Il Venezuela come lezione strategica

Viene affrontata dal punto di vista della politica intenzionale il rapimento di Maduro e la decapitazione del governo venezuelano. La debolezza della Cina nella sua proiezione economica nell’emisfero occidentale a sud degli Stati Uniti.


Il Venezuela come lezione strategica

La crisi venezuelana, così come emerge dagli avvenimenti analizzati, non rappresenta un episodio isolato, né una semplice operazione di politica regionale statunitense. Essa costituisce piuttosto una lezione strategica generale sul funzionamento del potere nel mondo emergente: un mondo nel quale la globalizzazione economica non garantisce più protezione politica e in cui le sfere d’influenza tornano a essere il principio ordinatore dei rapporti tra grandi potenze. Non un multipolarismo democratico, come qualcuno asseriva, ma un policentrismo fondato sui rapporti di forza.

L’operazione statunitense descritta, concentrata sulla cattura del vertice politico piuttosto che sulla distruzione dello Stato venezuelano, si inserisce perfettamente in questa logica. A mio personalissimo avviso,  non si tratta di una guerra totale, ma di una decapitazione selettiva, resa possibile non tanto dalla superiorità militare in senso stretto quanto da corruzione, infiltrazione e complicità delle élite locali. È una modalità d’azione che gli Stati Uniti padroneggiano da decenni e che conferma un dato essenziale: quando la classe dirigente di uno Stato è permeabile, la sovranità è già compromessa.

In questo quadro, il nodo centrale non è solo venezuelano, ma autenticamente globale. Il Venezuela diventa il teatro, una tappa, non l’oggetto ultimo dello scontro fra potenze. Il passaggio più rivelatore della narrazione riguarda infatti la Cina e il suo rapporto con il petrolio venezuelano, perché è lì che si manifesta in forma plastica il limite strutturale della potenza economica, nel caso specifico quella cinese, quando entra in collisione con una potenza marittima dominante. Per mesi, Washington ha messo in atto una sequenza di azioni preparatorie tipiche di una strategia di interdizione progressiva: sequestri selettivi di petroliere, accuse sistematiche di narcotraffico volte a criminalizzare il partner venezuelano, pressione navale crescente nei Caraibi, costruzione di un contesto giuridico e mediatico che rendesse “normale”, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, l’uso della forza contro il traffico energetico.

All’interno di questa intelaiatura compare un’immagine chiave: quella delle grandi petroliere cinesi, battenti bandiera cinese, che avanzano “a vele spiegate” verso il Venezuela, caricando petrolio pesante e navigando in apparente sfida al blocco statunitense. Non si tratta solo di una scelta logistica, ma di un gesto politico implicito: Pechino segnala di non riconoscere la legittimità di un embargo di fatto e rivendica il diritto di far valere contratti, investimenti e relazioni bilaterali. Tuttavia, proprio questa avanzata rende visibile il rischio esplicito di una crisi in mare aperto tra la US Navy e i tanker cinesi, cioè il momento in cui una controversia commerciale si trasforma in una questione di controllo dello spazio marittimo.

Washington non poteva tollerare oltre la presenza di petroliere cinesi nella zona e ha quindi operato per ridurla o eliminarla. Questa scena ha un valore simbolico enorme, perché cristallizza il punto esatto in cui l’economia incontra la forza. Da un lato, la Cina agisce secondo la razionalità del capitale: ha investito in Venezuela, ha costruito relazioni energetiche di lungo periodo, ha un bisogno strutturale di petrolio pesante per una parte delle proprie raffinerie. In questa logica, il diritto commerciale appare sufficiente a garantire continuità e sicurezza. Dall’altro lato, gli Stati Uniti rispondono con un linguaggio radicalmente diverso, che non passa per il mercato ma per la supremazia navale, l’interdizione fisica delle rotte, la capacità di sequestrare, deviare o intimidire. Questo tipo di azione potrebbe oggi estendersi alla navigazione commerciale cinese lungo le rotte asiatiche, creando una crisi di proporzioni inimmaginabili.

È qui che la sproporzione diventa evidente. La Cina può spedire navi, ma non può garantire il passaggio; può invocare contratti, ma non può imporne il rispetto; può mostrare bandiere, ma non è disposta, o non è ancora in grado, di trasformare quella presenza economica in una sfida militare diretta in un mare controllato da un’altra potenza. In questo punto preciso si rivela il limite della proiezione cinese extra-asiatica. La potenza economica globale non coincide automaticamente con la capacità di proteggere i propri interessi quando il conflitto si sposta sul terreno della coercizione.

