ArcelorMittal alza la posta: subito cassa integrazione per 3.500 operai

La multinazionale approfitta dello spegnimento dell’altoforno 2 ordinato dalla magistratura per cominciare la politica dei tagli


ArcelorMittal alza la posta: subito cassa integrazione per 3.500 operai

Il Tribunale di Taranto ha deciso: contro il parere della procura ha rigettato la richiesta di proroga dell’utilizzo dell’Altoforno 2 avanzata dai commissari straordinari. Subito l'azienda alza la posta nella trattativa con lo Stato e chiede la cassa integrazione, che però non sarà quella ordinaria ma straordinaria - un segnale inequivocabile di crisi strutturale dell’azienda - coinvolgendo non soltanto i 1.273 già in CIG ma ulteriori 3.727 addetti per un totale di 3.500 lavoratori. Senza spiegare quando inizierà la cassa e quando saranno silenziati gli impianti. Insomma siamo davanti allo strapotere padronale e all’impotenza dei sindacati.

Tremilacinquecento operai sono quasi la metà dell'attuale organico aziendale, i commissari straordinari impugneranno il provvedimento di chiusura dell'altoforno 2 ma il Tribunale del riesame prenderà una decisione nel migliore dei casi tra un mese. E nel frattempo che cosa accadrà? Una domanda di non facile risposta tenuto conto del ruolo passivo dello Stato e quello subalterno dei sindacati.

Nel frattempo ArcelorMittal ha già dichiarato di voler licenziare 4.700 operai solamente a Taranto dopo che il Governo ha deciso di revocare lo scudo penale promesso al momento della vendita dello stabilimento tarantino, scudo che avrebbe consentito alla multinazionale di evitare processi che la vedrebbero probabilmente soccombere. Ma quanto accade oggi a Taranto è già avvenuto in Belgio in un altro stabilimento di proprietà dell’azienda franco-indiana. Un operaio belga, intervistato dalle Iene, ha infatti dichiarato: “Hanno regalato a Mittal le quote di CO2 per produrre, ovvero i permessi per inquinare. E Mittal se le rivende in borsa, perché c’è un mercato di queste quote”. Siamo quindi in presenza di un lucroso business.

Il nuovo piano industriale prevede 4.691 esuberi, di cui 2.900 già nel 2020, con l’organico che passerà dai 10.789 occupati del 2019 ai 6.098 del 2023. Ovviamente dalle statistiche sono escluse le aziende dell'indotto dove gli esuberi potrebbero essere migliaia. I sindacati, dal canto loro, sono prevalentemente appiattiti su una posizione irricevibile, ossia subire lo scambio tra produzione inquinante e tossica con la salvaguardia dei posti di lavoro. Ci chiediamo come sia possibile che gli ultimi 50 anni di storia non siano fonte di insegnamento.

È ormai acclarato che il mondo sindacale, e non da ora, abbia accettato il baratto mortale tra posti di lavoro a discapito della salute e sicurezza, lo ha fatto in tanti altri momenti storici rinunciando a lottare contro produzioni nocive giudicando la tutela dell'occupazione il solo obiettivo da perseguire. Ma i posti di lavoro non sono stati comunque salvaguardati, i territori sono stati devastati, le multinazionali hanno avuto campo libero nell'accrescimento dei profitti. In pochi anni i salari e l'occupazione sono stati attaccati con incredibile ferocia mentre i profitti aziendali e i ricavi degli azionisti sono aumentati a dismisura. ha pertanto ragione l'operaio Belga a parlare di un lucroso business.

E lo Stato? Silente, restio ad intervenire a statalizzare produzioni per riconvertirle, una sorta di supina accettazione delle logiche del profitto. E i sindacati? In piazza per chiedere ammortizzatori sociali senza spendere una parola sulle produzioni inquinanti.

Il settore dell’acciaio da anni vive una crisi profonda e anche per questo motivo ArcelorMittal ha preso a pretesto la revoca dello scudo penale per abbandonare Taranto, dimenticandosi che il piano industriale presentato a suo tempo non prevedeva risorse sufficienti per rilanciare la produzione e men che mai a bonificare il territorio tarantino. Già nella primavera scorsa era palese che i tempi previsti per la bonifIca del territorio, la messa in sicurezza dell'altoforno e il rilancio della produzione non sarebbero stati rispettati. Ancora oggi, della bonifica non si vede traccia alcuna così come dei lavori previsti per l'altoforno 2.

