tutela dell’indipendenza della magistratura). La riforma infatti prevede l’istituzione di un CSM della magistratura giudicante, un CSM della magistratura requirente (Art. 104 e 105) e di una Alta Corte disciplinare (Art. 105-bis). E’ evidente che finanziare tre organi anziché uno è un aggravio inutile e dispendioso sulle casse dello Stato: tale riforma triplica il numero degli stipendi dei magistrati componenti ognuno dei CSM e della parte cosiddetta laica votata dal governo, il costo delle nuove infrastrutture sarà triplicato. 

La suddivisione del CSM risponde unicamente al principio del divide et impera. La battaglia alle correnti politiche dei magistrati - tema principale molto in voga tra i sostenitori del SI - è di fatto una enorme bufala. Tale riforma non vieta le correnti - che per altro, rappresentano un esercizio di libertà di un organo che per Costituzione si autogoverna, in quanto nella nostra fragile democrazia ancora non abbiamo abolito la libertà di pensiero e di associazione. In ogni caso, comunque la si pensi in merito, le correnti non verranno abolite perché evidentemente non si può abolire la libertà di pensiero, nè verranno ridimensionate perché è del tutto evidente che le correnti organizzative si possono formare anche in seno a magistrati eletti per sorteggio. Quello che, però, verrà abolito è la garanzia democratica con cui i magistrati eleggono i propri rappresentanti all’interno del loro organo collegiale, introducendo al suo posto un sistema insensato di sorteggio (art. 104). Tale sorteggio puro, però, vale solo per l’elezione nei nuovi CSM della componente dei magistrati mentre non vale per l’elezione della quota laica, ossia politica, ossia individuata dal governo di turno ed estratta a sorte non in modo puro ma all’interno di una lista già pronta e votata con legge ordinaria dal parlamento (quindi dalla maggioranza parlamentare al governo) e preparata con persone ovviamente simpatizzanti del governo di turno. E’ evidente che venire sorteggiati a caso tra 10mila altri magistrati per fare parte del CSM lede la libertà di democratiche e di rappresentanza della magistratura, come se si finisse ad assumersi le responsabilità del lavoro in Parlamento tramite estrazione a sorte tra i cittadini italiani, sorteggiando quindi persone che magari non hanno nessun interesse a o preparazione a svolgere questo importante ruolo. Ci sono ruoli ben meno rilevanti quale il rappresentante di classe a scuola o l’amministratore di condominio che non vengono rimessi al meccanismo del voto puro ma all’autogoverno dei rappresentati che si organizzano e individuano democraticamente quello che fra loro ritengono più adeguato a rappresentarli nei luoghi decisionali. Tutto questo vale a scuola o nel condominio ma, secondo il governo, nel CSM no. L’intenzione di voler controllare i magistrati eletti nel CSM viene pertanto mascherata con la necessità di combattere le correnti, attribuendo ad esse non meglio precisate responsabilità e cavalcando l’onda della notoria poco simpatia di cui godono effettivamente i magistrati.

E’ appena il caso di sottolineare che, nonostante la palese discordanza col parere dei padri costituenti  (di gran lunga ben più autorevoli e di spessore rispetto a tutti gli attuali parlamentari), il fatto della separazione delle carriere è stato già legiferato dal parlamento poiché, infatti, già oggi, il magistrato che volesse passare da una carriera all’altra si trova davanti un percorso a ostacoli che gli impone anche di cambiare regione; non a caso usufruisce del passaggio da una carriera all’altra solo lo 0,4% dei magistrati. 

Mentre l’attuale 'articolo 112 della costituzione oggi recita "il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale", a garanzia del fatto che egli deve attivarsi per la ricerca della verità innanzi a qualsiasi sopruso, commesso da chiunque, dal momento in cui ne viene  a conoscenza, il  governo, in caso vincesse il SI, vorrebbe introdurre il preoccupante principio secondo cui l’azione penale dovrebbe essere esercitata demandando ad una legge ordinaria, fatta da un qualsiasi parlamento o da un qualsiasi esecutivo con decreti legge o decreti legislativi, i casi in cui il pubblico ministero debba effettivamente indagare. Potete capire con quale probabilità potrebbe accadere che un parlamento o un governo ponga l’obbligo dell’azione penale in capo ai pm di indagare su sporchi traffici dei quali potrebbero risultare in qualche modo complici o responsabili: la percentuale è prossima allo zero e il clientelismo regnerà sovrano, senza più nessuno che possa perseguire o punire i responsabili.  

A ciò si aggiunga che mentre al momento, a garanzia dell’efficacia e dell’indipendenza delle indagini, la magistratura dispone in modo diretto della polizia giudiziaria che svolge indagini e raccoglie prove rispondendo del proprio operato solamente al magistrato e non ai propri superiori di polizia, la maggioranza di governo per bocca di ministri come Tajani e Nordio ha già esplicitato che, se passasse il SI, sarebbe utile e necessario completare il quadro eversivo dello svuotamento dell’indipendenza della magistratura ponendo sotto il potere dell’esecutivo gli organi di polizia giudiziaria: in tal modo i diretti responsabili di reati che dovessero ricoprire cariche vicine ai nuclei di potere, potrebbero prevenire qualsiasi problema giudiziario venendo direttamente a conoscenza dell’esistenza di indagini nei loro confronti  o, ancor meglio, pilotando le indagini altrove su altri soggetti meno compromessi.

Mi si conceda, infine, di ribadire anche un ultimo ma non meno importante motivo per dire NO il 22 e il 23 marzo. È un NO ad un governo i cui leader hanno ribadito più volte di voler dare il premio Nobel per la pace a Trump, è un NO ad un governo che invece di schierarsi chiaramente e senza ambiguità contro la guerra mantiene rapporti con un condannato a livello internazionale per genocidio, Netanyahu, e con un folle implicato in torbide vicende di pedofilia che sequestra presidenti legittimi di altri Paesi e bombarda in barba a qualsiasi regola i Paesi non allineati, come sta facendo in Iran con l’aiuto di Israele, uccidendo civili e bambini e generando una spirale di guerra le cui conseguenze toccherà pagare esclusivamente a noi. 

13/03/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Angelo Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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