Alan Freeman e la pianificazione nell’era dell’informazione

La pianificazione economica è più efficace e più democratica del libero mercato. Alcuni spunti per una teoria della pianificazione adeguata alla attuale società informatizzata.


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Il presente articolo riassume e commenta un’esposizione di Alan Freeman di cui sono disponibili le slide qui. Freeman è un economista marxista inglese che ha dato un notevole contributo alla interpretazione della teoria del valore di Marx ed è uno dei padri della TSSI (Temporal Single System Interpretation). La sua esperienza non è solo di tipo accademico. Negli anni 80 ha implementato il sistema di comunicazione per la produzione "just-in-time" di Sony. Più recentemente, nel corso del mandato di Ken Livingstone e fino al 2011, ha lavorato alla Greater London Authority, l’autorità che amministra Londra sotto la guida del Sindaco e dell’Assemblea, preposta all’elaborazione di un piano per la città. Ha quindi conoscenze dirette dei piani economici e nella sua esposizione propone alcune idee per una nuova teoria della Pianificazione. Attualmente è attivo nel Gruppo di ricerca sull’economia geopolitica all’Università di Manitoba. Iniziamo illustrando i punti salienti della sua esposizione.

Pianificazione, perché abbiamo bisogno di una teoria.

In genere la pianificazione economica viene identificata con l’esperienza dell'economia sovietica. La disinformazione regnante in merito in Occidente trae origine da questo fraintendimento.

Che la pianificazione spaventi i capitalisti è normale, perché interferisce con il loro portafoglio. Che venga derisa dagli economisti neoclassici, dipende probabilmente dallo stesso motivo, vista la loro funzione apologetica del capitalismo. Essi affermano che non solo è oppressiva delle libertà ma anche inefficace. Infatti ritengono – si veda per esempio Hayek – che solo il mercato è efficiente e libertario perché recepisce e coordina i bisogni degli individui (per loro esistono solo gli individui, non le classi), fornendo loro le risposte più adeguate.

Freeman mostra che in realtà la pianificazione si è dimostrata nei fatti più efficiente del mercato e che in linea di principio è più democratica e offre maggiori libertà, perché frutto di decisioni consapevoli collettive e non di meccanismi automatici o di scelte di esclusiva competenza di chi ha il potere economico.

Naturalmente dipende dal metodo con cui vengono deliberate queste scelte. Si può avere una pianificazione oppressiva come si può avere un mercato oppressivo. Tuttavia non si scappa: per realizzare il pieno potenziale di emancipazione degli esseri umani abbiamo bisogno della pianificazione e quindi di una teoria della pianificazione.

Per prima cosa occorre sfatare alcuni miti.

Mito n.1 - Il mercato funziona meglio della pianificazione

A questo proposito viene proposto il seguente grafico che mostra il Pil pro capite a parità di potere d’acquisto (PPI), la misura che anche le autorità europee concordano sia la più corretta in quanto non risente delle fluttuazioni dei cambi.

Pil pro capite a parità di potere di acquisto (PPP) dell’Urss e dei paesi del “Sud” in percentuale di quello dei paesi del “Nord”

___ URSS ___ Sud

Dal grafico si vede che il Pil pro capite dell’URSS era pari all’80 per cento di quello del Nord e quattro volte quello del resto del Sud preso globalmente ed è aumentato dal 1950 al 1986 mentre quello del Sud cadeva. Dopo la terapia d’urto e l’introduzione del mercato è crollato al livello dei paesi del Sud.

Mito n.2 - il Nord è ricco perché non pianifica

Contrariamente alle opinioni più diffuse la pianificazione è presente e operante ovunque. Alla Greater London Authority, per esempio, doveva essere prodotto, per legge, un piano. Ma anche tutte le grandi imprese pianificano minuziosamente. Il settore della logistica automatizzata è diventato un’importante "forza produttiva" e al centro di questa rivoluzione vi sono i moderni metodi computazionali.

Quindi le imprese private pianificano. Allora perché non dovrebbe farlo la società? La pianificazione sociale è solo un altro modo di denominare il controllo democratico della vita e della società. I neoclassici, quando si oppongono la pianificazione, non lo fanno nei confronti di quella privata e neppure della pianificazione in sé, ma nei confronti del controllo democratico degli investimenti, perché ciò significa espropriare i grandi gruppi economici di una cospicua parte del potere decisionale.

Mito n.3 - la pianificazione interferisce con la libertà

Dobbiamo interrogarci sui motivi del discredito generalizzato verso la burocrazia. Esso non ha a che vedere con la riduzione della libertà, continuamente sbandierata. La vera causa è che a un uomo, il burocrate, viene attribuito il potere su altri uomini e che ciò può essere fonte di corruzione, abusi, privilegi, ecc. Quindi il vero problema è dotarsi di regole che impediscano ciò.

Perché non dovrebbe essere regolata l’economia? Tutti riconosciamo che ci debba essere una regola che stabilisca il lato di marcia di un’auto e renda esigibile questa regola. Nessuno si lamenta di ciò. Tutt’al più qualcuno può lamentarsi dell’eventuale comportamento inappropriato dei vigili preposti a farla rispettare. Così pure nessuno pensa che le auto a guida automatica ridurranno la nostra libertà. Se davvero le persone ritenessero che essere sostituiti alla guida ci privi della libertà, non si capisce perché i ricchi assumano gli autisti. Allo stesso modo non dovrebbe esserci motivo di opporsi se una macchina opportunamente programmata prendesse il posto del burocrate.

