La fine del lavoro?

L’attuale miseria politica e sociale è dovuta non solo al fatto che alla lotta di classe dall’alto non si risponda più con quella dal basso, ma che anche molti intellettuali ritengono che l’essere radicali consista nel radicalizzare il pensiero unico


La fine del lavoro? Credits: https://archivio.lucapoma.info/curiosita-e-miscellanea/lera-dei-robot-e-la-fine-del-lavoro/

L’ideologia liberale oggi dominante ha tradizionalmente sempre teso a disumanizzare i lavoratori salariati. In primo luogo tale disumanizzazione avviene da sempre nei luoghi di lavoro delle società liberali. Come dimostrava già il giovane Marx, il lavoratore nel modo di produzione capitalistico è estraniato dalla sua stessa essenza generica, ovvero dalla sua umanità. Ciò, in primo luogo, per l’alienazione del prodotto del lavoro salariato, che è imposto dal padrone ed è sua proprietà. Il lavoratore non è nemmeno in grado di riconoscersi nel prodotto del lavoro, a causa del feticismo dovuto alla crescente divisione e parcellizzazione del lavoro e al suo progressivo assoggettamento alla macchina. Si tratta di fenomeni largamente evidenziati anche nella letteratura precedente a Marx, in cui uno dei topos centrali, ad esempio in Goethe e Schiller, è la denuncia della divisione (capitalistica diremmo noi) del lavoro, che fa perdere all’individuo umano quella piena realizzazione di se stesso che si aveva nel mondo antico.

In secondo luogo, tornando a Marx, il lavoratore è disumanizzato perché il suo lavoro è sottoposto al dispotismo del luogo di sfruttamento capitalistico. Tanto che il lavoratore si sente libero solo nelle funzioni che lo identificano agli altri animali: bere, mangiare, riscaldarsi, riprodursi, etc., mentre lavorando, quando dovrebbe realizzare la propria essenza generica, è completamento asservito. Infine, il luogo di lavoro, da momento essenziale della socializzazione, diviene momento di conflitto, in primo luogo con i padroni i cui interessi a sfruttare al massimo la forza lavoro sono opposti a quelli dei lavoratori che dovrebbero mirare, al contrario, ad annullare il loro lavoro non retribuito.

Tale disumanizzazione è del resto data per scontata, ovvero presupposta dagli stessi padri fondatori del liberalismo che, per meglio giustificarla, tendono al solito a naturalizzarla. Lo stesso filosofo fondatore del liberalismo non riconosce come esseri umani la massa allora molto ingente di schiavi, nel cui traffico aveva impegnato i proprio risparmi, considerando tutti i lavoratori ridotti in questo stato parte integrante degli strumenti da lavoro, allo stesso titolo delle bestie da soma. E. Burke, autore particolarmente caro ai grandi teorici del neoliberismo, a un secolo di distanza estende in modo molto significativo la categoria di strumenti di lavoro includendovi anche tutti i lavoratori salariati. Questi ultimi in quanto “instrumentum vocale” sono catalogati insieme alla bestia da soma, che rientrerebbe nella categoria di “instrumentum semivocale”, e all’aratro quale “instrumentum mutum” [1]. Anche l’autore del più noto manifesto della Rivoluzione francese, Sieyès, estende a dismisura la categoria di strumenti di lavoro, fino a includervi la “maggior parte degli uomini”, definiti “strumenti bipedi” o “macchine da lavoro”. Tanto che, polemizzando con chi tendeva a inglobarli nella categoria universale di essere umano, domandava retoricamente: “i disgraziati votati ai lavoro faticosi, produttori di godimenti altrui, che ricevono appena di che sostentare i loro corpi sofferenti e bisognosi di tutto, questa folla immensa di strumenti bipedi, senza libertà, senza moralità, senza facoltà intellettuali, […] sono questi che chiamate uomini?”.

