È sotto gli occhi di tutti che il diritto internazionale, a forza di essere calpestato dalle grandi potenze (gli Usa) e i loro proxi (Israele), rischia di perdere di credibilità. Ancora più radicalmente, in particolare questi due paesi, sembrano mirare a far saltare qualsiasi regola. In tal modo, minano lo stesso terreno su cui si è quasi sempre costruito l’ordine capitalista, cioè lo Stato di diritto, il principio democratico formale per cui governano delle leggi razionali uguali per tutti. La stessa parola data, il tenere fede a un giuramento sono colpiti al cuore da Stati Uniti e Israele sotto la direzione di Trump e Netanyau. Ancora più radicalmente questi ultimi stanno attentando alla stessa logica formare “aristotelica”.
Questa guerra a ogni regola mina non solo la possibilità di risolvere su un piano razionale le controversie, senza dover ricorrere alla legge della giungla, ma anche alcuni presupposti basilari della società borghese che, ad esempio, impone che un debito debba essere onorato, pena il venir meno di quella fiducia nel rule of law su cui sembrava fondarsi la stessa società civile.
In realtà è la guerra, soprattutto la forma totalitaria e totalizzante che ha assunto a causa dell’imperialismo capitalista, che favorisce tale deriva. Certo esiste anche un diritto di guerra, che è poi la base reale del così detto diritto internazionale che, però, tende a saltare quando si tratta della lotta per la vita e per la morte di un ordine globale e, persino, di un modo di produzione. Per cui, ad esempio, come testimoniato da Bertand Russel, anche i circoli democratici più avanzati negli Usa ritenevano preferibile l’apocalisse nucleare al comunismo.
Dunque, quelle regole non scritte del diritto sovranazionale tendono a essere rispettate solo quando si tratta di uno scontro fra due fazioni della classe dominante, di una guerra tipica della logica dei fratelli coltelli imperialisti, per cui restano tutti uniti sino a quando occorre schiacciare un ribelle (che potrebbe metterne in discussione il potere, cioè il monopolio della violenza legalizzata) ma poi sono in concorrenza nella spartizione del mondo in zone di influenza. Quindi nei contrasti fra potenze imperialiste i conflitti andrebbero risolti, per quanto il possibile, con il fioretto, come se si trattasse di un duello fra gentleman.
Ben diversamente stanno le cose quando si tratta di fronteggiare il nemico del sistema: il comunista, il partigiano nei riguardi dei quali, quando necessario, prevale la logica dello sterminio, del genocidio, della soluzione finale. Dall’altra parte più i paesi dominanti, a capitalismo maturo, a causa della crisi, debbono fare sempre più affidamento sul monopolio della violenza legalizzata, perché la loro capacità di egemonia tende a dileguare. Così la pulizia etnica, la chiusura anche di civili imperialisti in campi di concentramento e, quindi, le pulsioni al genocidio sono emerse nel modo più netto già con la guerra anglo boera proprio all’inizio del novecento.
Ciò non mancò di fare scandalo perché a esponenti di una potenza europea, egualmente impegnati nel colonialismo imperialista, vengono per la prima volta in diretta (fu la prima guerra coperta dai mezzi di comunicazione di massa) quei metodi sino ad allora sperimentati per annichilire i nativi dei paesi colonizzati, considerati Untermenschen, cioè esseri subumani .
Del resto alla base del diritto di guerra, fondamento del diritto internazionale, vi sono i diritti umani, di derivazione giusnaturalista, prima ancora che illuminista, ideologia che costituiscono il fulcro filosofia politica e giuridica borghese quando questa classe svolgeva ancora un ruolo almeno parzialmente progressivo.
Sotto i colpi della crisi strutturale di sovrapproduzione è proprio tale funzione di rivoluzione passiva a venir progressivamente meno. Come sosteneva già Carl Schmitt sino a che si tratta di contraddizioni all’interno della classe dominante, del popolo dei signori, a livello tanto nazionale che globale, il diritto può prevalere sulla logica amico-nemico che impone la guerra la quale, in quanto tale, si pone agli antipodi di ogni principio giuridico. D’altra parte, il più significativo giurista nazionalsocialista, lamentava come elementi della guerra di annientamento, da utilizzare teoricamente solo contro il nemico, il comunista, erano stati applicati all’interno di scontri interimperialistici.
Naturalmente, nella sua logica idealistica, ciò appariva a Schmitt come un semplice malfunzionamento di un certo gruppo dirigente, non cogliendone la base materiale, cioè la crisi di sovrapproduzione che sempre più impone di utilizzare i mezzi della guerra sporca, della guerra civile (in cui non si fanno prigionieri) anche nei conflitti tra potenze imperialiste.
