Gramsci e la filosofia della praxis

La funzione degli intellettuali, la pedagogia e l’elaborazione di una visione del mondo antagonista alla dominante nei Quaderni del carcere di Gramsci


Gramsci e la filosofia della praxis Credits: https://www.globalist.it/culture/2018/08/29/quando-gramsci-ammoniva-il-fascismo-si-e-presentato-come-l-antipartito-2029981.html

La funzione degli intellettuali, l’importanza della pedagogia

Al centro della riflessione consegnata ai Quaderni del carcere, Gramsci pone l’analisi della funzione intellettuale, indispensabile per comprendere i diversi assetti dei rapporti di forza fra le classi sociali. Questa lotta potrebbe apparire impari, dal momento dal momento che la cultura dominante è la cultura della classe dominante e, di conseguenza, tutte le principali strutture volte alla formazione del consenso sono sotto il controllo del blocco sociale al potere. Perciò, per non soccombere il proletariato deve conquistare alla propria causa gli intellettuali tradizionali di formazione umanista e, soprattutto, formare intellettuali organici alla propria classe sociale.

Gramsci amplia l’accezione tradizionale del concetto d’intellettuale: dall’intellettuale tradizionale di formazione umanista e apparentemente indipendente dal mondo della produzione economico-sociale all’intellettuale organico alle diverse classi, in quanto a contatto immediato con esse. Gramsci mostra infatti come, giunte a un determinato grado del loro sviluppo, le classi sociali formano nel loro seno intellettuali organici che svolgono funzioni organizzative, in primo luogo al livello della produzione di beni. Essi consentono alla classe sociale di appartenenza di prendere consapevolezza di sé dapprima in campo economico, poi sociale e infine politico.

La pedagogia di Gramsci

La centralità del ruolo degli intellettuali – senza i quali le masse non sono in grado di prendere coscienza di sé al di là delle rivendicazioni economiche più immediate – porta Gramsci ad occuparsi di questioni pedagogiche. Egli critica il sistema pedagogico borghese che tende ad ampliare non solo la separazione fra intellettuali tradizionali e organici, ma la divisione fra lavoro manuale e intellettuale. Perciò Gramsci critica la riforma della scuola attuata da G. Gentile nel 1923 che ipostatizza e consolida tali divisioni separando nel modo più netto la formazione umanista dei licei, volta all’elaborazione di intellettuali tradizionali, e la formazione tecnico-professionale destinata a riprodurre gli intellettuali organici alla borghesia.

Allo stesso modo Gramsci si oppone alla concezione liberale crociana della cultura a lungo dominante in Italia, che tende a separare nel modo più netto la funzione di direzione delle élites intellettuali dalle masse popolari, ovvero la classe dirigente dai subalterni. Gramsci ritiene che le masse abbiano bisogno di elaborare dal loro seno un intellettuale di nuovo tipo che non fondi la propria autorità, come l’intellettuale tradizionale, sulle qualità oratorie, ma che riunisca in sé il sapere pratico e concreto di un tecnico specializzato con la capacità di cogliere le linee direttrici lungo cui si snoda il processo storico, capacità proprie di un uomo politico rivoluzionario.

Gli intellettuali organici, in altre parole, devono essere in grado di fornire alla propria classe di appartenenza la necessaria direzione sul piano intellettuale e morale. L’organizzazione di questo nucleo fondamentale di intellettuali organici e degli elementi del proletariato che hanno (grazie ai primi) sviluppato un’adeguata coscienza di classe daranno vita alla soggettività politica, che Gramsci definisce, sulle orme di Machiavelli, il “moderno Principe”, in grado di prendere su di sé il compito di fondare un nuovo Stato e una società maggiormente universalista delle precedenti.

