La Rivoluzione contro Il capitale

Lo scontro fra puristi dottrinari e rivoluzionari ed i motivi del fallimento della Rivoluzione in occidente: dogmatismo e aristocrazia operaia


La Rivoluzione contro Il capitale

Contrariamente a quanto ripetutamente asserito dalla letteratura rovescista sull’Ottobre o su altri tentativi rivoluzionari, non vi è un corso storico che possa tradire un’astratta teoria – a meno che non si tratti d’una mera utopia – se non nella misura in cui qualsiasi azione “tradisce” il suo progetto (necessariamente astratto) in quanto esso non può tener conto sino in fondo delle reazioni al proprio operare che muoveranno da prospettive diverse e anche opposte. Al contrario una teoria, per non rimanere un mero dover essere – utile al più a qualche cavaliere della virtù nella sua vana lotta con i mulini a vento del corso del mondo – deve costantemente aggiornarsi, proprio a partire dagli stimoli offerti dagli elementi imprevisti e dagli spunti a innovarsi che offre un’attenta riflessione sulla prassi storica. Il marxismo, in quanto filosofia della prassi, non può essere considerato un dogma, ma una guida per l’azione rivoluzionaria.

Muovendo da questa prospettiva Lenin si fa beffe dei marxisti pedanti sempre pronti a condannare un processo rivoluzionario per l’impurità del suo realizzarsi che, inevitabilmente, trasforma il proprio progetto e, dunque, la “pura” teoria. Scrive a questo proposito, con la consueta ironia, “ecco: da un lato si schiera un esercito e dice: ‘Siamo per il socialismo’, da un altro lato si schiera un altro esercito e dice: ‘Siamo per l’imperialismo’ e questa sarà la rivoluzione sociale! Soltanto da un punto di vista così pedantesco e ridicolo sarebbe possibile definire l’insurrezione (…) un ‘putsch’. Colui che attende una rivoluzione sociale ‘pura’, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione” [1].

Dunque ogni rivoluzione reale finisce con il travolgere anche le critiche ingenue da anima bella e prive di senso della realtà dei puristi. Non meno ingenuo e non meno irrealistico sarebbe mettere sul conto di questa o quella singola personalità i necessari contrasti che necessariamente intervengono fra la teoria e la prassi. Particolarmente esemplare era quanto osservava, al contrario, Franco Berardi (detto Bifo) in un articolo pubblicato a pagina 7 nell’inserto di “Liberazione” volto a ricordare l’Ottobre nel suo novantesimo anniversario: “Sono convinto che il ventesimo secolo sarebbe stato un secolo migliore se Lenin non fosse esistito. A mio parere la depressione di Lenin è un tema centrale per comprendere il ruolo che ha potuto svolgere nella formazione della politica tardo-moderna. È Lenin come uomo, e come maschio, che occorre analizzare se vogliamo ripensare la soggettività comunista novecentesca. Per liberarcene forse, o per rifondarla non so. Le crisi depressive più acute coincidono con le svolte politiche decisive impresse da Lenin al movimento rivoluzionario”.

Al contrario, decisamente molto efficace, ancora oggi, è l’articolo scritto da un giovanissimo Antonio Gramsci in difesa della Rivoluzione d’Ottobre proprio contro i puristi e i dottrinari della rivoluzione, che naturalmente la criticavano. Proprio perciò l’articolo esce con il provocatorio titolo di “La rivoluzione contro Il capitale” e, anzi, Gramsci scioglie subito il possibile gioco di parole chiarendo subito che l’Ottobre “è la rivoluzione contro Il capitale di Carlo Marx”. In effetti, come chiarisce subito, la grande opera di Marx “era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari”, dal momento che in massima parte erano analfabeti, mentre contro il dispotismo zarista la borghesia aveva svolto fino a pochi mesi prima per diverso tempo una funzione rivoluzionaria. “Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’era capitalistica, si istaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che i proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione”.

Questa era l’interpretazione dominante durante tutta la fase del marxismo della Seconda Internazionale, sostanzialmente egemonizzato dall’ideologia positivista dominante. D’altra parte come osserva Gramsci, sulla scia di Lenin, “I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico”. Proprio perciò, scrive ancora in modo volutamente provocatorio Gramsci “I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell'azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così ferrei come si potrebbe pensare e si è pensato”.

In altri termini, proprio con la loro azione rivoluzionaria, anche rispetto all’interpretazione dottrinaria e purista dell’opera di Marx, i bolscevichi hanno imposto una profonda e salutare revisione della concezione del marxismo. “Eppure – prosegue Gramsci contrapponendo la giusta interpretazione secondo lo spirito a quella dogmatica che si ferma alla lettera – “c'è una fatalità anche in questi avvenimenti, e se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni de Il capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore”. Perciò, riprendendo la celebre affermazione dello stesso Marx che, di contro ai suoi seguaci dogmatici e dottrinari, affermava spazientito di non essere un marxista, Gramsci afferma che i bolscevichi “non sono ‘marxisti’, ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore, di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco”, in particolare dell’opera di Hegel.

