Lenin vs il riformismo - II parte

Proseguendo nella denuncia da parte di Lenin dei sette peccati capitali del riformismo di destra e dell’opportunismo di sinistra, affrontiamo la seconda parte della sua critica al riformismo


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Segue da: “Lenin vs il riformismo

3.1) Il riformismo II parte

Come ricorda a ragione Lenin, Marx ed Engels hanno sempre dovuto combattere una battaglia su due fronti opposti: contro il riformismo e contro l’estremismo. Perciò, ad esempio, “essi incitavano con particolare insistenza i socialisti anglo-americani a fondersi con il movimento operaio, a sradicare dalle loro organizzazioni lo spirito settario e incallito. E ai socialdemocratici tedeschi insegnavano con particolare insistenza: non cadete nel filisteismo, nel ‘cretinismo parlamentare’ (..), nell’opportunismo da intellettuali piccolo-borghesi” [1]. Riformismo di destra ed opportunismo di sinistra sorgono incessantemente, a parere di Lenin, dall’ipostatizzazione di una delle diverse fasi che attraversa il movimento operaio. Da una parte si unilateralizza il momento della lotta per il programma minimo, scambiando le riforme “per una realizzazione parziale del socialismo” [2]. Del resto il proletariato è attorniato e necessariamente condizionato dal semi-proletariato, da contadini di diverse specie, da artigiani e micro borghesi con cui è necessario stabilire accordi per poter sviluppare un blocco sociale antagonista, capace di contendere il potere al blocco dominante. Tale politica delle alleanze deve essere volta però – cosa che i riformisti puntualmente omettono – a elevare la coscienza proletaria. Per dirla con Lenin: “il capitalismo non sarebbe capitalismo, se il proletariato ‘puro’ non fosse attorniato da una folla eccezionalmente variopinta di tipi intermedi tra il proletariato e il semi-proletariato (chi solo in parte si procura i mezzi di sussistenza vendendo la propria forza-lavoro), tra il semi-proletariato e il piccolo contadino (e il piccolo artigiano, il piccolo padrone in genere), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc., e se in seno al proletariato non vi fossero divisioni più o meno sviluppate per regione, per mestiere, talvolta per religione, ecc. Da tutto questo deriva la necessità – che è necessità assoluta, incondizionata – per l’avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso, per il partito comunista, di manovrare, di stringere accordi, di stipulare compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli padroni. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di abbassare, il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere” [3].

Il riformista, non comprendendo la profondità delle contraddizioni economiche e politiche del sistema capitalistico sviluppato, conduce una lotta implacabile contro “ogni attività che consista nell’organizzazione delle forze e nella preparazione delle menti per la rivoluzione” [4] che considera una vana utopia. Tali posizioni tendono ad affermarsi principalmente nelle fasi di sviluppo del movimento dei lavoratori, in cui è in grado di attrarre intellettuali del blocco sociale dominante che, però, non si dimostrano, generalmente, in grado di liberarsi dalla loro originaria coscienza piccolo borghese. Per dirla con Lenin: “il movimento operaio, sviluppandosi, attira inevitabilmente nelle sue file un certo numero di elementi piccolo-borghesi, schiavi dell’ideologia borghese, dalla quale si liberano con difficoltà e nella quale sempre cadono e ricadono” [5].

D’altra parte l’opportunista di sinistra, sottolinea Lenin, “ripudia il ‘lavoro minuto’ e soprattutto l’utilizzo della tribuna parlamentare. In realtà, quest’ultima tattica si riduce all’attesa delle ‘grandi giornate’, unita all’incapacità di raccogliere le forze che creano i grandi avvenimenti” [6]. In entrambi i casi si impedisce la costruzione di un partito rivoluzionario capace di operare adeguatamente per il conseguimento del socialismo nelle differenti condizioni offerte dal corso storico. Al contrario, osserva acutamente Lenin, la borghesia ha sempre pronte due differenti tattiche per preservare il proprio dominio. La prima è il rifiuto di qualsiasi riforma, in combutta con i reazionari fermi a concezioni del mondo superate dalla storia. La seconda è la tattica liberale che vede nella concessione dei diritti politici e nell’adozione di riforme uno strumento egemonico indispensabile a corazzare il proprio dominio di classe. Per dirla con Lenin: “in realtà, la borghesia elabora inevitabilmente in tutti i paesi due sistemi di governo, due metodi di lotta per la difesa dei propri interessi e del proprio dominio, metodi che ora si avvicendano, ora s’intrecciano in combinazioni diverse. Il primo è il metodo della violenza, il metodo che nega ogni concessione al movimento operaio, il metodo che sostiene tutte le istituzioni vecchie e superate, il metodo della negazione intransigente delle riforme. (..) Il secondo è il metodo del ‘liberalismo’, dei passi verso lo sviluppo dei diritti politici, verso le riforme, le concessioni, ecc.” [7]. La borghesia passa da una tattica all’altra, “non per un malvagio calcolo di singole persone e non per caso, ma per la contraddizione fondamentale della sua propria posizione” [8]. In effetti, come nota a ragione Lenin – anticipando le riflessioni gramsciane sul concetto di egemonia, che non a caso trovavano il loro fondamento proprio nel pensiero del grande rivoluzionario russo – “una normale società capitalistica non può svilupparsi con successo senza un regime rappresentativo consolidato, senza che vengano concessi certi diritti politici alla popolazione” [9]. A questo proposito Lenin rinvia alla riflessione di Anton Pannekoek, uno dei principali esponenti della sinistra comunista, che denunciava nella capacità di egemonia una micidiale trappola, funzionale a portare il proletariato su posizioni revisioniste: “‘lo scopo reale, positivo della politica liberale della borghesia – sostiene Pannekoek – è di indurre in errore gli operai, di portare la scissione nelle loro file, di trasformare la lotta politica in un’appendice impotente, sempre impotente ed effimera, sedicente politica di riforme’” [10].