A livello della lotta di classe sul piano del pensiero, che è il proseguimento del conflitto materiale su di un altro piano, vi è che la crisi di sovrapproduzione favorisce l’affermarsi, anche all’interno dell’ideologia dominante, di filosofie reazionarie, irrazionaliste. Ciò comporta il combattere anche le tende razionali e progressiste portate avanti precedentemente dagli stessi intellettuali della medesima classe borghese. Questi ultimi, che nel periodo dell’ascesa al potere della loro classe erano stati tendenzialmente progressisti e razionalisti, sostenendo filosofie come quelle giunaturaliste e illuministe (da cui derivano i diritti umani e, quindi, il diritto di guerra e, infine il diritto internazionale), nel periodo della crisi sostengono concezioni vitalistiche fondate sulla volontà di potenza e, dunque, sulla giustificazione del diritto del più forte, della legge della giungla, della violenza.
Sul piano ideologico, sempre connesso al piano materiale, in quanto due momenti diversi di un medesimo blocco storico, rimane decisiva la questione della lotta per il riconoscimento. Per cui in tutti coloro che vengono riconosciuti in tutto e per tutto come esseri umani valgono tutte le massime garanzie giuridiche e il più radicale garantismo, mentre per tutti gli altri persino un’attitudine al genocidio viene considerata come un mero eccesso del “sacrosanto” principio della legittima difesa.
Ecco che, in modo esemplare, gli israeliani (in quanto coloni di insediamento borghesi e tendenzialmente occidentali) possono fare carta straccia, come e quando vogliono, di qualsiasi norma del diritto internazionale, del diritto di guerra e, quindi, dei diritti umani, mentre la stessa denuncia che prende semplicemente atto di questa realtà di fatto, sotto gli occhi di tutti, finisce subito per essere ghettizzata in quanto potenziale portatrice del “virus, mortale e infettivo”, dell’antisionismo, che sarebbe la forma moderna dell’antisemitismo.
Gli ebrei perseguitati in quanto non riconosciuti come esseri umani in gran parte dei paesi dell’Europa centro-occidentale, fra la fine degli anni trenta e la prima metà degli anni quaranta, grazie a una serie di fondamentali lotte sul piano materiale e ideale oggi sono ricompresi dall’ideologia dominante nei paesi dell’Ue come parte integrante, a tutti gli effetti, del popolo dei signori, che è sostanzialmente un sinonimo di quello che in Russia è definito occidente collettivo. Tali decisive battaglie hanno finito per avere grande successo e a imporsi quasi ovunque perché grazie al sionismo gli ebrei emigrati in Palestina vengono considerati a tutti gli effetti dall’ideologia borghese dominante come dei preziosi proxy che hanno costruito, hanno difeso eroicamente e continuamente esteso una preziosa testa di ponte dell’imperialismo occidentale in pieno Medio Oriente. Si tratta di un territorio non solo ricchissimo di materie prime ma, anche, per diversi anni afferente in buona parte al blocco dei paesi non allineati, tendenzialmente anticolonialisti e antimperialisti.
Così quello spaventoso genocidio, funzionale alla pulizia etnica, subito dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale (in quasi tutti i paesi europei i cui la borghesia costituiva la classe dominante), oggi sta annichilendo i palestinesi. D’altro canto se si è in gran parte riusciti a conquistare il riconoscimento dell’ideologia dominante nell’occidente collettivo agli ebrei, in teoria tale riconoscimento potrebbe essere esteso, in tempi medio-brevi, anche ai palestinesi.
A livello teorico una soluzione sul modello sperimentato in Sud Africa sarebbe la più razionale, per dirla con Brecht “il semplice che è al contempo difficile da realizzare”. Nel caso in questione la maggior parte dell’opinione pubblica dell’occidente collettivo ha finito per riconoscere in pieno la lotta degli africani oppressi, contro i discendenti degli europei oppressori. Ciò ha progressivamente costretto le potenze imperialiste a non poter più difendere il sistema dell’apartheid, che finì così, una volta che era stato in gran parte isolato a livello internazionale, per vedersi costretto ad accettare un compromesso. Così sul piano giuridico, formale gli africani si sono conquistati l’emancipazione, anche se, a causa del prevalere dell’imperialismo sul piano internazionale, hanno dovuto cedere ai discendenti dei colonizzatori europei le proprietà e le risorse precedentemente strappate in gran parte con la forza ai nativi.
Tuttavia allora i rapporti di forza nella battaglia delle idee nella società civile internazionale vedeva ancora il prevalere della concezione del riconoscimento su base economica e sociale, mentre oggi prevale l’impostazione razziale e tradizionalista.
Il prevalere fra gli oppressi palestinesi di forze tradizionaliste rende ancora più difficile il riconoscersi di massa dell’opinione pubblica internazionale con l’oppresso palestinese, piuttosto che con il potente oppressore sionista, del tutto integrato nel popolo dei signori a livello globale. Anche perché all’interno degli stessi paesi non allineati tende a prevalere il modello di uno sviluppo in senso capitalista e in prospettiva imperialista, piuttosto che di uno sviluppo in senso socialista e internazionalista. Così nella speranza di essere presto riconosciuti, a tutti gli effetti, nel club esclusivo dei paesi oppressori, anche diversi paesi ancora in buona parte prevalentemente oppressi, finiscono per prendere le parti dell’occidente collettivo schierato con il suo proxi sionista.
