La fascistizzazione della Lega

Qual è la natura della Lega? Può essere considerata strutturalmente l’erede del fascismo nel XXI secolo, rispetto ad altre formazioni come Fratelli d’Italia o altri?


La fascistizzazione della Lega

Attribuire alla Lega di Salvini caratteri fascisti, o anche solo fascistoidi, è un mantra che tutta la sinistra (dalla sbiadita colorazione liberal del PD alle arcobalenanti cromature del PRC, passando da una serie di altri soggetti comunisti e oltre, nei territori dell’antagonismo sociale) ripete in maniera ossessiva, facendo riferimento alla componente intollerante e razzialista, ma spesso eludendo più o meno inconsapevolmente un aspetto determinante, strutturale di questa organizzazione politico-sociale.

Certamente, la retorica xenofoba e razzista, che arriva a tingersi di infame antisemitismo nemmeno tanto mascherato (come attesta l’esempio eclatante dell’astensione sulla Commissione contro l’odio proposta dalla senatrice Liliana Segre in Senato) è un sintomo evidente di elementi ideologici che permeano sempre di più l’aggressiva (quanto mistificante) propaganda salviniana.

Anche il richiamo “protezionistico” in campo non solo economico, ma sociale, culturale, religioso (con un approccio immunitario-comunitario, utilizzando una terminologia di Roberto Esposito) definisce il proprio campo politico-territoriale, allargando dai “popoli” di una leggendaria “Padania” all’intera dimensione nazionalistica degli “italiani”, con la pretesa di precedenza e preminenza nei diritti: questa suppurazione ideologica, che si va diffondendo come un’infezione in strati sociali diffusi, rappresenta un aspetto determinante della concezione nazionalistica e fascistoide, che vuole escludere tutti coloro che non appartengano ad una inverosimile identità italiana, infondata sul piano antropologico-sociale, ma prodotto artificioso di un processo storico-politico-militare del XIX secolo nel contesto dei nascenti nazionalismi europei l’un contro l’altro armati. L’identitarismo organicistico del nazionalismo fascista, sommato alla strumentalizzazione confessionale, pervade ormai in maniera putrescente il sovranismo della Lega, determinando una costruzione di un blocco sociale corporativo ed escludente, incentrato sulla dichiarazione di protezione delle classi popolari, ma fondata sostanzialmente sul dominio degli strati medio-piccoli del padronato.

Quello che occorre dunque indagare profondamente è la struttura sociale della Lega: nata come referente dei piccolo-medi imprenditori del Nord produttivo, delle aziende di piccola taglia – fondamento e orgoglio dell’atavica arretratezza del capitalismo italico – la Lega con Salvini è riuscita a diventare referente più che della classe media (come nel caso del fascismo fattosi regime) di quel che resta della classe operaia tradizionale, sempre meno numerosa, ma radicata nelle regioni del Nord (tra Lombardia e Piemonte e Liguria), e di larghi strati della popolazione meridionale, che intravedono irrazionalmente nel salvinismo una risposta al processo di colonizzazione a bassa intensità che i paesi forti dell’UE (Germania, Francia, Olanda) hanno avviato verso le aree più deboli, soprattutto mediterranee (vedi la Grecia): nonostante la Lega abbia incarnato un modello liberista, con l’orizzonte (irraggiungibile) della secessione o di un federalismo forte che annullasse la redistribuzione territoriale delle ricchezze del nord (rimuovendo la memoria sul decollo industriale degli anni ‘60, in cui le aziende settentrionali hanno affrontato lo sviluppo con la manodopera del sud, secondo un modello di sfruttamento interno sub-coloniale), si comincia a diffondere anche tra i meridionali la convinzione che una Lega nazionale possa proteggere (in una visione stratificata geograficamente della società e dell’economia) anche il sud d’Italia.

A fronte di questo scenario, occorre dunque chiedersi quale sia la reale natura della Lega: in particolare, dobbiamo domandarci se essa può essere considerata strutturalmente l’erede del “fascismo” nel XXI secolo, rispetto ad altre formazioni come Fratelli d’Italia più esplicitamente richiamantesi a quella tragica esperienza storica.

Una risposta può venire analizzando i risultati di CasaPound: nonostante il lavoro sociale che questa formazione neo-nazista produce da anni, i risultati elettorali sono estremamente esigui (a parte alcune zone, come Lucca, dove raggiunge percentuali inquietanti: l’8%). Segno che non è il lavoro sociale a pagare, ma una propaganda che va ad intercettare le paure, come anche i risentimenti e i rancori più profondi delle classi popolari.

Il bisogno di protezione (sociale, ma anche culturale e identitaria) è incarnato paradossalmente dalla Lega: Salvini rappresenta colui che è riuscito a far riemergere, tramite la volgarità plebea di espressioni rozze e prive di mediazione culturale sfruttate come tratto distintivo della comunicazione, l’egoismo sociale come rivendicazione di diritto particolare, suscitata dall’insicurezza sociale ed economica generata da una crisi di cui non si intravede la fine.

Contro ogni razionale e ragionevole analisi dei dati che dicono chiaramente come non ci sia alcuna invasione in corso, e soprattutto che in un paese in netto declino economico-demografico (e decadenza politico-morale) come il nostro i migranti sono una risorsa non importante, ma essenziale anche per la sostenibilità del sistema previdenziale (i contributi versati nelle casse dell’INPS dai lavoratori migranti impiegati nelle aziende italiane), la polverizzazione sociale delle classi lavoratrici e la distruzione di ogni solidarietà sociale e umana ha provocato una crescente paura dello straniero, scatenando una vera e propria concorrenzialità feroce che si alimenta di violenta animosità irrazionale e selvaggia.

La parabola della Lega, da movimento separatista e iperliberista del nord a partito sovranista e centralista, pur con una declinazione di regionalismo potenziato (l’autonomia differenziata di cui si discute in questo mesi) ricorda molto l’evoluzione del Partito Nazionale Fascista che tra il 1921 e il 1929 ebbe una trasformazione rapidissima, sia smantellando lo Stato liberale e imponendo lo Stato corporativo fondato sulla dittatura mussoliniana, sia cambiando la propria politica economica da iperliberista a dirigista e statalista, senza mai rinnegare il sostegno alle classi dominanti, padronali e militari, industriali e latifondiste, dell’Italia monarchica del ventennio.

Dopo il fallimento del “biennio rosso” e il rifluire delle mobilitazioni operaie, si andò radicando il movimento fascista come risposta alla “rivoluzione implicita” e al sovversivismo delle classi proletarie. L’ascesa del PNF, foraggiato dai finanziamenti degli industriali settentrionali e i latifondisti del centro-nord, acquisì consensi sempre maggiori tra le classi medie impaurite dalla eventualità, improbabile prima e ormai remota, di una rivoluzione socialista attraverso campagne sempre più aggressive che forzavano i limiti della legalità, mentre la violenza delle squadracce contro gli oppositori crearono un clima di terrore che si riversò anche nel Parlamento, il quale abdicò al suo ruolo concedendo i “pieni poteri” a Mussolini. Con una strategia studiata, nel giro di pochi mesi furono istituiti nuovi organismi, come il Gran Consiglio, che preludevano alla deposizione dello Stato liberale e l’ascesa del regime fascista.

La centralizzazione politica e la costruzione autoritaria, tuttavia, non solo furono appoggiate dai potentati istituzionali come la monarchia, gli alti ufficiali dell’esercito, la magistratura e la polizia, ma anche dai settori della destra nazionalista e liberale, dell’imprenditoria industriale e della rendita latifondista e speculativa: i provvedimenti del primo governo Mussolini furono infatti volti a abolire la nominatività dei titoli, il blocco dei fitti, il monopolio delle assicurazioni, nonché avviare le privatizzazioni della telefonia statale; la nascita dei sindacati fascisti e la convergenza con le associazioni padronali, unita alle leggi contro le organizzazioni operaie sindacali e politiche, provocò una flessione dei salari con una riduzione tra il 1921 e il 1923 di circa il dieci per cento, segno di una precisa scelta di classe da parte di Mussolini e del governo fascista.

Se mettiamo in parallelo il percorso della Lega e quello del PNF, possiamo individuare un criterio di analogia tra le due forze politiche: chiaramente, occorre evitare facili equiparazioni, come se la Lega si manifestasse nelle forme analoghe al PNF degli anni ’20 del Novecento. Tuttavia, vi sono evidenti parallelismi: la politica economica e sociale è esplicitamente orientata al liberismo estremo, come dimostra anche l’ultima presa di posizione di Salvini in merito alla vicenda dell’ILVA in cui si è nettamente opposto alla nazionalizzazione sostenendo l’interesse di aziende private piuttosto che tutelare diritti e interessi dei lavoratori. Il blocco sociale che sostiene Salvini è chiaramente composto di due anime: da una parte la piccola e media imprenditoria della parte nord orientale e centrale della penisola; dall’altra ampi settori operai che difendono i propri diritti con un atteggiamento protezionistico, piuttosto che costruire solidarietà e azione contro le prevaricazioni dei padroni.

Il sovranismo della Lega è sostanzialmente orientato a saldare la componente della piccola e media borghesia imprenditoriale, mantenendo i propri vantaggi con un sistema fiscale fallace che consente l’elusione e l’evasione fiscale, con la parte di classe operaia stabilizzata, che è stata stabilizzata nel sistema e mantiene residualmente alcune prerogative della legislazione sociale e del lavoro emanata negli anni ’70. Questa componente di classe operaia si sente insidiata dalla crisi economico-sociale che attraversa i paesi dell’Occidente industrializzato e confida nella capacità protettiva di una forza politica che impedisca i flussi migratori verso il nostro paese.

Così facendo, non solo si condanna alla sconfitta, con un arretramento sempre più marcato, ma dà forza e sostegno a un partito neoliberista, con tratti violentemente protezionistici, che non è minimamente interessato a sostenere il lavoro operaio, ma solo ad agitare propagandisticamente lo spettro dell’invasione migratoria e il distacco dell’Unione Europea che, al di là di ogni considerazione politica o di principio, sarebbe sostanzialmente pagata dalle masse popolari dei paesi mediterranei.

L’avanzata della Lega, e i consensi che sembrano crescere esponenzialmente per Salvini, sarebbero quantomeno ridimensionabili se esistesse la prospettiva di suscitare un nuovo conflitto sociale promosso da forze politiche, sociali e sindacali in grado di mobilitare le masse popolari in vista di obiettivi chiari, per ricostruire un blocco sociale e storico anticapitalistico. L’unico modo di bloccare la deriva verso forme antidemocratiche e autoritarie che si stanno diffondendo nel nostro paese, come in altri nel nostro continente e in altre parti del mondo, è quello di ricostruire un fronte che riunifichi le forze sociali disperse e frammentate dalle politiche liberiste e antipopolari.

Assieme alla costruzione di un partito comunista adeguato alle necessità politico-sociali dell’attuale fase storica, la promozione di un fronte sociale e politico che assuma la lotta di classe come orizzonte dei rapporti tra i settori sociali e il conflitto come motore dell’azione e della iniziativa politico-sindacale è una necessità inderogabile per tutti coloro che si battono contro il dominio del capitale, per una società in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura sia superato da un modello economico-sociale collettivista che non sia fondato sulla logica del profitto.

30/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giovanni Bruno

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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