Sotto l’ombra di un bel fiore

Dalla rete metallica di confine è stato contrabbandato di tutto. Un territorio coinvolto nel tempo della Resistenza e anche negli anni del terrorismo. Ne parliamo con Cecco Bellosi, scrittore.


Sotto l’ombra di un bel fiore

COMO – CANTON TICINO. Chi dice ai giovani ‘dovete pensare a destra’ è di destra, chi dice ai giovani ‘non dovete pensare affatto’ è di destra, chi dice ai giovani ‘quel che pensate è indifferente’ è di destra, chi dice ai giovani quello che pensa aggiungendo che potrebbe esserci qualcosa di sbagliato è forse di sinistra. Mentre in Italia e in altri Paesi europei siamo sommersi dall’ipocrisia di chi governa, tra Como e Varese si incontra, arrugginita, la “ramina” che in dialetto ticinese definisce la rete metallica costruita dagli italiani. Una lunga storia, risale al 1890, quando si mise il primo tratto per bloccare il contrabbando.

Una lunga storia che ci racconta tante cose, le vicende del confine tra i due Stati. Il confine politico che era segnalato, dal 1559, con i cippi tra il Ticino e il ducato di Milano. Il confine fragile e valicabile con facilità, già dai tempi in cui da queste parti erano insediati i romani. Perciò i buchi che si intravedono nella ramina ci sono sempre stati. E qualcuno dice che ci saranno sempre, perché gli scambi illegali convenienti all’una o all’altra parte fanno parte della storia. Sempre molti occhi si sono chiusi.

Personaggi di questa storia sono stati spalloni, bracconieri, contrabbandieri, guardie di finanza e di confine, esercito, esuli politici, migranti e passatori, rapinatori: protagonisti di animazione di questi luoghi, descritti da poeti, disegnati da pittori, cantati da Davide che si è cambiato il cognome di menestrello da Bernasconi a “Van De Sfroos”.

L’ex comandante delle guardie di confine ticinesi Fiorenzo Rossinelli ha sorvegliato la frontiera, dieci anni fa è andato in pensione e ha cominciato a occuparsi di studi e ricerche sul confine, presto pubblicherà un libro.
Rossinelli ha vissuto  il contrabbando industriale, quando attraverso le cosiddette piste Ho Chi Minh passavano sigarette e beni di lusso verso Italia, carne e alcolici verso la Svizzera. Ci fu il tempo della “grande migrazione”, quella spinta dalla guerra nella ex Jugoslavia: oltre 50.000 profughi. Ancora, l’afflusso di capitali italiani verso la Svizzera, già negli anni ’60.

Ancora oggi il confine ticinese è sotto osservazione, un corridoio sensibile, da qui transita l'asse autostradale e ferroviario più importante del Paese, dunque clandestini, merci e contanti, droga e armi, persone ricercate, merce falsa. Globalizzazione e integrazione europea, con accordi bilaterali e di Schengen, sono presenti anche qui.

Un testimone con cui è bello parlare, di episodi legati alla Resistenza e agli anni settanta del novecento, è Cecco Bellosi, scrittore. “Sotto l’ombra di un bel fiore” è l’ultimo libro di Cecco, un romanzo che riscopre e narra la storia di due partigiani, Pedro e Paolo, come conosciuti dall’autore. Bellosi ha voluto stabilire una cornice storica degli eventi della Resistenza, che spesso sono stati dimenticati.

Cecco sente aria di sconfitta storica e un sogno di dopoguerra infranto. Cerca di risvegliare anche per noi la speranza ricordando quello che guidò i partigiani. “Oggi c’è bisogno di navigare contro corrente” ci dice lo scrittore sul motivo per cui ha scelto questo tema per il suo libro.

Con Cecco Bellosi l’incontro tra coetanei ormai settantenni si può ridurre a bei ricordi degli anni settanta, un passaggio nella nostra storia personale e collettiva. Perciò rammentiamo i quasi quotidiani volantinaggi fuori dalle fabbriche, le manifestazioni e i cortei nelle piazze milanesi. E poi non dobbiamo dimenticare le azioni al confine svizzero e gli anni in carcere per la scelta della lotta armata. Arriviamo al 1992 quando Cecco uscì da San Vittore, dopo essere stato anche in altre carceri dure italiane, scegliendo di dedicarsi all’accoglienza di tossicodipendenti, di persone con problemi di alcol e droga, ex detenuti o ancora detenuti in regime di semilibertà.

A Olgiasca di Colico, sulla sponda lecchese del Lago di Como, e in altre comunità sparse per la Lombardia Cecco continua a impegnarsi per l’associazione “Il Gabbiano”, ormai da trent’anni. Abbandonò la lotta armata, arrivò qui in regime di semilibertà, ci è rimasto e adesso coordina l’organizzazione. Come maturasti la scelta?

R. Oltre all’impegno politico totalizzante, negli anni Settanta ero attivo nel lavoro sociale, già allora con l’idea che cambiamenti e trasformazioni si innervano nel tessuto sociale, soprattutto in anni in cui il noi dello stare con vinceva sull’io dell’egoismo e della solitudine forzata. Quando sono uscito in semilibertà dal carcere ho avuto l’opportunità di poter lavorare in comunità: un impegno che mi ha preso e che mi coinvolge ancora oggi.

