Brecht: i lavoratori della testa nella società capitalista

Approfondiamo le interessanti osservazioni di Brecht sulle contraddizioni dei lavoratori della mente all’interno della società capitalista e sul rapporto fra impegno politico e ricerca della felicità


Brecht: i lavoratori della testa nella società capitalista Credits: https://www.ilpost.it/2018/02/10/bertolt-brecht/

Link al video della lezione su temi analoghi tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci

Segue da “Brecht e i lavoratori della testa

Utilizzo stolto di teste assennate

“Lo scrittore Feuchtwanger disse a Me-ti [ovvero a Bertolt Brecht in quanto intellettuale marxista]: i lavoratori della testa [gli intellettuali] si mantengono in disparte dalla vostra lotta [antimperialista e filosocialista]. I più assennati considerano errate le vostre posizioni [politico-sociali]. Me-ti rispose: le teste assennate possono essere utilizzate in modo decisamente stolto, tanto dai potenti quanto dai loro stessi proprietari” [1], ossia dai saggi intellettuali. In altri termini, i lavoratori della mente possono essere più o meno costretti a sottomettere la propria intelligenza a dei potenti che ne fanno un uso sconsiderato. Oppure possono essere gli stessi lavoratori della testa a far un cattivo uso delle proprie doti intellettuali. Del resto, come nota acutamente Brecht: “si assoldano persone intelligenti proprio per difendere le posizioni e le istituzioni più insensate e indifendibili” [22]. Quindi, gli intellettuali sono spesso più o meno costretti a vendere la loro forza lavoro proprio per difendere i sempre più irrazionali e ingiusti rapporti di produzione, sebbene essi costituiscano un oggettivo ostacolo allo sviluppo delle forze produttive e al conseguente sviluppo della civiltà umana. Tanto più che i lavoratori della testa maggiormente dotati nella società capitalistica “non si spendono per la conoscenza della verità, ma per [conoscere] quanti vantaggi si possano ottenere attraverso la menzogna” [22]. Anche perché più i rapporti di proprietà della società capitalistica divengono irrazionali, ingiusti e entrano oggettivamente in contrasto con l’ulteriore sviluppo ed emancipazione dell’umanità, tanto più gli intellettuali vengono sfruttati dal potere o credono di arricchirsi assoggettandosi alla classe dominante per far apparire ai ceti sociali subalterni i correnti rapporti di produzione come naturali o come i soli, i migliori o i meno peggiori possibili. Tali intellettuali non hanno di mira l’autostima per le proprie sagge attitudini, ma aspirano esclusivamente a ritenersi soddisfatti dei privilegi di cui godono ponendosi al servizio dei più forti, contri i più deboli, ovvero al servizio degli sfruttatori di poter continuare a sfruttare, in modo possibilmente sempre più efficace, i loro subalterni.

I motivi dell’avversione di molti intellettuali nei confronti della lotta contro l’imperialismo e per la transizione al socialismo

“Perché i lavoratori della testa non sono per la rivoluzione?” (22), domandava ancora lo scrittore e amico di Brecht Lion Feuchtwanger. Al che Brecht, dal suo punto di vista di intellettuale marxista, rispondeva che i lavoratori della testa “prendono posizione nei confronti della rivoluzione non con le loro teste, ma piuttosto con le loro pance”. In altri termini, gli intellettuali nel modo di produzione capitalistico sono portati a rinnegare la loro stessa professione e funzione sociale, essendo soggetti, come ogni altra cosa, alla mercificazione. Perciò quando devono prendere posizione sulle grandi questioni, storiche, politiche, sociali ed economiche non si esprimono in quanto intellettuali, ma come forza-lavoro che deve trovare qualcuno disponibile a sfruttarla, in maniera non eccessiva e, quindi, evitano di assumere posizioni politiche rivoluzionarie che potrebbero metterli in difficoltà in quanto lavoratori della testa. Nonostante il loro presunto o sedicente idealismo, quando si tratta di prendere posizione sulle grandi questioni storiche si pongono, generalmente, dal punto di vista del materialismo più rozzo, domandandosi quale posizione sia preferibile assumere per poter vendere, quanto meno al suo valore, la propria forza lavoro. Anche perché, generalmente, se non riescono a farlo, hanno difficoltà a riprodursi come forza lavoro intellettuale. Così gli intellettuali temono che i rivoluzionari “possano distoglierli dalla loro occupazione principale”, ovvero l’esigenza di riprodursi vendendo la propria forza lavoro, in quanto li incitano a soddisfare la sete di sapere dei gruppi sociali potenzialmente rivoluzionari. I lavoratori della testa sono, in effetti, convinti che lavorare per accrescere il bagaglio di conoscenze delle forze filo-rivoluzionarie sia necessariamente in contrasto con la loro esigenza di vendere, a condizioni non troppo svantaggiose, la loro capacità di lavoro a chi può generalmente pagarla, ossia alle classi dominanti. In effetti tali intellettuali vivono all’interno di un modo di produzione che produce necessariamente una penuria di risorse anche per il lavoratori della mente, dal momento che il padronato retribuisce quanto è necessario alla forza lavoro, di cui ha bisogno, per potersi riprodurre. Dunque, anche il singolo lavoratore della testa non può sapere se rientrerà fra gli intellettuali di cui ha bisogno chi ha nelle proprie mani il monopolio dei mezzi di produzione e di riproduzione della sua forza lavoro. Temendo di non rientrare nel numero di quanti riusciranno a riprodurre la propria forza lavoro sono molto restii a mettere a disposizione parte del proprio sapere a chi ne ha bisogno per rivoluzionare la società, in quanto questi ultimi non solo non hanno mezzi di produzione e di riproduzione della loro forza lavoro da dargli in cambio, ma il solo fatto di averli aiutati a formarsi non può che rendere ancora più precaria l’esigenza del lavoratore della testa di riprodursi come forza lavoro specializzata. Gli intellettuali comprendono che nel sistema in cui vivono solo pochi possono vivere bene, ma non comprendono che questa loro ricchezza è funzione della grande maggioranza che vive in una misera condizione, come avevano, al contrario, già compreso Adam Smith e G. W. F. Hegel. Il problema di fondo è che i lavoratori della testa tendono a ritenere l’attuale sistema, ovvero il modo di produzione capitalistico, “come naturale e ineluttabile” (22) e, dunque, immodificabile. Tali lavoratori della testa sostengono: “come farebbe il fiore a fiorire se non fiorendo? E dimenticano che dopo il fiore viene il frutto, qualcosa di diverso, ma di altrettanto naturale”. In altri termini, i lavoratori della testa, ritenendo necessario l’esistente, non comprendono che la realtà è un continuo processo in divenire. Non comprendono quindi che quando un determinato modo di produzione ha raggiunto il proprio obiettivo e non favorisce più, ma è di impedimento allo sviluppo delle forze produttive, diviene altrettanto necessario e naturale superarlo dialetticamente in un sistema economico più produttivo e giusto.

