Nella quinta settimana di guerra, la nuova puntata dell’Osservatorio sul mondo che cambia descrive un conflitto ormai pienamente regionalizzato, lontano da qualsiasi ipotesi di vittoria rapida. L’ingresso diretto dello Yemen, con gli Houthi schierati al fianco dell’Iran, segna un salto di qualità nello scontro: la minaccia non si limita più al Golfo, ma si estende anche al Mar Rosso e allo Stretto di Bab al-Mandab, mentre lo Stretto di Hormuz resta un nodo già compromesso. Il conflitto assume così una dimensione sistemica, capace di colpire le principali rotte energetiche globali. Sul piano militare, emerge una crescente efficacia della strategia iraniana, basata su una gestione calibrata delle risorse e su tecniche di saturazione che mettono in crisi le difese israeliane. L’elevato tasso di successo dei missili e la capacità di colpire obiettivi sensibili indicano che Teheran non solo resiste, ma è in grado di sostenere una guerra prolungata. Al contrario, gli Stati Uniti appaiono costretti a rivedere la propria postura operativa, riducendo la presenza diretta e ricorrendo a bombardamenti a distanza, segno di una difficoltà crescente nel mantenere basi sicure nella regione. Il conflitto si riflette anche sugli equilibri interni ai paesi coinvolti. In Israele cresce il malcontento sociale, mentre la pressione militare e psicologica mette alla prova la tenuta del sistema politico. Il fronte libanese, lungo la cosiddetta Blue Line, resta altamente instabile: le operazioni terrestri israeliane incontrano una resistenza significativa da parte di Hezbollah, evidenziando i limiti di un’avanzata che procede lentamente e con costi elevati. Parallelamente, la guerra assume una dimensione economica sempre più marcata. Il controllo selettivo dei passaggi marittimi da parte dell’Iran, con pedaggi e restrizioni, ridefinisce i flussi energetici globali e colpisce in particolare i paesi europei più dipendenti dal petrolio. L’Italia emerge come uno degli attori più esposti, sia per la sua dipendenza energetica sia per il coinvolgimento logistico e militare, mentre si accentuano le contraddizioni all’interno del blocco occidentale. Sul piano geopolitico, il conflitto mediorientale si intreccia con quello ucraino, in un gioco di condizionamenti reciproci tra Stati Uniti e Russia che rende ancora più fragile qualsiasi prospettiva negoziale. Le tensioni interne alla leadership americana e le incertezze sulla linea strategica futura alimentano uno scenario instabile, in cui il rischio di escalation, anche nucleare, non può essere escluso. Ne emerge un quadro in cui la guerra non solo si prolunga, ma tende a ridefinire gli equilibri globali, mettendo in discussione la stessa affidabilità degli attori in campo.
La guerra degli stretti e l’escalation regionale
Osservatorio sul mondo che cambia, videointervista al prof. Orazio di Mauro
03/04/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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