Ancora sul salario cosiddetto minimo

La necessaria riduzione dei costi dei capitali pagata dai lavoratori


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Al momento attuale non si capisce più se il progetto di legge sul “salario minimo” sia diventato merce di scambio politico, o se proseguirà effettivamente nell’originario proposito di aggiornamento del controllo statale del lavoro e del non lavoro. Per quanto emerge dalla stampa su cui apprendere le più recenti proposte del PD di marzo – a firma di Tommaso Nannicini – e dei 5S – a firma di Marco Palladino e Alessandro Zona – si punterebbe a una regolamentazione nazionale della contrattazione. Una delega ad una Commissione presso il Cnel dovrebbe poi stabilire i criteri di misurazione e certificazione della rappresentatività di sindacati e datori di lavoro, per i contratti collettivi di riferimento, separatamente per categoria. Naturalmente quando si nominano i sindacati è da intendere che questi partiti considerano solo “quelli più rappresentativi”, o confederali, cioè con esclusione di quelli minori che avrebbero stipulato “contratti pirata” con un salario minimo più basso.

Se qui non possiamo riportare tutta la storia che ha condotto alla formazione dei sindacati di minor rilievo – per questioni di spazio e di specificità tematica – possiamo però attestare l’ambiguità dei confederali nella loro istituzionalizzazione e accettazione di una pace sociale da salvaguardare, lasciando ignorata la generale iniquità predisposta per i lavoratori. Se l’obiettivo che il Pd cerca di perseguire è quello di dare valore legale ai minimi contrattuali, per cui bisogna ipotizzare più salari minimi che riguardino anche quelli che – come i rider – non hanno un rapporto subordinato, bisognerebbe che riconsiderasse anche il perché di un mercato del lavoro frantumato in uno sventagliamento di competenze diversamente remunerate, mansioni, tempi, contrattualità, false autonomie lavorative, ecc. pur di precarizzare e poter ricattare ogni settore lavorativo a favore dei capitali investiti e da investire ulteriormente, attrattivamente!

Se questo banalissimo retroscena sotto gli occhi di tutti interessasse chi ancora si autodefinisce di sinistra (partiti o sindacati, per non citare economisti, intellettuali, giornalisti che confondono salario con reddito!) si scoprirebbe la banalissima realtà già individuata da Marx due secoli fa, per cui ai capitali, prevalentemente in periodi di crisi, occorre soprattutto ridurre i costi del lavoro per riappropriarsi di profitti in deficit di accumulazione, altrimenti insufficienti a sostenere la concorrenza internazionale.

L’ipotesi poi di comminare multe ai datori di lavoro – da 1.000 a 10.000 euro – qualora non rispettassero i minimi tabellari (sembra che l’11% dei lavoratori occupati, soprattutto se a tempo determinato, risulti sottopagato rispetto a questi minimi) appare risibile se non si accompagna a un sistema di controlli efficiente, appositamente mai realizzato. Quando poi si passa a considerare i lavoratori agricoli di cui almeno 1/3 non dispone di un minimo stabilito, proprio perché soprattutto nel sud si lasciano spadroneggiare mafie e caporalato quali istituzioni al profittevole mantenimento della miseria – oggi peraltro redistribuita su tutta una forza-lavoro immigrata deliberatamente privata di ogni diritto –, si fa credere di poter legalizzare questo minimo senza prioritariamente eliminare l’arbitrio e l’abuso padronale. Il lavoro stagionale, saltuario, intermittente o a tempo parziale, magari anche scomparso dalle statistiche perché in nero, è quasi sempre soggetto a percepire una remunerazione evaporata nelle mani dei mediatori o nella elusione di legge, sia in merito al conteggio delle ore lavorate sia nella quantità del denaro spettante.

Questa forma sotterranea, non casuale e mai eliminabile di fatto, è per l’appunto complementare a quella salariata legalizzata e negata sul piano giuridico e ideologico, tutt’al più mitigabile con normative palliativo come il salario minimo. Questo furto di lavoro ha però bisogno di una copertura politica per proseguire indisturbato. E viceversa. Avere infatti la forza di combattere quelle centrali del malaffare capitalistico significherebbe riuscire a fare a meno dei voti da queste ultime organizzati, in base al patto politico segreto nella collusione del reciproco vantaggio “democratizzato”. Un impegno governativo di bonifica dalle mafie, infatti, oltreché suicida per il potere attuale, sarebbe gravoso e necessariamente radicale; quindi basta che risulti credibile una chiacchiera di 9 euro netti di minimo salariale (di contro ai 9 lordi dei 5S), in cui non è nemmeno chiaro se siano compresi anche ratei di ferie, tredicesima e Tfr, che spenga per un po’ almeno la rabbia sociale e sopisca la conflittualità reale ineliminabile fino alle prossime elezioni.

