Il processo Stalin

C’è un unico precedente che si ricordi per un processo come quello a Stalin. L’imputato era Papa Formoso e l’accusatore Papa Stefano, che nel 897 ne fece disseppellire il cadavere. Il reo predecessore non poté ribattere alcunché. Formoso fu deposto e dannato in eterno.


Il processo Stalin Credits: https://it.rbth.com/multimedia/2017/08/29/collettivizzazione-cosi-fu-spazzato-via-il-vecchio-contadino-russo_830330

Ruggero Giacomini – presidente del Centro culturale “La città futura”, e autore di importanti studi su Gramsci e sulla resistenza – ha recentemente pubblicato un significativo volume per Castelvecchi intitolato Il processo Stalin, dedicato a Domenico Losurdo, che citeremo indicando fra parentesi tonde il numero di pagina.

Forte del riferimento ai nuovi documenti emersi dagli archivi sovietici, analizza i diversi capi di accusa del celebre processo a Stalin celebrato, a tre anni dalla sua morte, nel XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica. In tale singolare processo Nikita Kruscev concentrò su di sé il ruolo di giudice, testimone d’accusa e pubblico ministero, senza nemmeno prendere in considerazione la possibilità stessa di un avvocato difensore. In tal modo, fu piuttosto agevole scaricare sul suo predecessore tutti i tragici eventi della storia dell’Unione sovietica posteriori alla morte di Lenin.

In tal modo Kruscev e i suoi fedeli sostenitori, per quanto affermatisi politicamente proprio negli anni in cui il partito e il paese erano guidati da Stalin, cercarono di scaricare tutte le drammatiche conseguenze delle precedenti decisioni su chi – in primo luogo nel partito – si opponeva al nuovo corso, improntato alla coesistenza pacifica fra socialismo e imperialismo.

Perciò quando, dopo la morte di Stalin, furono liberati i prigionieri politici rinchiusi nei Gulag e che giustamente chiedevano una riabilitazione e un riconoscimento dei torti che avevano subito, Kruscev “scelse di cavalcare l’onda, poco curandosi della esattezza e verità del suo discorso e non volendo finire lui stesso sotto accusa. Il timore era giustificato, perché alle repressioni egli aveva preso decisamente parte. Secondo le risultanze di una commissione di epoca gorbacioviana delle ‘pratiche anti-costituzionali’, egli aveva infatti ‘responsabilità dirette… nella repressione di 55.741 comunisti di Mosca, e di 167.565 comunisti ucraini.’ Esiste anche un documento del luglio 1937 in cui Kruscev chiede a Stalin l’arresto di 33.000 persone e la fucilazione di 6.500. Che da qui provenisse una sua forte preoccupazione lo dimostra l’affermazione più volte ribadita nel discorso che Stalin decideva da solo, che nessuno poteva contraddire le sue decisioni, che non c’era possibilità di discussione. E che dunque non di doveva andare a cercare altri responsabili”.

“Pur non riuscendo a portare alcun fatto concreto a sostegno, egli si atteggia a coerente e impotente oppositore, lasciando trasparire che semmai chi aveva approvato erano gli altri. Dopo di che ebbe tutto il tempo di ripulire il più possibile gli archivi di ciò che avrebbe potuto comprometterlo” (336). Del resto Kruscev evitò sempre ogni discussione, sin dopo la prima lettura del suo rapporto su Stalin, e benché fece sì che fosse reso pubblico passandolo agli jugoslavi, non lo fece mai pubblicare. “Questo metodo singolare tradiva la consapevolezza che quel testo era facilmente confutabile”. Del resto, come osserva ancora Giacomini, “il rapporto aveva svolto il suo ruolo nella lotta politica interna per il consolidamento del suo potere personale, e non serviva più” (340).

Considerato che il processo di Kruscev è alla base della demonizzazione della figura di Stalin, da allora sino sostanzialmente ai nostri giorni, a partire dalla disamina critica di questo processo indubbiamente sommario, Giacomini – come osserva a ragione Stefano G. Azzarà nella sua brillante prefazione – si pone un obiettivo decisamente più ambizioso, ovvero “riaprire il dibattito sulla storia del movimento comunista nel Novecento” e, più in generale, sui problemi della transizione al socialismo.