Le petroliere cinesi in rotta verso il Venezuela diventano così più di un dettaglio operativo: sono il simbolo di una strategia che funziona finché nessuno decide di bloccarla con la forza. Quando ciò accade, il capitale cinese si scopre improvvisamente nudo, esposto, dipendente da equilibri militari che non controlla. Il Venezuela, da fornitore energetico, si trasforma nel luogo in cui questa verità geopolitica viene messa brutalmente in scena.

La sequenza degli eventi segue una catena causale lineare e istruttiva.
Il primo anello è l’avanzata delle petroliere cinesi verso il Venezuela, gesto insieme economico e politico, volto a segnalare che Pechino non intende rinunciare ai propri interessi energetici sotto pressione americana.
Il secondo anello è il blocco di fatto imposto dagli Stati Uniti, non formalizzato come embargo classico, ma reso operativo attraverso sequestri, minacce navali e dominio dei mari. In questo passaggio il commercio cessa di essere neutro e diventa un terreno di confronto di potenza.
Il terzo anello è lo shock strategico per Pechino: non tanto per la perdita immediata di una fonte di approvvigionamento, quanto per il messaggio strutturale secondo cui gli investimenti cinesi all’estero sono vulnerabili se collocati in una sfera d’influenza ostile. Il capitale cinese, da solo, non produce deterrenza.

Il quarto anello è il rafforzamento indiretto della Russia. Privata di una fornitura relativamente sicura di heavy crude venezuelano, la Cina è spinta a intensificare la cooperazione energetica con Mosca. La Russia offre ciò che diventa decisivo: forniture terrestri o costiere, rotte meno esposte all’interdizione navale, maggiore prevedibilità geopolitica. Senza intervenire in America Latina, Mosca raccoglie il dividendo strategico.

La vicenda venezuelana mette così a nudo, con particolare chiarezza, la differenza strutturale tra le due grandi potenze non occidentali. La Cina appare come una potenza commerciale globale, straordinariamente efficace nella costruzione di reti economiche, logistiche e finanziarie. Tuttavia, questa espansione resta in larga misura disarmata. Fuori dal proprio spazio regionale naturale, Pechino incontra limiti evidenti nella capacità di difendere attivamente tali reti quando vengono sottoposte a pressione coercitiva.

La Russia, al contrario, si configura come una potenza strategica e coercitiva: meno estesa sul piano economico globale, ma più abituata a operare in condizioni di conflitto diretto, interdizione e rischio. La sua forza non risiede tanto nella quantità degli investimenti esteri, quanto nella capacità di reggere scontri asimmetrici e di proteggere linee vitali. In altri termini, la Russia investe meno, ma è strutturalmente più preparata a difendere ciò che considera essenziale.

Da qui nasce il paradosso centrale. La crisi venezuelana, pur senza un intervento russo diretto, rafforza oggettivamente la posizione della Russia nel sistema multipolare. Essa costringe la Cina a riconoscere un limite che la strategia del solo capitale tende a rimuovere. Senza capacità coercitiva, l’influenza resta condizionata. Pechino è spinta a cercare copertura non nei mercati o nei contratti, ma là dove esiste una reale capacità di resistenza alla pressione occidentale.

La lezione finale è dura, ma difficilmente eludibile. Il Venezuela smaschera una delle illusioni centrali della strategia cinese: l’idea che il capitale possa proteggere se stesso. Porti, prestiti, contratti e investimenti non producono automaticamente sicurezza. Senza controllo delle rotte, senza capacità di coercizione e senza alleati locali disposti a rischiare fino in fondo, il capitale resta esposto come bottino potenziale.

Le petroliere cinesi fermate o minacciate da una marina ostile sono l’immagine perfetta di questa contraddizione: enormi, costose, indispensabili, eppure impotenti in un mondo che torna a funzionare per sfere d’influenza. Il capitale senza forza non è potere, è vulnerabilità. La Russia lo ha appreso storicamente; la Cina lo sta apprendendo ora, nei teatri lontani dal proprio spazio naturale. Nel confronto sistemico, vince chi sa reggere la coercizione, non chi si limita a finanziare la crescita.

Non è lontano il tempo in cui la Cina passerà alle vie di fatto per difendere le proprie rotte commerciali. Diversamente, se Pechino rinuncerà a difendere militarmente i propri traffici, questi resteranno vulnerabili e facilmente interdetti per lungo tempo.

07/01/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Orazio Di Mauro

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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