Di contro alle interpretazioni naturalistiche e positivistiche, che secondo il giovane Gramsci avevano finito per condizionare lo stesso Marx, “i rivoluzionari creeranno essi stessi le condizioni necessarie per la realizzazione completa e piena del loro ideale. Le creeranno in meno tempo di quanto avrebbe fatto il capitalismo”. Anche perché i rivoluzionari potranno far tesoro delle notevoli critiche che avevano rivolto al contraddittorio modo di sviluppo della società capitalista e, quindi, potranno evitare di ripetere questi più comuni tipi di errori. D’altra parte, sebbene possano fare tesoro degli errori commessi da tutti i precedenti modi di produzione, contro i puristi e gli utopisti Gramsci chiarisce subito che, in quelle determinate condizioni storiche di isolamento e pesante arretratezza strutturale e sovrastrutturale, il risultato della rivoluzione non potrà che essere, almeno in principio, altro che “il collettivismo della miseria, della sofferenza”.

Anche in tal caso, dunque, con la loro prassi rivoluzionaria i bolscevichi sembravano contrastare la lettera degli scritti di Marx, in cui invitava i rivoluzionari della sua epoca a non scambiare la transizione al socialismo con “la collettivizzazione della miseria”. Sulla base del suo realismo rivoluzionario, da degno erede di Machiavelli, Gramsci osserva: “ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un sistema borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri anni i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe”. Del resto, aggiunge ancora Gramsci, la rivoluzione socialista è vantaggiosa non solo da un punto di vista comparativo, rispetto a cosa avrebbe prodotto, in quella determinata situazione, seguire la via della transizione al capitalismo, ma “anche da un punto di vista assoluto, umano, il socialismo immediato ha in Russia la sua giustificazione. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile”. Dunque, le durezze del socialismo della miseria saranno meglio sopportate dai proletari di quelle cui li condannerebbe comunque una transizione al capitalismo, in quanto nello Stato rivoluzionario i lavoratori avranno nelle proprie mani il loro destino e starà, dunque, a loro cercare di superare nel minor tempo possibile la situazione tragica dal punto di vista economico che si aveva in ogni caso davanti.

D’altra parte, sempre di contro a puristi e dottrinari, andrebbe sempre riportata l’attenzione sull’analisi specifica del caso concreto. Come è noto, ma non sempre adeguatamente compreso, la necessaria scommessa della Rivoluzione d’Ottobre si fondava sul progetto di rompere, avendone l’opportunità, l’anello più debole della catena di Stati imperialisti, per favorire le successive rotture in quei paesi occidentali in cui vi erano le condizioni oggettive per realizzare una società socialista. Come mai questo progetto è riuscito solo in parte e, quindi, complessivamente è fallito, lasciando la Russia e gli altri territori ancora più arretrati della futura Unione sovietica dinnanzi all’impossibile sfida di costruire il socialismo in un paese solo e per altro arretrato?

Anche a tale fatidica questione le risposte più significative sono state elaborate da Gramsci e Lenin. Il primo ha sottolineato le differenze sostanziali fra le società arretrate come la Russia e le sviluppate come quelle dei paesi a capitalismo avanzato, che richiedevano dunque tattiche differenti per conseguire il medesimo risultato strategico. Ancora una volta i rivoluzionari occidentali, prigionieri del loro purismo, dottrinarismo e dogmatismo hanno preteso di riprodurre alla lettera la tattica seguita in un contesto completamente differente dai bolscevichi, andando così incontro a una certa e catastrofica sconfitta. Proprio per questo Gramsci ha dedicato i restanti anni della propria vita a ripensare la tattica specifica necessaria a realizzare l’obiettivo strategico rivoluzionario anche in occidente.

Dal suo differente punto di vista, Lenin ritiene che il motivo fondamentale per cui la rivoluzione è fallita e non si è, quindi, estesa agli anelli più forti della catena di Stati imperialisti sia dovuto alla corruzione prodotta ai vertici dei partiti socialisti occidentali e dei sindacati dai benefici distribuiti ad arte dai capitalisti grazie agli extraprofitti prodotti dalla politica imperialista. In tal modo nelle dirigenze dei partiti proletari occidentali ha finito con l’avere la meglio la posizione volta a difendere i privilegi dell’aristocrazia operaia, creata proprio grazie alla redistribuzione di una parte degli extraprofitti imperialisti. Quindi, mediante questi ultimi, ottenuti sfruttando e depredando brutalmente dapprima le colonie poi i paesi in via di sviluppo, le classi dominanti sono riuscite a evitare la decisiva estensione della Rivoluzione in occidente.

In altri termini, la rapina delle risorse naturali e umane dei paesi extraeuropei ha permesso di redistribuire le briciole ai dirigenti della classe operaia, in particolare alla burocrazia socialdemocratica da sempre in ruoli dirigenti nei sindacati. Come ha osservato a questo proposito Lenin, gli Stati imperialisti elargiscono “agli impiegati e agli operai riformisti e patriottici, rispettosi e sottomessi, elemosine e privilegi politici corrispondenti alle elemosine e ai privilegi economici. Posticini redditizi e tranquilli in un ministero e nel comitato dell’industria di guerra, nel parlamento e nelle varie commissioni, nelle redazioni di ‘solidi’ giornali o nelle amministrazioni di sindacati operai non meno solidi e ‘obbedienti alla borghesia’” [2].


Note:
[1] V. I. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione [Luglio 1916], in Id., Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 53.
[2] Id., L’imperialismo e la scissione del socialismo [ottobre 1916], in Id., Contro l’opportunismo di destra e di sinistra, contro il trotskismo, Edizioni Progress, Mosca 1978, pp. 296-97.

05/10/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: