I film più sopravvalutati del 2019

Proseguiamo con le tradizionali classifiche dell’anno appena trascorso, occupandoci dei film più sopravvalutati e, perciò, maggiormente deludenti


I film più sopravvalutati del 2019 Credits: https://www.ilpost.it/2019/09/18/cera-una-volta-a-hollywood-guida/

Midsommar il villaggio dei dannati di Ari Aster, Usa 2019, voto: 4,5; tipico film horror estivo, prodotto dell’industria culturale e sostanzialmente reazionario, in quanto il male radicale viene individuato in una comune che vive sulla base di un comunismo primitivo. Si tratta, al solito, di un’apologia indiretta dell’individualismo del capitalismo americano. Anche se condotta in una prospettiva ancora più reazionaria, resta comunque di rilievo la critica a certo ambientalismo reazionario e all’impostazione postmoderna oggi dominante nell’antropologia culturale. Valida anche la critica alla tradizione e alla visione mitologico-religiosa del mondo, anche se pure in questo caso si tratta di una critica da un punto di vista reazionario, in quanto essenzialmente funzionale a riaffermare i valori della tradizione a stelle e strisce.

Love Death and Robots, 1x04 Tute meccanizzate di Franck Balson, voto 4,5; puro divertissement, costruito come un manga giapponese in stile vintage, nella forma di un western ambientato nel futuro. Torna il vecchio stereotipo identitario dell’invasione di alieni mostruosi, che tende a criminalizzare l’altro, il diverso in quanto tale (ieri il comunista, oggi l’immigrato povero). Serie tutto sommato mediocre, assurdamente esaltata da certa critica egemonizzata dall’ideologia neopositivista dominante.

High Lifedi Claire Denis, Francia 2018, voto: 4,5; il film scade presto nel postmoderno e nel grottesco, mostrando il gusto perverso di rimestare nel torbido, neanche si trattasse di un tipico film italiano dell’era Salvini. Per il resto abbiamo la solita – ormai scontata nei paesi a capitalismo avanzato – visione distopica del futuro. Apparentemente si tratta di sano realismo, in quanto considerata la prevalenza a livello internazionale dell’imperialismo e la massima debolezza dell’alternativa comunista, non si potrebbe che, realisticamente, rimanere all’interno di questo modo di produzione, per quanto sempre più irrazionale; il che comporterà l’inesorabile precipitare in una nuova epoca di profonda crisi della civiltà umana. D’altra parte, cogliendo del binomio socialismo o barbarie solo il secondo termine, considerato che – in particolare nei paesi a capitalismo avanzato – il primo appare totalmente screditato (dal pensiero unico dominante), la possibilità stessa dell’alternativa viene meno. Dunque, bisognerebbe dire addio a ogni tipo di spirito dell’utopia e allo stesso principio speranza e prepararci a godere, nel migliore modo possibile, quanto ci resta da vivere nel nostro occidentale Grand Hotel Abisso. Si torna, così, al pessimismo conservatore e reazionario di Schopenhauer e alla sua apologia indiretta del capitalismo. Gli odierni intellettuali tradizionali, sempre più parassitari, non possono più permettersi un’aperta apologia del capitalismo sempre più in crisi, in quanto rischierebbero di perdere la loro credibilità. Perciò, non gli resta che puntare sul T.I.N.A., sul non ci sono alternative, mantra che ha permesso al pensiero unico neoliberista di affermarsi, apparentemente, in modo irresistibile.

Van Gogh sulla soglia dell’eternitàdi Julian Schnabel, Usa 2018, voto: 4,5; come accade spesso i film biografici su grandi artisti sono completamente privi di contenuto sostanziale e di motivo di interesse. La persona particolare dell’artista è di scarso interesse, ciò che conta è la sua opera immortale, che finisce con l’essere, paradossalmente, il grande assente nel film.

I fratelli Sisters di Jacques Audiard, Francia, Spagna, Romania, Belgio, USA 2018, voto: 4,5; prodotto piuttosto sciatto e noioso dell’industria culturale, che come avviene spesso prende come eroi due sicari ultra individualisti.

A Star Is Borndi Bradley Cooper, Usa 2018, voto: 4+; quarto remake, il film ha ricevuto quattro candidature e vinto un premio ai Golden Globes, e sette candidature a BAFTA, nonostante sia un mediocre prodotto dell’industria culturale, volto a propagandare come grande novità progressista la mercificazione della musica.

Il signor diavolo di Pupi Avati, Italia 2019, voto: 4+; come la quasi totalità dei film horror tende a dar credito alle arcaiche superstizioni, improntate su di una visione mitologico-religiosa del mondo e mira a screditare la ragione e con essa la scienza, il materialismo storico, la democrazia e la stessa civiltà. Il film ha, in partenza, qualche spunto significativo, nel quadro piuttosto realistico che presenta del potere oscurantista della Democrazia cristiana, che deve il suo dominio all’ignoranza in cui mantiene le masse contadine, nel caso specifico del Veneto. Poi il genere, con i suoi aspetti irrazionalistici, tende a prendere il sopravvento e finisce con l’emergere lo spietato sguardo cinico del regista, incapace d’instaurare una qualche forma di connessione sentimentale con il proprio stesso popolo.

Profumo, serie televisiva tedesca di genere thriller in 6 episodi, disponibile sul servizio video on demand netflix, voto: 4+; prodotto piuttosto mediocre dell’industria culturale, la serie ripropone l’arcaica concezione ultra-maschilista della donna e, inoltre – come avviene generalmente nelle serie – allunga inutilmente il brodo, tanto che ben presto finisce con l’annoiare, sebbene si tratti di un thriller.

Searching Eva di Pia Hellenthal, documentario Germania 2019, voto: 4+; insostenibile film ultra-postmoderno, senza capo né coda, come del resto la protagonista del film.

Submergence di Wim Wenders, USA, Germania, Francia, Spagna 2017, voto: 4+; Wenders ha finalmente abbandonato il post moderno, ma realizza un assurdo e del tutto irrealistico film su un travolgente amore romantico fra una scienziata di avanguardia, che scandaglia i fondali marini, e un uomo delle truppe speciali dell’imperialismo britannico impegnato nella guerra sporca contro il terrorismo. Naturalmente Wenders non si pone nemmeno un dubbio rispetto alla vulgata della guerra al terrorismo e ci presenta una spia dedita alla guerra sporca come un idealista, pieno di fascino metafisico, in grado di fare innamorare completamente di sé, in pochissimo tempo una scienziata che, sebbene impegnata nella missione della sua vita, si dimostra pronta ad abbandonare tutto pur di seguire il suo cuore che lo lega a un esperto di operazioni militari sporche. Scioccamente orientalista è la modalità di presentare degli improbabili e inverosimili fondamentalisti islamici.

Pinocchio di Matteo Garrone, Italia, Gran Bretagna, Francia 2019, voto: 4; il solito e ormai scontato film completamente gratuito di Garrone, funzionale soltanto a dimostrare il suo ossequio, dal punto di vista tanto del contenuto quanto della forma, all’ideologia attualmente dominante della quale, non a caso, è considerato il miglior corifeo italiano. Secondo uno schema ormai ben consolidato, il contenuto del film è ridotto a un mero pretesto, del tutto esteriore, con il quale il regista non ha nessuna connessione sentimentale – né appare interessato a darne un’interpretazione personale e innovativa – funzionale esclusivamente a mettere in evidenza le proprie autocompiaciute “doti” stilistiche, al solito prodotte dal connubio fra naturalismo e gusto per il grottesco, una nuova forma di secentismo programmatico. Se ne sconsiglia la visione, in particolare ai bambini. Resta l’arcano di come un regista tanto ignavo quanto conformista possa essere divenuto il beniamino italiano della (a)-critica cinematografica.

La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, Italia, Francia 2019, voto: 4; banale e ambiguo film – basato su una pessima sceneggiatura dell’eroe di carta nazionale – completamente schiacciato sulla rappresentazione più naturalistica della cronaca nera scandalistica, finisce in modo magari inconsapevole con il naturalizzare le tragiche vicende del sottoproletariato napoletano. Si tratta, a conti fatti, della narrazione maggiormente funzionale a non irritare la cattiva coscienza dei benpensanti, che possono persino godersi lo spettacolo di un mondo così naif e, apparentemente, in nessun modo connesso con il loro.

Spider-Man: Far From Home di Jon Watts, Usa 2019, voto: 4; prodotto ben confezionato dell’industria culturale con l’ormai abituale dose di autoironia, di politically correct e di disagio esistenziale del supereroe. Per il resto il film conferma i tipici difetti del genere, ovvero: 1) mancanza di contenuto sostanziale, di reali motivi d’interesse e spunti di riflessione, 2) concezione superomistica che tende a ridurre le masse di esseri umani a meri spettatori. 3) restaurazione della visione mitologico-religiosa del mondo, con la tipica personificazione delle potenze della natura, in modo da occultarne le reali cause politiche e sociali, ovvero senza mettere in questione il modo di produzione capitalistico, per quanto irrazionale e distruttivo possa essere divenuto. Particolarmente fastidiosa la consueta caricatura negativa dell’insegnante, ovvero dell’intellettuale in via di proletarizzazione che spaventa il partito dell’ordine. Altrettanto insopportabile è lo sguardo “orientalista” con cui l’industria culturale a stelle e strisce presenta la stessa Europa.

Miserere di Babis Makridis, Grecia, Polonia 2018, voto: 4; film meramente formalistico, il cui contenuto è solo un pretesto del regista per ammirarsi la lingua. Colpisce come proprio in un paese come la Grecia, dove vi è stato un grandioso e tragico scontro di classe i registi maggiormente quotati si disinteressino completamente del mondo storico, politico e sociale.

Gloria Bell di Sebastián Lelio, Usa 2018, voto: 4-; dopo aver conquistato una certa celebrità con film dignitosi, Lelio realizza il primo film statunitense alla maniera postmoderna del cinema d’“autore” europeo, da vero epigono sudamericano. Ne vide fuori un film senza capo ne coda, privo di qualsiasi interesse al di là di qualche particolare tecnico e formalistico.

Frozen II - Il segreto di Arendelle di Jennifer Lee e Chris Buck, Usa 2019, voto 4-; noioso e del tutto inutile, se non a fini puramente commerciali, sequel di un grande successo di questa enorme impresa di narcotici per bambini che è la Disney, il cui monopolio sui film con il maggior numero di spettatori è sempre più allarmante ed è utile esclusivamente a ricordarci che davvero viviamo in tempi oscuri.

Un valzer tra gli scaffali di Thomas Stuber, Germania 2018, voto: 4-; presentato come il più significativo film tedesco dell’anno, è in realtà un prodotto mediocre che contribuisce a mistificare il modo di produzione capitalistico, occultando lo sfruttamento e l’alienazione del lavoro salariato.

Toy Story 4 di John Lasseter e Josh Cooley, USA 2019, voto: 4-; la Pixar è ormai stata compiutamente normalizzata e ricondotta ai contenuti melensi e apologetici della società capitalistica tipici della Disney e dei suoi classici prodotti standard dell’industria culturale, persino dal punto di vista formale. A ulteriore dimostrazione che spesso le acquisizioni delle piccole e medie imprese sono portate avanti dalle multinazionali per togliere di mezzo pericolosi competitori, che ne hanno messo in discussione gli standard al ribasso con prodotti di maggiore qualità e, in una certa misura, latori di una concezione del mondo, almeno parzialmente, alternativa. Per altro, senza questa sana concorrenza la condizione di monopolio non può che rendere ancora più convenzionali, filistei e scontati i prodotti della stessa Disney. Protagonista della storia narrata nel film è il tipico rappresentante degli apparati dello Stato, particolarmente repressivi, del sud degli Stati Uniti, per di più divenuto una macchina che, secondo l’ideologia dominante, sarebbe più previdente, intelligente e sensibile di un rappresentante del genere umano. Sarebbe, inoltre, prodotto dall’industria capitalistica per prendersi cura di noi, senza apparire mai invasivo, anzi ponendosi completamente al nostro servizio. Salvo poi autonomizzarsi, dal momento che anche le macchine avrebbero dei sentimenti individuali, per mettersi in proprio, secondo il più becero prototipo del sogno americano, al fine di provvedere al meglio al bene comune.

First Man - Il Primo Uomo di Damien Chazelle, Usa 2018, voto: 4-; l’assurdamente sopravvalutato, anche a sinistra, Chazelle dimostra ancora una volta di essere un apologeta dell’imperialismo Usa, per altro nel caso specifico, acriticamente celebrato, tutto fumo e niente arrosto.

Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis, Italia 2018, voto: 4-; il regista è ormai divenuto il più grande esponente di questo genere che sta divenendo dominante nel cinema (pseudo) d’autore italiano, incentrato sul rimestare nel torbido, contemplando gli aspetti più appariscenti dello stadio putrescente del capitalismo italiano.

Solo A Star Wars Story di Ron Howard, Usa 2018, voto: 3,5; prodotto puramente culinario dell’industria culturale statunitense, al solito ultra-individualista e, anche nel suo genere, alquanto mediocre.

Glass di M. Night Shyamalan, Usa 2019, voto: 3,5; un’appendice filmica di mediocre qualità della distruzione della ragione, funzionale all’apologia indiretta del modo capitalistico di produzione.

Il primo re di Matteo Rovere, Italia, Belgio 2019, voto: 3,5; mediocre film sullo scontro fra la mera volontà di potenza nietzschiana e l’attitudine fondamentalista religiosa. Film assurdamente pompato dalla sedicente critica.

Il paradiso probabilmente di Elia Suleiman, Francia 2019, voto: 3+; osannato dalla critica in quanto, sebbene sia opera di un regista palestinese, il film è spudoratamente asservito all’ideologia dominante, nella sua forma irrazionalista del postmoderno. Nonostante la spaventosa tragedia del suo popolo, il regista potendo vivere all’estero si assicura una vita del tutto confortevole, realizzando opere ben confezionate per l’industria culturale del cinema d’autore. Il film è noioso, pesante, snervante e nemmeno valido dal punto di vista meramente culinario. Assolutamente da evitare.

Noi di Jordan Peele, Usa 2019, voto: 3+; al di là delle assurde pretese di darsi un tono, alludendo metaforicamente a un indefinito pseudo contenuto sostanziale, il film resta un tanto noioso quanto mediocre filmetto di genere.

Border creature di confine di Ali Abbasi, Svezia, Danimarca 2018, voto: 3+; film che ama rimestare nel torbido e si compiace del grottesco, dal contenuto pericolosamente ambiguo.

Ad astra di James Gray, USA, Brasile, 2019, voto: 3; film assurdo, puerile, del tutto irrealistico e ideologico, con una scontatissima esaltazione dell’ultra-individualista sogno americano, che si rivela, involontariamente, piuttosto un incubo.

C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino, Usa 2019, voto: 3; film ultrareazionario del cinefilo Tarantino che rappresenta una posizione apertamente revisionista sui movimenti degli anni sessanta, un vero e proprio rovesciamento di Easy rider e della nuova Hollywood, cui viene contrapposta quella maccartista. Non può che dare da pensare il fatto che la spaventosa strage di sedicenti hippie da parte di un redivivo John Wayne incontri gli applausi liberatori dei nostrani cinefili, che finalmente possono dare sfogo ai loro più reconditi istinti reazionari, anche quando si spacciano per radical di sinistra. Per altro il film sconsideratamente lungo è di una noia davvero micidiale. Significativo che Di Caprio, che vorrebbe darsi l’aria di movimentista ambientalista, non abbia nessuna remora a interpretare un prodotto di così scadente rivalsa codina, volto a demonizzare la contro-cultura dei movimenti degli anni sessanta, per altro, in modo del tutto rovescista, facendo rappresentare lo spirito del 68 dalla banda satanista dell’ultra reazionario Manson.

Il traditore di Marco Bellocchio, Italia 2019, voto: 3; mediocre film sostanzialmente omertoso e incapace di una reale denuncia su una questione essenziale e, purtroppo, attualissima come la malavita organizzata, di cui si sottacciono le decisive connessioni con il mondo politico e socio-economico.

Estasi di Gustav Machaty, Cecoslovacchia 1933, voto: 3; film giustamente a lungo dimenticato, rilanciato ultimamente come un capolavoro dalla a-critica cinefila, è in realtà una pellicola del tutto anonima. Il film è decisamente noioso, in quanto privo di un significativo plot che – come sapeva già Aristotele e non hanno ancora appreso gli odierni “critici” cinefili – è la conditio sine qua non di ogni opera d’arte.

La mia vitacon John F. Donovan di Xavier Dolan, USA 2018, voto 3; film senza capo né coda, al solito ultra-narcisistico e con i temi costantemente ricorrenti nella filmografia di questo sopravvalutato regista.

Apollo 11 di Todd Douglas Miller, USA 2019, voto: 3; documentario sullo sbarco sulla luna del tutto privo di spessore e spirito critico, che non conserva nemmeno il gusto vintage per le atmosfere dell’epoca. Si tratta di una stanca e stancante apologia di una sedicente fenomenale impresa statunitense, in realtà tutta costruita a scopo mediatico, per lavare l’onta del fatto che la “conquista dello spazio” è stato opera, pressoché esclusiva, dei costantemente denigrati comunisti sovietici.

Suspiria di Luca Guadagnino, Usa, Italia 2018, voto: 3; remake senza capo né coda di uno dei peggiori e più assurdamente sopravvalutati film della storia del cinema: Suspiria di Dario Argento. Tanto quest’ultimo, quanto l’autore del remake sono fra i registi più stolidamente sopravvalutati.

Il nome della rosa, miniserie televisiva italo-tedesca del 2019, diretta da G. Battiato per la Rai, voto: 3-; tutti gli aspetti più significativi e rivoluzionari del notevole romanzo omonimo, da cui è tratta la serie, sono sacrificati all’altare dell’industria culturale, mirando a fare dell’opera un prodotto meramente culinario di livello, per altro, alquanto modesto.

Aladdin di Guy Ritchie, Usa 2019, voto: 3-; prodotto meramente culinario dell’industria culturale di mediocre qualità.

Il Commissario Montalbano, Un Diario Del 43, voto: 2,5; episodio particolarmente piatto e mediocre, dal contenuto ambiguamente rovescista.

Burning - L'amore brucia di Chang-dong Lee, Corea del sud 2018, voto: 2; il film riassume in sé tutti i vizi del cinema d’autore conforme all’ideologia dominante: il postmoderno, il compiacimento per gli aspetti miseri e grotteschi dell’esistenza, il minimal-qualunquismo: del tutto insostenibile.

La Casa di Jack di Lars von Trier, Danimarca, Francia, Germania, Svezia 2018, voto: 1,5; film incentrato sulla rappresentazione di una violenza del tutto gratuita nei confronti di innocenti indifesi, del resto cosa ci si potrebbe aspettare da un regista che ha preteso di rivalutare il nazionalsocialismo?

Santa sangre sangue santo di Alejandro Jodorowsky, Italia 1989, voto: 1; nel modo più assurdo si rilancia in prima visione uno dei più insostenibili film della storia del cinema.

18/01/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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