Allora il modo migliore per ridurre la burocrazia non è il mercato ma lo sviluppo dell’automazione, purché venga deciso democraticamente il tipo di automazione necessario, il corretto rapporto fra macchine e uomini e gli obiettivi da perseguire. Il compito della moderna teoria della pianificazione è proprio questo. Detto in altri termini, il controllo democratico dei "mezzi di amministrazione"

Mito n.4 - la pianificazione è troppo complicata

Il "dibattito sul calcolo socialista" partiva dal presupposto che la pianificazione consistesse nel controllo minuzioso di ogni aspetto della società e di ogni movimento di beni. Ma può non essere così. L’essenziale è tradurre gli obiettivi sociali ed economici generali in regole che governino la condotta sociale e indirizzare gli investimenti verso quelle attività che necessitano di interventi su vasta scala per raggiungere quegli obiettivi. Per esempio, il Comune di Londra a suo tempo decise di potenziare il trasporto pubblico. I mezzi per raggiungere questo obiettivo furono individuati nella tassa di congestione, volta scoraggiare il trasporto con auto private, nella dotazione di più autobus e nella costruzione di più linee sotterranee e ferroviarie, nell’introduzione di tariffe agevolate per anziani e giovani. Furono raccolti 30 miliardi di sterline per il “Crossrail”, un collegamento ferroviario ad alta velocità.

Per fare tutto ciò non era necessario entrare nel dettaglio di ogni viaggio. Erano necessari invece il consenso sociale, buone pratiche e un sacco di soldi.

Lo sviluppo non pianificato di Londra

Possiamo invece toccare con mano quanto sia stato “efficiente” il mercato nel regolare lo sviluppo non pianificato di Londra. Tra il 1983 e il 2000, la popolazione di Londra è cresciuta di 2 milioni di unità ma non altrettanto le dotazioni di case, di nuovi servizi di trasporto, di scuole di ospedali ecc. La Thatcher sosteneva che ci avrebbe pensato il "mercato", ma le cose sono andate diversamente.

Investimenti e utenti nella metropolitana di Londra

___ Numero dei viaggiatori ___ Investimenti
Fonte: 'Planning for London's Growth', il primo piano di sviluppo economico del GLA

La pianificazione nell’economia moderna

Il passaggio fondamentale è verso un’economia di servizi automatizzata. Mentre assistiamo alla crescita continua del settore dei servizi, viene falsificata dall’evidenza la cosiddetta fine del lavoro.

La strana non sparizione del lavoro

Elementi di un’economia pianificata democratica

Freeman conclude elencando gli elementi e gli obiettivi essenziali di una pianificazione democratica. Citiamo testualmente:

  1. Investire nel capitale sociale per favorire la collaborazione.
  2. Salari dignitosi, assistenza sociale, salute, istruzione e cultura.
  3. Creare una forza lavoro sana, produttiva e che gode della vita.
  4. Economia creativa e scientifica come motore della crescita.
  5. Un'infrastruttura che supporta gli uomini.
  6. Un’edilizia armoniosa e un ambiente naturale.
  7. Energia pulita.
  8. Infrastruttura: alloggio, trasporti, scuole.
  9. Controllo democratico dei mezzi di amministrazione.
  10. Automazione, automazione, automazione.
  11. Un sistema di regolazione guidato da norme.
  12. Controllo trasparente e democratico delle norme.
  13. Sfruttare internet per emancipare i cittadini.

Sul fatto che gli investimenti siano il traino dello sviluppo, ci sono poche obiezioni. Tuttavia Freeman propone il seguente grafico, assai eloquente.

Investimenti in % del Pil

Fonte: UNStats e Banca Mondiale: calcoli dell'autore
La ex Unione Sovietica / Russia non è stata riportata
"Altri industrializzati" = Regno Unito, Canada, Ocea

Conclusioni

Veniamo ora ad alcune riflessioni su questo lavoro che considero un utile contributo alla discussione sulla pianificazione e alla corrispondente teoria. Senza dubbio la pianificazione, anche quella di tipo sovietico, ha mostrato grande efficacia nella fase iniziale di arretratezza. In URSS, per esempio, nel giro di pochi decenni, e nonostante le continue devastanti aggressioni subite, si è passati dalla miseria a essere la seconda potenza mondiale. Tuttavia nelle economie più sviluppate, quando non c’è da programmare la produzione di pochi beni essenziali, ma i bisogni divengono assai differenziati e c’è maggiore complessità, ha funzionato meglio – si veda l’esempio della Cina – una pianificazione più flessibile, dove si controllano alcuni settori strategici e i servizi essenziali, lasciando spazi al mercato e al capitalismo.

Questo sul piano dell’efficacia. Tuttavia sul piano dei rapporti fra le classi, non mi sentirei di escludere i rischi che i capitalisti (accolti anche nel Partito Comunista Cinese) conquistino progressivamente peso ed egemonia e comunque, permanendo rapporti di produzione di tipo capitalistico, permangono anche lo sfruttamento, l’alienazione, il feticismo della merce ecc. E anche questo mi sembra un fenomeno difficilmente contestabile. Serve quindi in queste situazioni grande vigilanza e una costante lotta di classe il cui esito finale non mi pare scontato.

Peraltro, l’enorme potenziamento delle capacità di calcolo, l’uso ormai diffuso dell’intelligenza artificiale ecc. dovrebbero permettere, anche nelle economie molto articolate e complesse, di accrescere progressivamente il ruolo della programmazione e di sottrarre spazi al capitale. Tanto più che il raggiunto livello economico consentirebbe di fare a meno dei capitali stranieri. In Cina, per esempio, dopo la fase di apertura ai capitali stranieri, necessaria per compiere compiere un prodigioso balzo in avanti, si è iniziato a esportare capitali e non è più così pressante la necessità di fornire le condizioni per attrarli, cioè permettere loro di fare profitti.

Quindi aggiungerei alla “automazione, automazione, automazione” lotta di classe, lotta di classe, lotta di classe.

02/06/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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