Anche la coesistenza dei rivoluzionari in uno stesso partito con elementi riformisti va subordinata, sottolinea Lenin, alla possibilità di condurre una costante “lotta ideale e politica contro di essi, in quanto portatori dell’influenza borghese in seno al proletariato e in quanto opportunisti” [11]. Sia per quanto riguarda la possibile componente interna riformista, sia per quello che concerne gli alleati esterni è indispensabile isolare i dirigenti opportunisti, per far sì che i lavoratori egemonizzati da ideologie piccolo-borghesi passino su posizioni rivoluzionarie. Così, ad esempio, la frazione bolscevica del Partito socialdemocratico del proletariato russo pur rimanendo nella stessa organizzazione con i riformisti menscevichi, non ha mai rinunciato alla indispensabile battaglia delle idee contro di essi. Come ricorda, a tal proposito, Lenin: “nel periodo dal 1903 al 1912 siamo stati formalmente uniti per qualche anno con i menscevichi in un partito socialdemocratico unico, senza mai interrompere la lotta ideale e politica contro di essi, in quanto portatori dell’influenza borghese in seno al proletariato e in quanto opportunisti” [12]. A questo proposito essenziale è la lotta dei rivoluzionari per isolare i dirigenti di movimenti e partiti riformisti per conquistarne la base. Perciò, sottolinea Lenin: “per effetto della nostra applicazione di una tattica giusta, il menscevismo ha cominciato e continua tuttora a disgregarsi sempre più: i capi ostinatamente opportunisti vengono isolati, mentre gli operai migliori, i migliori elementi della democrazia piccolo-borghese passano nel nostro campo” [13].

D’altra parte la convivenza fra rivoluzionari e riformisti anche nello stesso partito può essere resa necessaria da determinate situazioni particolari e, dunque, deve essere necessariamente limitata nel tempo. Essa può esser utile per “scuotere politicamente il proletariato” in paesi in cui la classe operaia è del tutto egemonizzata dalla borghesia, dove i comunisti privi di un Partito non siano presenti “né alle elezioni, né nella stampa, ecc.” [14]. In tal caso, per evitare “il distacco settario dei piccoli gruppi e circoli socialisti dal proletariato” [15] è importante lavorare in un partito operaio autonomo, pur privo di un programma rivoluzionario, per fornire ai lavoratori un embrione d’indipendenza politica. In altre condizioni, in cui “il proletariato è stato già da molto tempo trascinato nella politica e conduce una politica” rivoluzionaria, bisogna al contrario battersi contro il “cretinismo parlamentare, lo svilimento piccolo-borghese dei compiti” [16] rivoluzionari. Anche perché questo porta i dirigenti socialisti e sindacali revisionisti a considerare più importante la stima nei loro confronti della classe dominante piuttosto che quella della stessa loro classe che dovrebbero, peraltro, rappresentare. A tal proposito Lenin cita efficacemente quanto osservava già Karl Marx: “‘la suddivisione della società in innumerevoli gradi sociali riconosciuti indiscutibilmente da tutti, ciascuno dei quali ha il suo ‘orgoglio particolare’ ed è penetrato da un senso innato di rispetto verso i ‘migliori’ e i ‘superuomini’, è tanto antica e tanto stabile che la borghesia non incontra nessuna difficoltà nell’adescare le masse. Io, per esempio, non sono per niente sicuro che John Burns sia nell’animo suo più orgoglioso della popolarità di cui gode nella propria classe che non quella di cui gode presso il cardinale Manning, il sindaco e, in generale presso la borghesia’” [17].

Continua sul numero 275 on-line dal 21 marzo.

Note:

[1] V. I. Lenin, Prefazione all’edizione russa del “Carteggio di J. Ph. Becker, J. Dietzgen, F. Engels, K. Marx e altri con F. A. Sorge e altri” [aprile 1907], in Id., Contro l’opportunismo di destra e di sinistra e contro il trotskismo, Edizioni progress, Mosca 1978, p. 75.
[2] Id., I dissensi nel movimento operaio europeo [dicembre 1910], in op. cit., p. 134.
[3] Id., L’estremismo malattia infantile del comunismo [aprile-maggio 1920], in op. cit., p. 461.
[4] Id., Il riformismo nella socialdemocrazia russa [settembre 1911], in op. cit., p. 158.
[5] Ivi, p. 147.
[6] Ivi, p. 158.
[7] Id., I dissensi …, op. cit., p.135.
[8] Ibidem.
[9] Ibidem.
[10] Ivi, p. 136.
[11] Id., L’estremismo …., op. cit., p. 459.
[12] Ibidem.
[13] Ivi, p. 462.
[14] Id,. Prefazione …, op. cit., p. 75.
[15] Ivi, pp. 66-77.
[16] Ivi, p. 76.
[17] Ivi, p. 78.

17/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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