Nel lessico geopolitico corrente domina un equivoco tanto diffuso quanto pericoloso: l’idea che la potenza sia un dato acquisito, una posizione che, una volta raggiunta, si consolida automaticamente. È l’errore classico delle potenze in ascesa che osservano il declino altrui senza interrogarsi sulle proprie fragilità. Oggi questo rischio riguarda soprattutto la Cina. E, paradossalmente, è la Russia – data per finita da un decennio di analisi superficiali – a offrire la lezione più concreta su cosa significhi imparare dal conflitto.
La differenza tra Mosca e Pechino non è ideologica: è strutturale. Partendo da Russia ed India prevale il realismo industriale contro l’illusione della forza astratta. La cooperazione aerospaziale tra Russia e India non è un gesto politico simbolico, ma una mossa di realismo industriale puro. Motori, avionica, sistemi di controllo digitale, APU (Auxiliary Power Unit, in italiano Unità di Potenza Ausiliaria). Mosca ha concentrato lo sforzo esattamente dove si decide la sovranità tecnologica. Non sull’estetica del prodotto finale, ma sui colli di bottiglia. Questa è la lezione che la Russia ha interiorizzato dopo anni di sanzioni: la potenza non risiede nella retorica dell’autonomia, ma nella capacità di funzionare sotto interdizione e malgrado la difficoltà ad approvvigionarsi dei componenti elettronici. Il risultato è una filiera che riduce drasticamente la capacità occidentale di esercitare coercizione efficace. Non è una sfida all’Occidente; è la constatazione che il sistema internazionale è entrato in una fase di de-globalizzazione selettiva, in cui sopravvive chi controlla le proprie dipendenze.
La Cina, al contrario, continua spesso a mescolare massa industriale e sovranità tecnologica. Il problema cinese è avere grandezza tecnologica ed industriale credendo di essere immune dalle sanzioni future. Il riferimento implicito è al C919, il nuovo aereo di linea cinese a corridoio singolo, progettato per competere direttamente con Airbus A320 e Boeing 737. È il primo grande tentativo della Cina di entrare nel mercato globale dei jet commerciali di medio raggio. Non è un attacco polemico, ma un avvertimento strategico. La Cina ha costruito una potenza industriale impressionante, ma non ha ancora reciso tutte le dipendenze critiche. Motori, semiconduttori avanzati, software di controllo, nodi logistici globali: Pechino resta esposta là dove il sistema globale è ancora controllato facilmente se del caso interdetto dall’Occidente. La Russia, invece, costretta dalle sanzioni a una ristrutturazione forzata, ha imparato prima e più duramente. La Cina, protetta dalla scala del proprio mercato, rischia invece l’errore opposto, credere che la dimensione basti a garantire resilienza. Ma la storia strategica è implacabile: nessuna potenza è forte perché “troppo grande per fallire”.
L’avventura Ucraina da quattro anni vede la Russia come potenza che sta riapprendendo la guerra, come un paralitico a camminare. I paesi europei ed occidentali sono oggi incapaci di combattere una guerra di trincea. La guerra in Ucraina rappresenta il punto di svolta, non perché la Russia non abbia commesso errori in Ucraina, ma perché li ha assorbiti e corretti in tempo reale. Dottrina, logistica, produzione industriale, integrazione sensori–fuoco, tutte queste rinnovate conoscenze Mosca ha trasformato il conflitto in un laboratorio di adattamento strategico.
Qui emerge la vera linea di frattura con la Cina. La Russia ha sperimentato cosa significhi combattere una guerra ad alta intensità sotto pressione sistemica, senza dimenticare le perdite umane e le distruzioni in Russia contro un avversario sostenuto dall’intero apparato tecnologico occidentale. Pechino, invece, non ha ancora attraversato questo tipo di prova. E la potenza che non viene stressata tende a sopravvalutarsi.
La capability surprise, la Russia l’ha subita, la Cina rischia di non averla preparata. La capability surprise non è un incidente, ma un processo. La Russia l’ha subita negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, quando ha creduto alle proprie narrazioni residue di grande potenza. Da allora, ha progressivamente spostato l’attenzione dalla rappresentazione alla struttura.
La Cina, oggi, rischia l’errore speculare ossia credere che la traiettoria di crescita sia di per sé una garanzia strategica. Ma la sorpresa di capacità colpisce proprio chi pensa di avere tempo, chi immagina che l’avversario non oserà, chi si affida alla deterrenza nominale. Mosca ha imparato che la guerra moderna non premia chi parla di futuro, ma chi produce, adatta e resiste nel presente.
La reiterata crisi Cina–Taiwan è un test che Pechino non può permettersi di sbagliare. Taiwan non è una questione di prestigio nazionale. È un test strutturale. Un conflitto su Taiwan metterebbe la Cina di fronte a problemi che la Russia ha già dovuto affrontare e ha superato. L’interdizione, la tecnologia, la pressione sulle complesse filiere critiche della guerra informativa, dove sempre il mondo occidentale è ostile. La Cina non ha sperimentato come potrebbe essere la sua logistica sotto stress o forti pressioni americane. La Cina ha necessità di sostenere un conflitto prolungato, non una campagna rapida. La differenza è che la Russia ha affrontato tutto questo dopo essere stata esclusa dal sistema occidentale, mentre la Cina rischia di affrontarlo mentre ne è ancora parzialmente integrata. La posizione cinese è più fragile di quanto Pechino sembri ammettere.
Il paradosso è evidente: la Russia, dipinta per anni come potenza in declino, è oggi più preparata psicologicamente e strutturalmente a una guerra sistemica rispetto a una Cina che non ha ancora pagato il prezzo pieno della rottura.
Un altro elemento distingue i due approcci. La Cina investe massicciamente nella narrazione della propria ascesa pacifica e inarrestabile. La Russia, al contrario, ha progressivamente abbandonato la seduzione discorsiva per concentrarsi sulla funzionalità brutale dei propri strumenti. Oramai anche le colombe di Mosca non si illudono più sull’occidente. Hanno capito che la russofobia è un arma studiata in Europa per condizionare i popoli europei all’odio antirusso.
Questo non rende Mosca moralmente superiore, ma strategicamente più lucida. Quando una potenza parla meno e produce di più, non è segno di debolezza, ma di adattamento. Il confronto implicito tra Russia e Cina non riguarda il presente, ma il futuro della competizione tra grandi potenze. La Russia ha imparato – spesso nel modo più duro, che la potenza non è uno status, ma una condizione instabile da mantenere ogni giorno. La Cina rischia invece di scambiare il successo accumulato per una garanzia permanente.
Nel mondo che si va delineando, non vince chi cresce più in fretta, ma chi sopravvive meglio alla frizione e al logoramento che in guerra presto o tardi prevale. La Russia, oggi, ha già pagato caramente il prezzo dell’illusione. La Cina deve ancora decidere se intende evitarlo o attraversarlo. La capability surprise non è una minaccia esterna. È l’errore che una potenza commette quando smette di dubitare di sé stessa.
Sitografia:
https://www.comac.cc
https://www.cfmaeroengines.com
https://uacrussia.ru
https://dsb.cto.mil