Lo spontaneismo della stessa classe operaia, per quanto importante, da solo, ovvero privo di una direzione consapevole porta al massimo a sporadiche lotte sul piano corporativo. Perciò secondo Gramsci è necessaria, per unire l’intera classe proletaria e costruirvi intorno un blocco sociale che sia in grado di elaborare un progetto di società più razionale e giusta dell’organizzazione sociale esistente, una avanguardia organizzata in partito di cui ogni membro sia almeno potenzialmente un quadro. La funzione del partito rivoluzionario è dunque, al tempo stesso, di direzione intellettuale ed etica del proletariato.

Lo sviluppo e la formazione di intellettuali organici ai lavoratori salariati è per Gramsci un prerequisito indispensabile per dare al proletariato omogeneità e consapevolezza di sé non solo nel campo economico, ma anche sociale e politico. Tale funzione intellettuale, come del resto il moderno principe, deve essere un soggetto sociale collettivo. In altri termini, Gramsci considera necessario che il partito comunista si strutturi in un intellettuale collettivo, capace di analizzare collettivamente in modo critico la situazione reale e di trovare gli strumenti più efficaci per scioglierne le contraddizioni. A suo parere la classe dirigente d’una determinata società è costituita da un gruppo per quanto possibile organico di intellettuali, in grado di egemonizzare un blocco di forze sociali storicamente determinato, che diviene tanto più complesso ed articolato quanto più si sviluppa la società civile moderna.

Gli intellettuali organici in funzione della elaborazione di una visione del mondo autonoma e antagonista alla dominante

Se non si accetta tale prospettiva, contrapponendovi la pretesa populista di un antagonismo sviluppatosi unilateralmente dal basso, ovvero dalla massa dei subalterni, in quanto tali in massima parte privi di coscienza di classe – dunque inconsapevoli di essere parte di una classe sfruttata, costretta a riprodurre la società sotto il giogo oppressivo della dittatura dell’alta borghesia – il massimo che si potrà sviluppare è una prospettiva socio-politica tradeunionista. In altri termini, puntando direttamente all’autorganizzazione dei subalterni, senza aver prima mirato alla formazione di intellettuali organici, il massimo che si può ottenere è la costruzione dell’unità di una porzione estremamente parziale e limitata della classe, in funzione di poter vendere a più caro prezzo la propria forza-lavoro, riducendo il plus-lavoro, attraverso la riduzione dell’orario di lavoro.

In effetti le masse popolari, non avendo potuto elaborare una propria autonoma visione del mondo, per le condizioni di sfruttamento che subiscono, finiscono necessariamente per dover far propria, in modo generalmente inconsapevole, la concezione del mondo che subiscono e che le rende subalterne alla classe dominante [1]. In effetti, il proletario come tale è generalmente privo di coscienza di classe, ragiona sulla base di quanto apprende in modo per lo più passivo dai grandi mezzi di comunicazione, dalle chiese se è fedele a una confessione religiosa, bene che va, se ha avuto modo di studiare a scuola e all’università, apprenderà una visione più complessiva dell’ideologia dominante o, al massimo, svilupperà la propria concezione del mondo, se ha un barlume di coscienza di classe, sulla base di quanto apprende nel sindacato, in cui generalmente dominano concezioni tradeunioniste, o nei partiti della sinistra, per lo più diretti da intellettuali tradizionali provenienti dalle classi dominanti [2].

In ogni caso la concezione del mondo dei subalterni subirà, principalmente, l’egemonia della cultura dominante, funzionale al dominio di classe del blocco sociale al potere. Come osserva, a questo proposito Gramsci: “l’esercizio ‘normale’ dell’egemonia nel terreno divenuto classico del regime parlamentare, è caratterizzato dalla combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica – giornali e associazioni” [3]. In altri termini, se i proletari non sono in grado di formarsi una visione del mondo completamente autonoma rispetto a quella dominante non potranno mai realizzare una rivoluzione, in grado di superare il modo di produzione capitalistico, mediante la transizione al socialismo. In quanto senza teoria rivoluzionaria non può esserci una prassi rivoluzionaria.