Ruth Berlau vorrebbe apprendere a combattere, per prender parte alla guerra di Spagna, ma Brecht gli insegna che prima deve imparare a sedersi comodamente, per poter studiare la questione

L’amante di Brecht voleva prendere parte attivamente alla lotta di classe e, perciò, chiede all’intellettuale marxista cosa deve fare per arruolarsi fra le brigate internazionali nella guerra di Spagna. Brecht, che aveva paura di perderla, gli risponde di sedersi. Prende in giro la sua volontà di prendere parte in modo immediato al conflitto sociale e, perciò, le domanda se si è seduta bene. Quando l’amante gli risponde spazientita: “Non so! come altro avrei dovuto sedermi?” (182). Quando Brecht, come intellettuale marxista, gli indica il modo adatto di sedere, l’amante gli risponde impazientemente di non esser lì per imparare a sedersi, ma piuttosto per sapere come prender parte direttamente alla lotta i classe. Al che, pazientemente, Brecht replica di sapere bene il motivo della sua venuta, ma proprio a questo scopo deve prima imparare a sedere in modo adeguato, “in quanto ora noi siamo seduti” (182) e per apprendere occorre studiare e a questo scopo è bene sedere nel modo giusto. Ruth Berlau gli obiettò: “se si mira sempre ad assumere la posizione più comoda e si punta sempre a tirar fuori quanto c’è di meglio dall’esistente, in breve, se si ha di mira il godimento, come si fa a combattere” (182). Al che gli rispose l’intellettuale marxista, in modo saggio e dialettico, “se non si mira al godimento, se non si vuol tirare fuori quanto di meglio c’è da ciò che esiste, se non si vuole assumere la posizione più comoda, perché si dovrebbe combattere?” (182). Il dialogo è interessante in quanto si analizza la dialettica fra il giovane idealista – che intende, in modo un po’ estremistico, mettere subito in gioco la propria vita per prender parte alla lotta rivoluzionaria, in quanto non può riconoscersi nel mondo così com’è – e il maturo intellettuale comunista che cerca di fargli notare che la volontà di prendere parte in modo continuativo al conflitto sociale, nei modi e con i ritmi necessari a portare avanti tale impegno per tutta la vita, non può fondarsi esclusivamente sullo slancio giovanile. In altri termini, una lotta secolare come quella di classe non può fondarsi solo sull’entusiasmo e lo spirito di sacrificio del giovane neofita, ma non può che avere come obiettivo quello di far vivere nel modo migliore la grande maggioranza della popolazione. In altri termini, è un pensare astratto, ancora intellettualistico quello che contrappone il dovere al piacere, alla naturale ricerca della felicità da parte dell’uomo. La pretesa del moralismo di agire in maniera puramente altruistica, nella sua astrattezza, rende impossibile all’uomo che, per quanto razionale, è comunque un animale di agire in modo virtuoso. Al contrario si tratta di far sì che la propria aspirazione naturale a godersi la vita si accordi con il prendere parte – tenendo presenti le doti e le qualità di ognuno – alla lotta di classe, al fine di realizzare una società in cui tale lotta divenga finalmente superflua.

Note:

[1] Bertolt Brecht, Me-ti. Libro delle svolte [1934-37], tr. it. di C. Cases, Einaudi, Torino 1970, pp. 21-22. D’ora innanzi citeremo quest’opera indicando direttamente nel testo le pagine della traduzione italiana fra parentesi tonde, senza segnalare le modifiche che vi apporteremo.

31/05/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.ilpost.it/2018/02/10/bertolt-brecht/

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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