L’onda si infrange, addio a Jacques Rivette

A pochi giorni dalla sua scomparsa, un bilancio della carriera del regista francese.


L’onda si infrange, addio a Jacques Rivette Credits: da wikipedia - CC BY-SA 4.0

Con la scomparsa di Jacques Rivette, la cultura internazionale subisce una dolorosa perdita. Il regista francese incarnò perfettamente quella nuova idea di cinema inconsueto che la corrente della Nouvelle Vague traghettò attraverso tutta la seconda metà del secolo scorso.

di Guido Capizzi

Parigi. Creatore e innovatore: così viene descritto Jacques Rivette, uno degli ultimi rappresentanti della Nouvelle Vague che è scomparso a fine gennaio. 

Scrisse come critico cinematografico sulla “Gazette du Cinéma” con Rohmer e Godard. Nel 1953 cominciò a scrivere sui “Cahiers du cinéma”; diviene caporedattore nel 1963 fino al 1965.

La Nouvelle Vague è una corrente artistica che nella cinematografia ha segnato la seconda metà del secolo scorso: la sua importanza, la sua apertura critica verso la società e il mondo sono state incarnate proprio dai “Cahiers du cinéma”, come la sottolineatura di un nuovo modo di produrre, trasformare, fare film, che si oppone alle tradizioni e alle corporazioni.

Jacques Rivette è stato l'autore di un cinema sperimentale, costruito con le attrici e gli attori, condiviso con il pubblico: si ricordano i due giorni di discussioni con la gente nella casa della cultura di Le Havre per l'uscita di “Out cinema 1”  nel 1970.  Il film, della durata di 12 ore, venne proiettato integralmente una sola volta, poi si ridusse a 4 ore nella versione “Out: 1 – Spectre”, sul tema del teatro e dei rapporti con la vita, con l’intrecciarsi di azioni dei componenti di una troupe teatrale. 

I film di Rivette sono cinema di improvvisazione, dialogo i cui attori sono gli scrittori. È un cinema esigente. Ha sperimentato con l'adattamento cinematografico opere teatrali come il film “La Religiosa”, tratto da un testo di Diderot che aveva precedentemente messo in scena a teatro. Ebbe successo, ma fu anche vivamente criticato e addirittura censurato. Il film fu presentato al Festival di Cannes nel 1966.

Si ricorda anche "The Beautiful Troublemaker", dove le donne sono libere e attrici della creazione.

Il Partito comunista francese ha ricordato con commozione il regista creatore e innovatore.

Jacques Rivette, dunque, non si accontentava di scrivere e parlare di cinema e diventò, così, aiuto montatore di Jean Mitry, poi aiuto regista di Jacques Becker. Fece il montatore di un cortometraggio in 16 mm di Rohmer e l’attore in “Le beau Serge” di Claude Chabrol.

Nel 1956 fu regista di “Le coup du Berger”, e nel 1958 iniziò le riprese di “Parigi ci appartiene” che riuscirà a terminare nel 1960, un film di riflessione esistenziale e di viaggio nella Parigi di quegli anni dove, in un'atmosfera soffocante tra i complotti di un'organizzazione segreta, un regista teatrale tenta di mettere in scena il suo “Pericle”. Una Parigi labirintica che Rivette mostra deserta, inquadrando i tetti, le camere delle cameriere, piazza della Sorbona.

Con “L'Amour fou” del 1967 tornò a tematiche contemporanee e a riflessioni esistenziali, con una sorta di cinema verità sulla vita di una coppia: il film ha una durata di 4 ore e mezzo, così non si inserisce nel mercato della normale distribuzione. 

Rivette diventava sempre più uno degli autori lodato dai critici, ma seguito da poco pubblico.

Nel 1974 girò “Céline e Julie vanno in barca”, ispirato alle avventure di “Alice nel Paese delle Meraviglie”. 

Ancora a Parigi ambienta “L'amore in pezzi” nel 1984 con Jane Birkin e Geraldine Chaplin, protagoniste di un’ipotetica recita e di un dibattito sull'amore.

Nel 2009 dirige Jane Birkin e Sergio Castellitto in “Questione di punti di vista”, in concorso alla 66ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

Al Festival internazionale del film di Locarno nel 1991 vinse il Pardo d'onore.

06/02/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Guido Capizzi

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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