Non occorre entrare nelle argomentazioni giustificatrici, soprattutto da parte dei 5S che promuovono il provvedimento di legge, per capire che alla generalità dei lavoratori non può venire alcun vantaggio da questa sorta di pezza, proposta a copertura della disoccupazione crescente, della crisi perdurante, di un lavoro nero che potrebbe incrementare senza freni, senza considerare una potenziale uscita dai ccnl (contratti collettivi nazionali per il lavoro) per la perdita di competitività aziendale che risulterebbe da un aumento dei loro costi. Un minimo imposto sarebbe appunto un incentivo ad abbassare i salari e le tutele, favorendo ulteriormente sottoccupazione e disattesa continua dell’articolo 39 della Costituzione. L’aumento inoltre della decisionalità dell’esecutivo, certo dopo consultazione delle parti sociali preordinate, degli esperti e anche della Commissione (Cnel) esternalizzata, esprime con chiarezza la necessità capitalistica di calare dall’alto un provvedimento che appaia come limite allo sfruttamento, mentre invece può funzionare da volano per generalizzarne la fruibilità, assolutamente fuori controllo da parte dei lavoratori, proprio nel rispetto formale della legge!

Senza proseguire oltre nel commentare le proposte di legge è qui più utile capire bene cosa sia il salario prima di parlare esclusivamente del suo minimo da legalizzare. Se ancora qualcuno si discostasse dalla menzogna usuale del sistema di comunicazione dominante, capirebbe che ai lavoratori occorrerebbe richiedere – e lottare per ottenere – una corresponsione piena del valore della forza-lavoro e non minima, proprio in quanto già esistente come media per tutta la classe. Il salario corrisposto poi non va inteso come si è abituati a credere come “busta paga” individuale, ma come quota di denaro investito nella compravendita della forza-lavoro dell’intera classe lavoratrice – cioè capitale – solo per ricavarne una quantità di denaro maggiore da appropriare privatamente, cioè escludendo o privando proprio quella classe lavoratrice che ne ha prodotto la possibilità di incremento. L’unica condizione che si ha di accesso al salario, ovvero di trovare un’occupazione, è quella di determinare un guadagno sicuro a vantaggio unicamente di chi compra questa merce – la forza-lavoro.

Se in questo sistema non si è utili al guadagno altrui, la forza-lavoro non ha valore e di conseguenza il suo portatore in carne e ossa rimane privo di sostentamento, nella indifferenza dovuta a uno stato di infruttuosità. A questo dato economico lo Stato tenta di rimediare proprio con l’istituzione di un salario minimo e di un reddito di cittadinanza solo per il dilagare di un impoverimento pericoloso perché potenzialmente destabilizzante. Eliminando il rapporto lavorativo, nel secondo caso, viene eliminato il fondamento della mercificazione della forza-lavoro e pertanto del conflitto sociale, sostituendolo con una temporanea elargizione di sussistenza fino all’acquisizione di un lavoro purchessia e soprattutto a qualunque condizione. Una linea continua collega il liberismo, sin dai tempi di Cavour che individuava nella carità legale la stabilità di un ordine sociale, nel controllo statale del lavoro e non-lavoro dietro i nomi di Giugni, Prodi, Treu, Biagi, Mastella, le Agenzie per il lavoro fino a Di Maio con l’espediente dei “navigator”. Quando il pauperismo diventa permanente, e non più intermittente, al capitale conviene aumentare la precarietà a un più alto tasso di sfruttamento e viene acuita la spaccatura tra occupati e non, ovvero si disconosce l’unità sostanziale di una popolazione come stabile esercito di riserva lavorativa, per inficiarne la potenziale crescita coscienziale di poter porre fine alla propria subalternità distruttiva. Nessuna legge può garantire salari e/o redditi e, nel migliore dei casi, “l’abolizione della povertà” dal balcone di Palazzo Chigi a Roma può solo far sorridere chi ne abbia ancora voglia.

