Ecuador, intervista ad un attivista

I motivi e la cronaca delle proteste dalle parole di un manifestante


Compagne e compagni, mi chiamo Edoardo Meneses e faccio parte del movimento sociale in Ecuador, in particolare del movimento di educazione popolare e da molti anni lavoriamo con il movimento contadino e con i movimenti dei quartieri popolari. Vi spedisco questo piccolo messaggio per raccontarvi quello che sta succedendo.

Stiamo al nono giorno di manifestazioni che nascono in risposta ad un decreto emanato dieci giorni fa dal presidente Lenin Moreno con vari obiettivi. Il primo consiste nell’aumento del prezzo della benzina. Sono stati eliminati tutti i sussidi pubblici che esistevano per la benzina e ciò influisce sul prezzo tanto del trasporto pubblico come dei consumi basici della stragrande maggioranza della popolazione. Con questo decreto sono state emanate norme economiche che hanno come obiettivo la precarizzazione lavorativa, tagliare una parte consistente del salario degli impiegati pubblici, dimezzargli i giorni di ferie e apriere le porte alla privatizzazione delle pensioni. Questo sono le cause che hanno fatto deflagrare le mobilitazioni.

Tuttavia, la mobilitazione è scoppiata perché sono circa due anni che viviamo riforme politiche ed economiche che beneficiano le grandi oligarchie ecuadoregne in cui sono stati condonati debiti enormi ai grandi capitali negli ultimi mesi e si sono licenziati più di 110 mila persone nel pubblico impiego, si è smesso di costruire opere pubbliche lo stato ha perso la capacità di essere il motore dell’economia, lasciando tale funzione al mercato, il che ha causato una grande crisi economica in Ecuador. Questo ha terminato con lo stato ecuadoriano che ha dovuto chiedere un prestito al Fondo monetario internazionale, il quale ha imposto una serie di politiche neoliberali che conoscerete in Europa visto che è già successo molte volte.

Contro questo si manifesta. E si tratta di manifestazioni con la maggior partecipazione negli ultimi 20 anni, sia perché si manifesta in tutto il paese e non solo nella capitale o in certe città sia per la quantità di gente che scende in piazza. Stiamo parlando di decine di migliaia di persone che sono state mobilitate.

Qualcosa di molto importante è che in queste manifestazioni vediamo risorgere il movimento indigeno come l’asse centrale e fondamentale delle mobilitazioni sociali del paese. Da tanto tempo, da decenni, dicevano che il movimento indigeno non aveva più forza e oggi lo vediamo come risorto, come la forza trainante di tutta questa domanda sociale legittima. Notiamo che si tratta di un movimento abbastanza spontaneo, non è un movimento che è sorto dalle organizzazioni tradizionali, sebbene il movimento indigeno continui a riconoscere la Confederazione delle assemblee indigene dell’Ecuador, che è l’organizzazione centrale che storicamente ha coordinato il movimento indigeno. Vediamo sorgere nuovi leader locali, una nuova generazione di leader che hanno una radicalità politica forte che danno maggior forza al movimento. Chiaramente, per queste manifestazioni è sorta una strategia della repressione molto violenta generata fin dall’inizio. Non era neanche il primo giorno di manifestazione quando già si decretava lo stato di emergenza. Il che significa che si possono limitare alcuni diritti civili. Diritti come il diritto alla circolazione, il diritto di associazione, la censura preventiva ai mezzi di comunicazione e che la forza armata può scendere in strada a ripristinare l’ordine pubblico.

Ora siamo al nono giorno di manifestazioni e abbiamo già visto una decina di morti, centinaia di feriti, quasi mille persone incarcerate per aver manifestato, cosa che dovrebbe essere rispettata come un diritto civile e non viene rispettata. Abbiamo visto una brutalità poliziesca spaventosa, molta repressione ingiustificata contro le manifestazioni pacifiche. Gli organismi dei diritti umani, gli organismi di sostegno legale, tanto a livelo nazionale come a livello internazionale, ad esempio l’ONU e la Confederazione interamericana dei diritti umani, hanno denunciato questi fatti e stanno chiedendo che si cancellino lo stato di emergenza e le misure repressive, cosa che il governo non ha fatto.

Di fronte a ciò il movimento sociale ha adottato una posizione molto chiara. Non negozierà né dialogherà con il governo fintanto che: non rimuoverà le riforme politiche che innalzano il prezzo della benzina e riformano l’economia nel senso che abbiamo descritto prima, non rimuoverà lo stato di emergenza, non si dimette la ministra Maria Paola Romo incaricata della polizia e Osvaldo Jarrín incaricato delle forze armate. Se queste condizioni non si accettano il movimento sociale lo dice chiaramente che non dialogherà con il governo dato che queste sono le uniche condizioni mediante le quali aprire un dialogo.

Vediamo che a poco a poco nella capitale dell’Ecuador continuano ad arrivare sempre di piu manifestanti da tutto il paese, soprattutto del movimento indigeno, per dare forza al popolo contro la forza dello Stato. Vediamo che non esiste capacità istituzionale di sviluppare questo conflitto, la Corte Costituzionale, le differenti istituzione dello Stato, non hanno offerto nessuna via di uscita per una soluzione. La assemblea nazione non ha convocato nessuna sessione che permetta un dialogo con la società. Il che comporta che l’unica via per sviluppare questo conflitto è la strada. Si gioca nelle strade il futuro di queste riforme. Ovviamente lo Stato lo aveva compreso fin dal primo giorno e la violenza brutale è finalizzata ad imporre la paura ai manifestanti affinché la gente non esca a manifestare. Per il momento ciò non sta succedendo, il movimento indigeno continua ad essere presente, continua ad essere forte e a rivendicare i propri diritti.

Da un lato siamo di fronte a una situazione molto pericolosa dato che la repressione è molto forte e può aversi un bagno di sangue qui in Ecuador. Per contrastare ciò abbiamo bisogno dell’appoggio internazionale, le organizzazioni di diritti umani e vedere la società mobilitata a livello internazionale informando, esigendo dallo Stato ecuadoriano che non si reprima questa mobilitazione popolare. Dall’altro, stiamo vedendo una dinamica di nuove articolazioni sociali, di nuovi attori sociali che ci danno una certa speranza nel vedere come può sorgere una certa solidarietà militante, nuovi legam di riorganizzazioni sociali che determineranno molte cose per il futuro del paese.

Questa è la situazione in questo momento. Mentre io vi parlo arrivano notizie che la polizia e l’esercito stanno caricando contro gli ospedali contro le università, che sono luoghi di rifugio umanitari dei manifestanti, il che viola molti dei diritti umani stipulati finanche nei momenti di guerra. Non sappiamo come si evolverà la situazione che è molto incerta. Domani è il giorno 12 di ottobre nel quale si commemora la colonizzazione dell’America, 500 anni di colonizzazione, quando gli spagnoli dicevano di aver scoperto il nostro continente dove abitavano i nostri popoli ancestrali. Per cui domani sarà un giorno di protesta molto forti, un giorno di scontri molto duri e speriamo che terminerà con il trionfo della forza popolare e non della repressione e del sangue che spenga le rivendicazioni legittime del popolo ecuadoriano. Staremo sempre pronti ad informarvi di quello che sta succedendo. Molte grazie a voi per l’appoggio

13/10/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Angelo Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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