Già Platone faceva notare che quando una forma di comunità politica raggiunge il suo massimo sviluppo, la successiva prima fase di crisi e di decadenza avviene mediante la conquista del potere da parte dei militari. In effetti, questi ultimi hanno da sempre un potere immenso nelle loro mani. Il fondamento del potere risiede, in effetti, nel monopolio della violenza legalizzata. L’esercito e, più in generale, gli apparati repressivi dello Stato svolgono proprio questa funzione. Perciò, in ogni società con un certo sviluppo della divisione del lavoro proprio ai militari è demandata questa funzione. Per convivere pacificamente gli uomini rinunciano a farsi giustizia da soli e a difendere o offendere autonomamente le altre comunità delegando a tale scopo i guardiani (concetto già utilizzato da Platone per indicare tanto la polizia che l’esercito).
I guardiani sono un ceto improduttivo e, quindi, hanno bisogno per il loro sostentamento di cospicue risorse devolute dall’insieme dei produttori. Per rendere tale esborso meno apparentemente pesante, asfissiante e per rendere i corpi armati comunitari indipendenti si tende ad assegnargli delle rendite, mediante il possesso di terreni e attività produttive.
Avendo sotto il loro diretto controllo un potere così ampio e potenzialmente arbitrario c’è sempre il rischio che non solo, come avviene fin troppo spesso, essi abusino del loro potere, ma che mirino a sottoporre al potere militare lo stesso potere politico. A questo proposito diviene fondamentale la formazione dei guardiani, per far sì che la passione potenzialmente virtuosa che incarnano, l’ambizione, resti spontaneamente sottoposta alla ragione (cioè alla classe dirigente politica).
Nel momento in cui quest’ultima tende a perdere il riconoscimento della sua funzione direttiva da parte dei subalterni, è facile che dinanzi al pericolo di un dualismo di potere protratto nel tempo, i militari prendano il potere, in nome di uno stato di eccezione che rischia sempre di protrarsi nel tempo tendendo, in quale modo, a perpetuarsi.
Del resto, più la società umana si sviluppa e più alla prima gamba del potere, il monopolio della violenza legalizzata, se ne affianca un altro che è la capacità di egemonia, cioè gestire il potere in modo autorevole più che autoritario, conquistandosi il consenso dei subalterni. A tale funzione è addetta l’altra frazione della classe dirigente, quella che anticamente da Platone agli illuministi era denominata dei filosofi e, in tempi più recenti, in modo esemplare in Gramsci, definita degli intellettuali. Tale funzione, spesso nell’antichità, e in taluni casi persino nel mondo contemporaneo, è svolta dal clero o dai mandarini, una casta, più o meno chiusa.
Tant’è che per secoli la società è stata divisa, almeno da Platone fino a tutto il medioevo, in questi tre ceti: i produttori e i due ceti improduttivi dirigenti: militare e intellettuale. Perciò, l’idea di una classe militare è particolarmente antica. Altrettanto antica è l’idea di una casta intellettuale, come il clero, i mandarini o i baroni universitari e più in generale i burocrati. Tanto che quando il potere è concentrato unilateralmente nelle mani dei guardiani si parla di dittatura militare, quando il potere è sotto il controllo degli intellettuali si parla di burocrazia.
Così, fino alla Rivoluzione francese, la principale forma rappresentativa del potere durante l’ancien régime era costituito dagli stati generali, rappresentati da: il clero (cioè la casta intellettuale), la nobiltà, (i cavalieri, i militari che avevano preso il potere, vista la comune rovina di schiavi e padroni di schiavi in lotta) e il terzo stato dei produttori nel senso più lato del termine, comprendente oltre ai lavoratori, i commercianti e gli imprenditori.
Peraltro tutte le volte che un certo tipo di società, cioè un certo modo di produzione entra in crisi, diviene sempre più impotente la capacità di egemonia. Perciò la burocrazia, il ceto politico entra in crisi e generalmente viene sostituito dai militari. Tale potere dei guardiani è anche funzionale a impedire che, sfruttando il dualismo di potere, le classi subalterne realizzino una rivoluzione sociale.
Inoltre, come faceva osservare già Machiavelli, dopo una rivoluzione sociale, quando si forma un nuovo tipo di comunità politica il potere deve essere necessariamente dittatoriale, il che comporta un ruolo di primo piano della casta militare. Proprio perché, inizialmente, la società civile non sarà ancora in grado di seguire spontaneamente le nuove regole sociali, i rinnovati rapporti fra i gruppi sociali e i nuovi assetti proprietari.
Così quando la società schiavistica era in crisi, i militari (da Mario a Silla, da Cesare a Ottaviano Augusto e a buona parte degli imperatori) tendono ad assumere sempre più direttamente il potere. Anche nelle successive società romano-barbariche erano generalmente i militari a controllare la maggioranza del potere, anche se avranno comunque sempre bisogno degli intellettuali, della chiesa per il consenso, per l’egemonia. In seguito con i Franchi si formalizza la divisione del potere all’interno della classe dirigente fra militari e chiesa. Con le seconde invasioni barbariche si riaffermano società più primitive, in cui il gruppo dirigente è ancora essenzialmente militare. Si affermerà così il feudalesimo in cui cavaliere (classe dirigente) e il latifondista (classe dominante) tendono a coincidere.