Certo che quando nacque l'acciaieria, quasi 60 anni fa, lo Stato non dimostrò grande attenzione verso le ricadute ambientali. Impiantare una produzione del genere in quei luoghi doveva, fin da allora, indurre a qualche riflessione. Che non arrivò mai. Negli anni novanta, invece, sono arrivate le privatizzazioni, i vecchi boiardi di Stato si sono trasformati in privatizzatori, molti managers pubblici ben presto sono passati armi e bagagli ai privati facendo lievitare gli utili degli azionisti oppure hanno scelto di offrire i loro servigi alla Ue.

Nel 1995 l’acciaieria viene ceduta a una famiglia di industriali, la famiglia Riva, che non è mai intervenuta per la messa in sicurezza dell'impianto, anzi la manutenzione si è fatta sempre più carente acuendo i problemi ambientali, la stessa sicurezza sul lavoro è diventata a dir poco problematica come dimostrato dagli infortuni e dagli incidenti mortali. Così, Nel 2012, la magistratura manda in prigione, per disastro ambientale e reati connessi, la proprietà e i massimi dirigenti dello stabilimento, che nel 2013 viene commissariato.

Nel 2016-2017, al termine di una discussa gara sotto l'egida della Ue, arriva la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal anche se l'offerta migliore pare sia stata formulata dal gruppo concorrente di Acciaitalia, con protagonisti gli altri indiani di Jindal, gli industriali italiani Arvedi e Del Vecchio, assieme a Cassa depositi e prestiti. Ma Arcelor era arrivata con una richiesta ben precisa: la esenzione da ogni responsabilità penale per reati ambientali, quello che oggi viene definito “scudo penale”. Lo Stato, dal canto suo, aveva a sua volta richiesto l'attuazione di un piano di bonifica con abbattimento delle emissioni nocive.

A fine estate 2019 è evidente che il piano di bonifica non è mai stato realizzato, la produzione non è stata rilanciata, gli investimenti annunciati si sono persi per strada. E nel frattempo il business dell’acciaio è tramontato, il prezzo è diminuito tra il 10 e il 15 per cento, i margini di profitto sono crollati, il reddito operativo si riduce a 207 milioni dai 1.433 del giugno 2018. La crisi della meccanica e in particolare del settore automobilistico gioca un ruolo importante nel crollo della richiesta di acciaio, conviene di più importarlo che produrlo.

Se ne accorge anche una autorevole voce degli economisti moderati che ruotano attorno al centro sinistra, Francesco Lenzi, che solo poche settimane fa riportava quanto scritto dall’azienda: “le importazioni dei laminati a caldo nella Ue sono aumentate del 37 per cento dal 2017 e del 16 per cento rispetto all’anno scorso e risultano ancora in crescita. In Italia, le importazioni dalla Turchia di tale prodotto sono aumentate del 49 per cento dal 2018”.Per poi aggiungere: “Come se non bastassero la contrazione della domanda, le pressioni competitive delle importazioni e il rialzo dei prezzi delle materie prime, in poco più di un anno il costo delle quote Ue sulle emissioni di CO2 è cresciuto del 230 per cento, imponendo a carico dei soli produttori europei un onere ulteriore di 45 euro per tonnellata” [1].

ArcelorMittal ha avuto campo libero promettendo ciò che tutti sapevano non avrebbe potuto rispettare, poi è arrivata la crisi ambientale, lo scandalo che ha travolto le principali case automobilistiche e il crollo del prezzo dell'acciaio.

Ma di fronte all'aumento esponenziale di tumori e malattie, davanti a sentenze pronunciate dalla Magistratura, anche lo scudo penale è risultata una concessione troppo onerosa, la revoca dello stesso è stata l'occasione offerta su un piatto di argento per la fuga della multinazionale. Ma in questa vicenda il ruolo dello stato privatizzatore è stato devastante, incapace di analizzare il piano industriale presentato da ArcelorMittal e incapace di statalizzare l'impianto riconvertendolo a produzioni non nocive.

Un trionfo per il capitale.


Note:

[1] Francesco Lenzi, Perché ArcelorMittal vuole lasciare l’Ilva, 08.11.19

15/12/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Federico Giusti

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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