D’altra parte, questo mancato riconoscimento di tutti i lavoratori dipendenti nel concetto universale di essere umano è funzionale, anche negli anni successivi, a giustificare la loro estromissione dai diritti politici da parte dei liberali. Così Constant considera i non proprietari, che sono costretti perciò a lavorare giorno e notte, destinati a rimanere in una situazione “di eterna dipendenza”, come dei “fanciulli”, anch’essi perciò a ragione esclusi dal diritto di voto. Ma mentre una parte di questi ultimi potrà acquisirlo, i lavoratori dipendenti condannati a rimanere in uno stato di minorità, ne saranno per sempre esclusi. Quindi nella prima metà dell’ottocento, uno dei più esimi intellettuali liberali continua a definire i lavoratori dipendenti, “strumenti bipedi” o “moltitudine sempre bambina”. Perciò il padre filosofico del neoliberismo: Hayek, che non a caso si richiama sempre ai classici del pensiero liberale, può ancora sostenere nella seconda metà del Novecento che una società liberale potrebbe benissimo non concedere il diritto di voto ai non proprietari, come non lo concede ai “minorenni”. Del resto Hayek stesso considera un inevitabile fatto naturale e, in quanto tale, benefico che i lavoratori salariati vivano in una condizione d’ignoranza e miseria.

Anche F. Nietzsche seguendo la tradizione liberale tende a disumanizzare la maggioranza del genere umano, sostenendo che “i più non sono persone” e, di conseguenza, che “gli individui non sono che pochi”. D’altra parte Nietzsche aggiorna all’epoca industriale la definizione liberale del lavoratore dipendente come strumento di lavoro, definendolo “strumento di trasmissione”, in quanto il suo compito sarebbe ormai ulteriormente ridotto a quello di trasmettere il movimento, ovvero di mettere in moto i veri e propri mezzi di produzione. D’altra parte, Nietzsche osserva e ritiene che nella società industriale i lavoratori dipendenti non siano altro che “macchine intelligenti”. Dunque, nella nostra società, da una parte i lavoratori salariati sarebbero ridotti a macchine, ma non costituirebbero i veri mezzi di produzione, che sarebbero gli strumenti meccanici che i lavoratori dipendenti si limiterebbero a mettere in moto.

Ora, si potrebbe pensare che un tale modo di considerare le cose appartenga a un passato da cui l’umanità ai nostri giorni si è infine, definitivamente, liberata. Purtroppo le cose stanno esattamente al contrario. Già nel momento in cui cominciava ad affermarsi il modo di produzione oggi divenuto dominante, Hegel constatava in modo critico che, con la crescente divisione del lavoro, nella società che noi chiamiamo capitalista, il lavoro dell’operaio si riduce a delle operazioni talmente ripetitive e meccaniche da poter essere sostituito da una macchina. Oggi l’ideologia dominante sostiene che i lavoratori in generale sarebbero divenuti o, al massimo, sarebbero destinati a divenire, in tempi rapidi, del tutto superflui quantomeno dal punto di vista economico. In altri termini, il destino dei lavoratori nella nostra epoca sarebbe quello di perdere del tutto la stessa funzione cui li riduceva la tradizione liberale classica di mero strumento di lavoro, perché tale ruolo sarebbe ormai svolto, o potrebbe essere esclusivamente svolto dalle macchine. Siamo quindi oltre Nietzsche, in quanto il lavoratore non è più ridotto a macchina, ma è reso obsoleto, superfluo e rottamabile proprio in quanto completamente sostituibile dalle macchine. Quindi, al lavoratore non resterebbe – secondo l’attuale ideologia dominante (liberale), ancora più potente di prima tanto da essere definita pensiero unico – nemmeno la funzione a cui lo riduceva Nietzsche, ossia “strumento di trasmissione” del movimento alle macchine, in quanto queste sarebbero ormai in grado di mettere in moto e gestire autonomamente, grazie alla intelligenza artificiale, il ciclo produttivo.