Il salario comprende sia una parte diretta che appare come prezzo del lavoro, la cosiddetta busta paga da spendere per l’acquisto di beni di sussistenza per riconvertirsi in forza-lavoro, ma che mostra l’opposto del rapporto reale, il cui solo fine è ottenere valore prodotto non pagato; sia una parte indiretta destinabile alla pubblica utilità (scuole, ospedali, strade, trasporti, ecc.); sia infine una parte differita che riguarda pensioni e Tfr. Si tratta quindi di una relazione sociale che ingloba e mantiene tutte le diseguaglianze necessarie alla sopravvivenza e riproduzione di questo sistema, in cui quindi è indispensabile la simulazione continua dell’eguaglianza, dell’equità e della giustizia. Giuridicamente il rapporto di scambio tra eguali nella compravendita della forza-lavoro è però fittizio nella realtà: il lavoratore che la vende è oggettivamente dipendente dalle condizioni imposte (contrattualmente o meno) dal compratore. Non può partecipare alla proprietà in termini decisionali, meno che mai determinare i prezzi delle merci in quanto dipendenti dalle condizioni di mercato, arbitrariamente gestite da multinazionali, oligopoli, capitalisti anche singoli. Questa dipendenza la si può constatare nella imposizione di ridurre salari e occupazione.

Solo in Toscana quasi 8.000 lavoratori sono attualmente a rischio licenziamento, a Figline Valdarno, Firenze, Piombino, Siena, Pisa, Volterra, Pontedera, ecc. Quando il capitale non riesce più a vendere le merci prodotte in eccesso, e quindi a realizzare quella quota di valore pagato e non pagato (valore e plusvalore), la riduzione dei costi diventa la risorsa principale per uscire dalla sua crisi. Licenziamenti dunque e aumento del lavoro gratuito obbligato (pluslavoro), sottopagato, reddito eroso fino alla diminuzione e/o deterioramento dei servizi sociali (il cosiddetto stato sociale), alla rarefazione pensionistica, oltre all’onere di sostenere la disoccupazione indotta attraverso gli aumenti fiscali sono perciò la realtà che viviamo, per il mantenimento coatto del sistema di rapina del lavoro. Non dai profitti ma dai salari si vanno a cercare infatti i fondi per il reddito di cittadinanza. Non ci si deve inoltre far ingannare dall’aspetto esteriore del salario come prezzo in denaro della forza-lavoro o salario nominale, con questo si riesce infatti a deprezzare la capacità d’acquisto del salario reale, programmando anche processi inflattivi soprattutto nei periodi di crisi. Il salario va poi commisurato anche alla quantità di ricchezza prodotta: se i profitti aumentano in misura molto maggiore dei salari, pur rimanendo stabile il salario reale – cioè la quantità di merci acquistabili -, relativamente questo diminuisce rispetto a potenzialità maggiori di acquisto sociale.

Il salario diventa reddito per il lavoratore solo per una quota di esso, denominato lavoro necessario, in cui la quantità monetaria ricevuta ripaga solo la quantità di mezzi di sussistenza necessari a riprodursi come forza-lavoro, e destinata a dileguare come denaro. Non tutto il lavoro erogato quindi viene pagato: la quota eccedente il lavoro necessario altrimenti dichiarato come superfluo è reso gratuito e costituisce appunto la natura, l’origine o l’“arcano” del profitto. La capacità produttiva del capitale risiede perciò soltanto nella gestione e organizzazione della forza-lavoro comandata, combinata con tutti gli altri fattori produttivi, innovazione tecnologica inclusa. Quindi è produttiva, creatrice di ricchezza solo la forza-lavoro come classe, ora anche dipendente dal funzionamento delle macchine appropriate dai capitali unitamente alla scienza sociale, ma di tutta la ricchezza prodotta di cui è storicamente espropriata riceve mediamente solo il “minimo” per riprodursi nella sua funzione subalterna. Quando si parla di aumentare continuamente la produttività del lavoro bisogna subito intendere che ci si riferisce ad un aumento coercitivo del tempo lavorativo degli occupati (maggiore intensità e condensazione, minori porosità), ovvero maggiore sfruttamento o pluslavoro, ma non aumento di lavoro erogato da prezzare individualmente. Lavorare di più e maggiori sacrifici (riduzione salariale, eliminazione della scala mobile, indicizzazione al ribasso) sono continuamente imposti per scoraggiare dalla difesa del potere d’acquisto, concordare con le “compatibilità” con le leggi di mercato o con i “margini di operatività” delle imprese. Concludendo, capire che i fini governativi costituiscono un ulteriore passo per bloccare ogni rivendicazione di equiparazione remunerativa almeno al costo della vita, è fondamentale per la sopravvivenza di quella dignità e di tutti gli altri diritti costituzionali che vengono calpestati, ignorati e negati anche da chi si dichiarava a favore dei “cittadini”, cancellandone così tutte le diseguaglianze di classe per mantenerle funzionali.

10/08/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Carla Filosa

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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