Il contributo di Lukács alla storia della filosofia

Proseguiamo nell’esposizione della filosofia di Lukács affrontando le opere della maturità, dall’autocritica nei riguardi di Storia e coscienza di classe a La distruzione della ragione


Il contributo di Lukács alla storia della filosofia Credits: https://www.jacobinmag.com/2019/01/lukacs-hungary-marx-philosophy-consciousness

Segue da Storia e coscienza di classe

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare A. Gramsci su argomenti analoghi

L’autocritica di Lukács e il rapporto fra Hegel e Marx nella sua riflessione posteriore a Storia e coscienza di classe

Nel 1933 con l’avvento del nazismo, Lukács lascia Berlino, in cui si era vissuto in esilio, per Mosca. Qui, dopo aver avuto l’opportunità di leggere i Manoscritti del 1844 di Marx, pubblicati postumi in Unione sovietica – noti come manoscritti economico-filosofici o parigini – Lukács compie un’autocritica del suo giovanile capolavoro Storia e coscienza di classe, ammettendo di essere stato più hegeliano di Hegel, interpretando idealisticamente il proletariato come “soggetto-oggetto identico della storia dell’umanità”, capace di mettere fine a tutte le oggettivazioni storiche con il comunismo. Nel linguaggio hegeliano, in effetti, il superamento dell’alienazione significa al tempo stesso il superamento dell’oggettivazione, dal momento che oggettivazione e alienazione sono in ultima istanza la medesima cosa. D’altra parte con questo presunto superamento finirebbe la stessa realtà oggettiva, ovvero la realtà in generale.

In modo simile, nella prospettiva di Storia e coscienza di classe, con il comunismo non avrebbe dovuto finire soltanto la preistoria dell’umanità, dominata dai conflitti fra le classi sociali, ma anche la storia delle oggettivazioni umane. Lukács arriva, così, a fare chiarezza dentro di sé: dal momento che oggettivazione e alienazione sono concetti diversi in quanto il primo significa la forma di estrinsecazione propria dell’uomo, mentre solamente l’alienazione, come forma di estraneazione, ha realmente una valenza negativa. Di conseguenza il compito del proletariato non può consistere nel superamento (idealistico) dell’oggettivazione, ma piuttosto nel superamento dell’alienazione, in particolare di quella caratteristica della società capitalista, per rivoluzionare i rapporti sociali sino a farne un nuovo volano per lo sviluppo delle forze produttive.

Più nello specifico, riprendendo questa autocritica nella prefazione alla riedizione di Storia e coscienza di classe del 1967, Lukács sosterrà di aver sovrapposto in modo troppo immediato i concetti idealisti hegeliani a quelli marxisti, perdendo di vista il contributo decisivo dato da Marx per concretizzare, storicizzandolo, l’astratto apparato concettuale hegeliano. Così, ad esempio, l’alienazione del lavoro che per Hegel è un momento necessario dell’oggettivizzazione della soggettività umana in ogni epoca storica, viene determinato nel concetto di alienazione-estraniazione di Marx, per dar conto della specificità storica del lavoro salariato. Così, nella società capitalista il proletario è costretto ad alienare, per potersi riprodurre, al proprietario dei grandi mezzi di produzione la propria capacità produttiva, ovvero la propria stessa essenza generica, per utilizzare la terminologia del Marx dei Manoscritti del 1844.

D’altra parte, la sostanziale accettazione da parte di Lukács delle critiche di idealismo rivolte dalla Terza Internazionale al suo capolavoro giovanile, ha portato diversi interpreti occidentali a considerare la produzione teorica successiva a Storia e coscienza di classe come non più ascrivibile, in quanto di fatto estranea, all’orizzonte del marxismo occidentale, sviluppatosi proprio a partire da quest’opera. Tuttavia negli anni seguenti, pur risiedendo a lungo in Unione Sovietica, Lukács mantiene una posizione autonoma nei confronti del Dia-mat, ovvero della concezione sostanzialmente dogmatica del materialismo dialettico che si era imposta in Urss nell’età di Stalin, insistendo – nella sua interpretazione del marxismo – sull’influenza della filosofia classica tedesca nella formazione del metodo dialettico e nella concezione della storia di Marx ed Engels.

Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (imperialistica), Lukács può finalmente tornare nella sua Ungheria, dopo il lungo esilio, necessario a sfuggire alla condanna a morte in contumacia cui lo aveva condannato il terrore bianco per il suo impegno nella Repubblica dei consigli ungherese. Nel suo paese natale, in cui si veniva affermando una democrazia popolare sotto la guida del Partito Comunista, nel 1948 pubblica Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica. In quest’opera, scritta nei terribili anni del conflitto, Lukács interpreta Hegel come l’ultimo grande esponente della fase ascendente e progressista della borghesia tedesca, in opposizione alle concezioni (liberali) dominanti che lo consideravano un sostenitore dell’assolutismo prussiano. Inoltre, in contrasto con le interpretazioni borghesi dominanti, legate alla irrazionalista filosofia della vita, che consideravano Hegel un pensatore romantico e mistico, Lukács mostra l’importanza per la formazione del filosofo dello studio dell’economia classica e il suo costante interesse per le questioni sociali del mondo moderno, dalla disoccupazione, al pauperismo, alla funzione del lavoro nella società capitalistica.

Rielaborando il tema del rapporto fra marxismo e la filosofia hegeliana, alle origini del marxismo occidentale, Lukács – muovendo dalla confutazione delle interpretazioni dominanti della scuola diltheyana degli scritti giovanili di Hegel in un’ottica vitalistica e teologica – mostra come il metodo dialettico hegeliano sia sorto a contatto con gli interessi politico sociali ed economici del giovane filosofo. Secondo Lukács, lo spirito sostanzialmente rivoluzionario del giovane Hegel solo in seguito, nei tardi anni del successo del rettorato berlinese si sarebbe piegato a una sostanziale giustificazione della società borghese che si stava allora affermando, fra mille contraddizioni, in Prussia. Del resto Marx, nella sua disamina dialettica dell’economia politica e della storia, avrebbe concretizzato la dialettica hegeliana, liberandola dal suo rovesciamento metafisico nel sistema idealistico della maturità.

La distruzione della ragione ovvero la critica alle concezioni del mondo irrazionaliste

Ne La distruzione della ragione, pubblicata in due volumi nel1954, Lukács si occupa della fase storica in cui il pensiero borghese, dinanzi al crescente protagonismo delle masse sul palcoscenico della storia, avrebbe progressivamente ripiegato su posizioni irrazionalistiche, abbandonando la stessa dialettica storica che aveva elaborato nella sua precedente fase rivoluzionaria. La borghesia ha così abdicato alla funzione storica progressiva che aveva svolto come classe universale, per diviene sempre più conservatrice e, infine, reazionaria.

Le diverse forme di irrazionalismo non seguirebbero una loro autonoma logica di sviluppo, dunque, ma si configurerebbero “come risposte reazionarie ai problemi della lotta di classe”. Secondo Lukács, in tal modo, a partire dal secondo Schelling, passando per Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche sino a Heidegger e Carl Schmitt, il pensiero borghese avrebbe voltato le spalle all’umanesimo, al progresso storico, all’universalismo della tradizione razionalista e poi illuminista, che aveva trovato in Hegel il suo compimento e nel marxismo il suo erede, per abbracciare una visione del mondo sempre più irrazionalista. Tale concezione irrazionalista del mondo si sarebbe affermata in corrispondenza della crisi del modo di produzione capitalistico, che ha reso necessaria una politica estera e di conseguenza interna sempre più aggressiva, di stampo imperialistico, che ha raggiunto il proprio apice con il nazionalsocialismo.

Una critica di matrice hegeliana alle filosofie irrazionaliste

Da un punto di vista più strettamente filosofico, secondo Lukács l’irrazionalismo non è in grado di superare le contraddizioni in cui si imbatte necessariamente l’intelletto, che isola i propri oggetti d’indagine e non comprende come la verità di ognuno di essi sia nella relazione che li lega, necessariamente, a tutti gli altri. Le contraddizioni in cui l’intelletto si imbatte, l’irrazionalismo non le comprende come contraddizioni reali, che richiedono il passaggio dall’intelletto analitico alla ragione dialettica (la sola in grado di cogliere la realtà nella sua totalità), ma le considera limiti del pensiero in generale. Per superare tali limiti l’irrazionalismo ricorre ad un sapere extra-razionale, basato su una pretesa di conoscenza immediata, mediante una intuizione intellettuale della realtà.

Dopo la morte di Stalin, Lukács sostiene il tentativo di riforma interna del sistema socialista tentata da Krusciov ed è ministro nel governo di Imre Nagy (1956) che cerca di portare l’Ungheria al di fuori dell’orbita sovietica. Dopo l’occupazione del paese da parte delle truppe del Patto di Varsavia, Lukács è costretto ad un breve esilio in Romania e viene riammesso nel Partito Comunista solo nel 1967.

Continua sul numero 263 de La Città Futura on-line a partire dal 21 dicembre

24/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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