La stessa borghesia nella fase della sua prima ascesa al potere, ha avuto uno stretto rapporto necessario con la casta militare. I comuni, come più primitive forme di regime borghese, sono spesso guidati da militari esponenti della piccola nobiltà, necessari a rovesciare i poteri urbani precedenti come quello del vescovo. Dallo scontro all’interno dei comuni fra le diverse classi e le diverse componenti della borghesia, spesso si afferma come paciere un podestà straniero. Quest’ultimo, spesso esponente della nobiltà militare o attorniato da guardiani, tende a sostituire il suo potere a quello troppo rissoso e concorrenziale della borghesia.
Tale problema diverrà poi una costante, in quanto il dominio della borghesia, per la natura stessa di questa classe, è multipolare. D’altra parte questa forma pluralista e assembleare, parlamentare, tende a entrare in contraddizione con l’esigenza di un potere forte necessario a mantenere subalterne le altre classi sociali e a impedire che le pulsioni naturalmente centrifughe e individualiste tendano a dissolvere la stessa società civile.
Perciò, quando la borghesia intende conquistare il potere, quando il potere della borghesia si deve affermare per la prima volta (anche in una nuova forma), quando è messo in questione da altre classi sociali, quando è troppo contrastivo al proprio interno, quando entra nella fase di crisi tende a chiedere il supporto della casta militare. Quest’ultima tende generalmente ad approfittare di questa opportunità per imporre la propria dittatura. In tali fattispecie rientrano gli stessi regimi fascisti e fascistoidi. Questi ultimi sono una forma di milizia spontanea e irregolare, che si affianca e poi tende a sostituirsi agli apparati repressivi dello Stato, nel momento in cui non appaiono più all’altezza nella repressione di altre classi sociali che minano il potere borghese.
Abbiamo, così, in ordine temporale, in primo luogo il potere della piccola nobiltà militare al tempo dei primi comuni, in cui nel momento del loro massimo sviluppo si afferma il potere sostanzialmente militare del podestà. Successivamente durante l’epoca delle signorie, la borghesia per paura di armare le classi subalterne che sfrutta, si serve di eserciti mercenari, che in più di un caso conquistano il potere, celeberrimo il caso degli Sforza a Milano. In seguito per conquistare parte del potere anche fuori dall’Italia, i borghesi debbono allearsi con un condottiero aristocratico che, in seguito, sfrutta l’occasione per imporre un proprio potere personale. In altri casi si alleano con il sovrano, il quale cerca di imporre ai riottosi nobili il monopolio della violenza legalizzata. In tal modo, grazie al controllo dell’esercito, i borghesi divengono ostaggio di poteri di fatto dittatoriali, anche molto discutibili, come nel caso di Ivan il Terribile.
Anche quando conquistano per la prima volta il potere assoluto fuori dall’Italia, come nel caso della prima Rivoluzione inglese, in cui i borghesi divengono ostaggio del comandante dell’esercito, Cromwell, che impone di fatto una sorta di dittatura militare.
Anche nel corso della Rivoluzione francese la borghesia, pur egemonizzando il processo, è costantemente costretta a scendere a patti con chi controlla l’esercito, cui deve appaltare una parte del potere. Così, per avere dalla propria parte l’esercito, nella prima fase del processo rivoluzionario la borghesia liberale cerca continui compromessi con il monarca. In seguito, quando all’esercito tradizionale fellone si sostituisce l’esercito popolare, la classe dominante deve affidarsi al ceto medio riflessivo (i giacobini), alla piccola borghesia (i cordiglieri) e, persino, agli intellettuali organici al proletariato (i sanculotti).
Anche quando sembra riprendere nelle sue mani tutto il potere, dopo il colpo di Stato del Termidoro, finisce ben presto per tenere subalterne le altre classi sociali e dipendere sempre più dall’esercito e dal suo più geniale comandante. Ecco così che Napoleone conquista e accentra nelle sue mani porzioni sempre più ampie di potere.
Anche dopo la Rivoluzione del 1848, per non rimanere ostaggio delle masse che hanno strappato il monopolio della violenza legalizzata all’aristocrazia finanziaria, la borghesia ha bisogno di affidarsi all’esercito. Di questa situazione finisce per approfittare un avventuriero senza scrupoli che forte del sostegno dell’esercito riesce a conquistare il potere e a restaurare l’impero bonapartista. Si afferma così la forma moderna del cesarismo, il bonapartismo, che tende a divenire la forma più consueta di governo via via che la classe dominante in crisi deve dare sempre più importanza al monopolio della violenza legalizzata, perdendo progressivamente capacità di egemonia.