D. Parlami delle caratteristiche di queste case di accoglienza dove sono ospitati anche carcerati.

R. “Il Gabbiano” oggi ha una dimensione sociale più ampia rispetto alle dipendenze. Oltre alle persone tossicodipendenti, accoglie uomini e donne malati di Aids, minori in difficoltà, persone e famiglie con problemi abitativi, uomini e donne richiedenti asilo, anche con bambini, secondo i criteri della buona e della micro-accoglienza. Poi abbiamo in atto iniziative di radicamento sociale nei diversi territori in cui siamo presenti con le nostre proposte di comunità accoglienti e non espulsive. Come sempre, siamo salmoni che vanno controcorrente. Per quanto riguarda l’ospitalità ai detenuti, è stata una scelta fatta propria dal Gabbiano per maturare spazi di libertà. Accogliamo oltre cento detenuti all’anno in misura alternativa e le proposte sono, dentro una dimensione di vita comunitaria, la ricerca e la costruzione comune di strumenti e di opportunità di inserimento sociale. In un’atmosfera di regole di convivenza condivise e non di imposizione.

D. Torniamo indietro qualche anno. Tu avevi i bei sogni del sessantotto, scegliesti a Milano Potere Operaio, poi arrivasti alle Brigate Rosse, fosti arrestato e incarcerato per 12 anni. Vuoi ricordare la logica del tuo percorso?

R. La logica del mio percorso è stata tutta interna a quegli anni. Poi il Settantasette è stato una linea di discrimine, in cui la repressione ha portato da una parte al riflusso nel privato, dall’altra alla fuga nell’eroina e, dall’altra ancora, alla scelta della lotta armata. A quel punto, la più coerente di tutte.

D. Nel 1971 a margine di Potere Operaio si costituì “Lavoro Illegale”, una struttura segreta che scelse di sostenere la lotta armata, si legò ai GAP di Giangiacomo Feltrinelli. Il gruppo d’azione assaltava banche e furgoni portavalori per l’autofinanziamento. Tu aiutasti Feltrinelli a scappare in Svizzera. Che ricordo hai dell’uomo Giangiacomo Feltrinelli e della sua scelta negli anni settanta?

R. Giangiacomo Feltrinelli è stato tra i pochi a realizzare subito la gravità dei tentativi di colpo di stato e della strategia, dei fascisti e dello stato, dello stragismo. E il compagno Osvaldo, questo era il suo nome di battaglia, ha costruito i GAP come primi nuclei di resistenza. Aveva visto lungo, in un’ottica difensiva. Sul piano personale, il mio rapporto con Giangiacomo, che vedevo tutte le settimane, è stato quello di un’amicizia delicata e intensa. La sua morte mi e ci aveva addolorato in maniera indelebile.

D. Tu e altri non seguiste Toni Negri e Autonomia Operaia, sceglieste subito le Brigate Rosse, la Colonna Walter Alasia. Cecco Bellosi, ex terrorista, ha fatto i conti con le scelte del suo passato. Ti collochi con chi, come Barbara Balzerani e altri, ha ammesso la sconfitta senza rinnegare la scelta fatta? Adesso, dopo oltre vent’anni di libertà, con un consolidato impegno sociale di accoglienza, la tua risposta può essere condizionata?

R. A metà degli anni ottanta, nel buio delle carceri speciali, ma non perché ero in carcere, ho realizzato che la nostra esperienza era terminata e che era terminata con una sconfitta politica prima che militare: basta pensare al fatto che le organizzazioni della lotta armata si sono asciugate, senza più passaggi generazionali. Non siamo riusciti a dare una dimensione collettiva alla sconfitta. Per quanto mi riguarda, che mi sono sempre battuto per l’amnistia, sono uscito dal carcere per fine pena, non avendo chiesto nulla che non fosse la misura alternativa della semilibertà, prevista dalla normativa per tutti detenuti. Lavorare oggi in comunità non mi condiziona, anzi: molti detenuti conoscono e rispettano la mia storia e questo, in una qualche misura, facilita le relazioni. La lotta armata, che non ho mai chiamato terrorismo - noi non siamo stati terroristi - è stata una parte importante della mia vita che mi appartiene. Non accetto il termine terrorista perché terroristi erano gli altri, quelli delle stragi impunite e dei loro protettori e mandanti. Forse bisogna anche riprendere a dare alle parole il loro senso, come Anni di Piombo, un film sulla violenza dello Stato, non delle organizzazioni della lotta armata. Ma in Italia sembra impossibile poter discutere di quegli anni: vige solo la condanna a vita e oltre nei nostri confronti.

E, aggiungo io, la paura che produce l’iniquità di chi da un elaborato documento di appoggio poetico a un governo empio attende la salvezza, di chi non attende salvezza, ma dovrebbe almeno imparare a leggere la storia.

07/09/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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