Questa ultima svolta epocale non avrebbe poi che ricadute positive, quanto meno dal punto di vista economico, in quanto le macchine sarebbero molto più produttive, efficienti, precise, affidabili e disponibili a farsi sfruttare degli ormai antieconomici e obsoleti lavoratori umani. Il dato di fatto inoppugnabile che questi ultimi continuano a essere impiegati, sarebbe da considerare una sorta di carità del moderno sistema economico compiutamente meccanizzato che, per non ridurre sul lastrico centinaia di milioni di lavoratori, continuerebbe a farli lavorare, sebbene siano un intralcio ai processi produttivi. Quindi, particolarmente assurda sarebbe la pretesa dei lavoratori di maggiori diritti, stipendi etc. in quanto a caval donato non si guarda in bocca. In altri termini, essendo ormai obsoleti i lavoratori dovrebbero soltanto essere grati del fatto di non essere stati ancora licenziati. D’altra parte, essendo ormai dei parassiti sociali, ogni riduzione dei diritti, dei salari e gli stessi licenziamenti andrebbero considerati non solo qualche cosa di naturale, ma di necessario, anzi qualche cosa di indispensabile al bene comune, dal momento che il peso di un numero così ampio di parassiti avrebbe costi sociali non più tollerabili.

Certo, si potrebbe sempre obiettare, che questa è l’ideologia dominante, che non ha fatto altro che portare sino alle estreme conseguenze un modo di considerare e presentare le cose che gli è proprio sin dalle sue più lontane origini con J. Locke nella seconda metà del diciassettesimo secolo. Il problema in realtà non è così semplice, perché proprio per la perdita di egemonia del marxismo, settori sempre più ampi dei lavoratori e, soprattutto, degli intellettuali che si considerano e definiscono di sinistra sono compiutamente assoggettati all’ideologia dominante. Tanto che proprio questi ultimi sono quelli che da anni, nel modo più esplicito, sostengono questi temi, a cominciare dalla fine del lavoro, dalla dissoluzione della classe operaia, dalla completa automazione del processo lavorativo che renderebbe obsoleta la forza lavoro. Anzi sono talmente pervasi dal pensiero unico da ritenere che la loro radicalità non consista in altro che asserire, in modo ancora più netto e inequivocabile, queste nuove verità rivelate. Tanto che diversi intellettuali che si considerano della sinistra radicale non solo sostengono da anni queste tesi, ma da brave mosche cocchiere del capitale, ritengono che siano il prodotto delle proprie capacità analitiche e predittive. Al punto che ritengono che l’elemento centrale e più attuale, non solo dal punto di vista della battaglia delle idee, ma anche dal punto di vista della battaglia sociale e politica sia rivelare queste verità ai lavoratori, ai quali sarebbero nascoste proprio dal capitale e dall’ideologia dominante. In quanto, se i lavoratori venissero a sapere che il loro sfruttamento non è più necessario, né utile dal punto di vista produttivo, ma servirebbe solo dal punto di vista politico e sociale per mantenerli subordinati, non solo smetterebbero di farsi sfruttare, ma anche di lavorare e di farsi dominare. Inizierebbe così quella rivolta mondiale che porterebbe non solo alla realizzazione della fine del lavoro, ma anche del dominio politico statuale. Ecco così che i veri rivoluzionari sarebbero coloro che si rifiutano di lavorare, pretendendo di riceve un reddito garantito dallo Stato, mentre i lavoratori dipendenti non sarebbero altro che utili idioti del capitale, che in ultima istanza manterrebbero in piedi il sistema ostinandosi a svolgere dei lavori ormai del tutto obsoleti e improduttivi.


[1] Riprendiamo queste preziose citazioni, oltre a notevolissime informazioni sulla concezione liberale dei lavoratori salariati, dal prezioso e attualissimo libro di Domenico Losurdo: Marx e il bilancio storico del Novecento, La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2009, in particolare alle pagine 36 e seguenti.

17/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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