Azzarà ricorda a ragione l’importante antecedente costituito dalla monografia di Losurdo che, un decennio prima, aveva ricercato di portare su un piano più oggettivo e critico la disamina della figura di Stalin, troppo spesso altrettanto acriticamente glorificato e demonizzato dai suoi sostenitori e avversari politici. Tale meritorio tentativo non poteva, però, rimettere in discussione l’ideologia che si è affermata con la guerra fredda – con il fine di giustificarla – ponendo sullo stesso piano nazismo e comunismo.

In tal modo, si è rapidamente passati nel secondo dopoguerra dai “giudizi encomiastici di personalità insospettabili come De Gasperi, Bobbio, Croce e molto altri” [1], al considerare Stalin, in particolare dopo il processo di Kruscev, come “un dittatore morbosamente sanguinario, vanesio e assai mediocre o addirittura ridicolo sul piano intellettuale” (9). Così dopo la morte di Stalin nel 1953 “in pressoché tutti i Paesi fu in varie forme celebrato e ricordato come uno dei massimi protagonisti della storia del ventesimo secolo. Sotto di lui la vecchia Russia, caratterizzata da un’arretratezza economica e culturale secolare, era diventata come Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (Urss) la seconda potenza mondiale; aveva sconfitto la Germania hitleriana nella più terribile guerra di tutti i tempi, portato al massimo sviluppo il movimento comunista internazionale, e si era creato il vasto campo dei Paesi socialisti. Grazie anche a tutto questo era cresciuto in modo poderoso il movimento di liberazione dal colonialismo ed era in piena espansione il movimento dei partigiani per la pace e per la messa al bando dell’arma nucleare. A Mosca un comitato per le onoranze funebri nominato dal comitato centrale del Partito e presieduto da Krusciov organizzò solenni onoranze e funerali di Stato, dopodiché la salma, nel frattempo fatta imbalsamare, venne deposta accanto a Lenin nel mausoleo sulla piazza Rossa. Tre anni dopo questo stesso Kruscev, postosi alla guida del Partito comunista dell’Unione Sovietica, gli intentava uno strano processo, scagliando contro il morto una serie innumerevole di accuse e condannandone la memoria all’esecrazione generale” (21).

“I comunisti di tutto il mondo ne furono disorientati e lacerati, e l’anticomunismo, l’ideologia unificante del capitalismo mondiale, ne fu galvanizzato. Era come se un papa avesse ‘rivelato’, per la gioia degli ateisti militanti, che il suo predecessore considerato santo era in realtà pedofilo” (22). “La requisitoria kruscioviana è stata assunta in Occidente per tutti i decenni a seguire e con rarissime eccezioni come verità indiscutibile, non bisognosa di prove, ricerche e accertamenti, un dogma assoluto” (24). Tanto che Giacomini osserva ironicamente: “se Krusciov avesse fatto valere i diritti d’autore per il suo discorso sarebbe diventato certo molto ricco. Gli Stati Uniti e il capitalismo internazionale apprezzarono molto l’inatteso contributo offerto alla propaganda anticomunista e antisovietica, stamparono e diffusero il testo in tutte le lingue, inondando il mondo con milioni di copie” (339).

Così nel libro l’autore cerca di giungere a un bilancio maggiormente critico ed equilibrato, sulla base di quanto aveva osservato da G. Prestipino: “ai morti della storia non si benedice né si maledice. Si fanno processi, ma per un’istruttoria storica rispettosa dei codici di procedura storiografica soltanto”. Secondo un procedimento, quindi, diametralmente opposto a quello utilizzato da Kruscev. Anche perché, “se nell’esercizio del ruolo di Pm Kruscev infarcisce la sua requisitoria di accuse grossolane, false e pretestuose, ne discende necessariamente che anche la condanna da lui pronunciata quale giudice è da considerarsi nulla. È questo un passaggio necessario per liberare la ricerca e la riflessione storica dall’incrostazione di pregiudizi, luoghi comuni e false informazioni” (340-41).