Perciò è essenziale avere una visione del mondo radicalmente autonoma: per questo Gramsci si occupa non solo di politica, si occupa di storia, di filosofia, di letteratura, di teatro, in quanto occorre costruire una visione del mondo completamente autonoma da quella dominante, non solo a livello strutturale, socio-economico, ma anche sovrastrutturale e, non solo a livello politico, ma più in generale in ogni ambito culturale. Altrimenti la filosofia dominante, la concezione della storia dominante, la concezione dell’arte dominante etc. rimarranno quelle funzionali a mantenere i privilegi, sempre più ingiusti e irrazionali, delle classi economicamente dominanti e politicamente dirigenti. Per questo è indispensabile formare a livello culturale e mediante la lotta di classe degli intellettuali organici, in grado di mediare alle masse popolari una visione del mondo autonoma e antagonista, capace di divenire egemone anche sulle classi intermedie, altrimenti strumentalizzate ai propri fine dal blocco sociale dominante.

Il marxismo come filosofia della prassi

Tale concezione del mondo alternativa e antagonista alla dominante deve fondarsi, secondo Gramsci, su una filosofia della praxis, ovvero su una teoria non più astratta, come quella coltivata dagli intellettuali tradizionali, ma indissolubilmente legata all’obiettivo di accumulare le forze necessarie a portare a termine la Rivoluzione in occidente. Una concezione del mondo che si incarni nel proletariato mediante il lavoro di formazione mediato dagli intellettuali organici e dal conflitto sociale, altrettanto indispensabile all’elaborazione di una coscienza di classe diffusa fra gli sfruttati. Solo mediante la formazione e la lotta di classe, questi ultimi potranno uscire dalla condizione di subalternità, divenendo pienamente consapevoli di essere sfruttati dalla borghesia e di avere gli stessi interessi degli altri lavoratori salariati, a prescindere dal paese di provenienza. In tal modo acquisiranno un’altra consapevolezza, altrettanto indispensabile a potersi emancipare dallo stato di subalternità, ovvero che lo Stato non è qualcosa di neutrale, come vuole dare a intendere l’ideologia dominante per mantenere sotto la propria egemonia i produttori, ma uno strumento del dominio di classe di un blocco sociale di sfruttatori.


Note

[1] Ecco quanto osserva, ad esempio Gramsci, sull’affermarsi dell’egemonia del blocco sociale borghese incentrato sull’alta borghesia nei confronti delle classi sociali subalterne, composte principalmente da proletariato e sottoproletariato: “lo sviluppo del giacobinismo (…) e della formula della rivoluzione permanente attuata nella fase attiva della Rivoluzione francese ha trovato il suo ‘perfezionamento’ giuridico-costituzionale nel regime parlamentare, che realizza, nel periodo più ricco di energie ‘private’ nella società, l’egemonia permanente della classe urbana su tutta la popolazione, nella forma hegeliana del governo col consenso permanentemente organizzato (ma l’organizzazione del consenso è lasciata all’iniziativa privata, è quindi di carattere morale o etico, perché consenso ‘volontariamente’ dato in un modo o nell’altro)”. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1977, p. 1636.

[2] Su quanto sia pericolosa una tale direzione nei momenti in cui il conflitto sociale raggiunge il suo apice, Gramsci ci ha lasciato delle riflessione molto significative, come la seguente: “tra il consenso e la forza sta la corruzione-frode (che è caratteristica di certe situazioni di difficile esercizio della funzione egemonica, presentando l’impiego della forza troppi pericoli) cioè lo snervamento e la paralisi procurati all’antagonista o agli antagonisti con l’accaparrarne i dirigenti sia copertamente sia in caso di pericolo emergente, apertamente, per gettare lo scompiglio e il disordine nelle file antagoniste”. Ivi, p. 1638.

[3] Ibidem.

12/05/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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