A questo scopo Giacomini, sulle orme di Losurdo, procede innanzitutto contestualizzando i tragici eventi dell’età staliniana in un contesto di guerra aperta e di stato di assedio imposto sin dalla sua nascita al paese della rivoluzione dalle principali potenze imperialiste. Se questo naturalmente non giustifica gli aspetti dispotici della direzione staliniana, permette però di comprenderli razionalmente. Come osserva un autore liberale, A. Monti, in un significativo testo riportato in appendice da Giacomini, “quanto a circostanze, tener presente che, come la Francia della Rivoluzione fu dal ’93, se non prima, al ’99, se non dopo, un Paese assediato da emigrati e da governi ‘coalizzati’, così l’Urss, anche con Stalin fu uno Stato cinto da un reticolato militare psicologico economico per opera di emigrati e di governi stranieri, i quali, aperto appena nel ’42 un varco nel reticolato perché si passassero gli aiuti ai russi, quattro anni dopo lo richiudevano provvedendo anzi a dilatarlo dall’Islanda a Formosa, dall’Alaska alla ‘quarta sponda’ del Mediterraneo, e a rafforzarlo con le basi atomiche: Coblenza e prime guerre di coalizione han spiegato per la Francia Terrore e Robespierre, ‘politica dei patti’ e ‘grande congiura’ potran bene – semmai – spiegare, per l’Urss anche di Stalin, i metodi dittatoriali ora deplorati” (351) nel rapporto di Krusciov.

Per quanto riguarda le accuse più scottanti rivolte alla direzione staliniana, ovvero la collettivizzazione forzata dell’agricoltura e il Terrore culminato nei Grandi processi degli anni Trenta, anche in tal caso il tentativo dell’autore è di comprendere storicizzando, piuttosto che limitarsi a un semplice giudizio di natura morale e ideologica. In altri termini, il primo di questi tragici eventi “è difficilmente comprensibile senza tener conto della necessità della leadership sovietica di garantire lo sviluppo dell’Urss a fronte di una situazione internazionale che, soprattutto dopo l’avvento del nazismo in Germania, andava precipitando verso una nuova guerra mondiale” (18).

Lo stesso grande terrore “va inquadrato nel contesto di un ferocissimo conflitto politico interno al partito comunista”. In cui le opposizioni alla maggioranza staliniana, sebbene sensibilmente differenti fra di loro, “in determinate circostanze si erano dimostrate capaci di coordinarsi e di prefigurare una sorta di contropotere. Un potere occulto dotato di una propria organizzazione all’interno della Russia e con capillari connessioni con gli espatriati”. Tanto che la “quasi integrale totalità degli osservatori stranieri presenti ai processi – osservatori qualificati come l’emissario di Roosevelt, Joseph Davies, il quale riferisce le opinioni convergenti di numerosi diplomatici e ambasciatori con i quali si era confrontato – si fossero persuasi, per quanto ‘malvolentieri’, che non si trattasse affatto di una montatura. ‘Lo Stato era riuscito a dimostrare quanto desiderava o per lo meno a provare l’esistenza di una estesa cospirazione a danno del governo Sovietico da parte di dirigenti politici, cospirazione che, secondo le loro leggi, costituisce un delitto’” (18).


Note

[1] Per non parlare, ovviamente, della grande considerazione che ne avevano gli intellettuali comunisti. Ad esempio Giacomini riporta in appendice un articolo di uno dei più antidogmatici autori del Pci, a cui si deve la prima edizione critica dei Quaderni del carcere, V. Gerratana che, appena due anni prima del rapporto Kruscev, scriveva un articolo dal titolo: Stalin antidogmatico. Dove tra l’altro scriveva: “il rapporto tra dogmatismo e culto della personalità è probabilmente più complesso, ed è proprio l’opera di Stalin che permette di approfondire maggiormente la questione” (345).

07/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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