Gli accordi di pace conducono sempre al loro obiettivo?

Gli accordi di pace si prefiggono il raggiungimento degli obiettivi che proclamano. Vediamo il caso dell’accordo FARC-EP / Colombia.


Gli accordi di pace conducono sempre al loro obiettivo?

Purtroppo, non se ne parla molto [1], ma gli accordi di pace tra il governo colombiano diretto allora da Juan Manuel Santos, alunno della Harvard Kennedy School ed insignito del Nobel della pace, e le FARC-EP firmati all’Avana nel 2016, sono stati un vero fracaso (come si dice in America Latina). Sulla scia delle riflessioni di James Petras, illustre sociologo statunitense di origini greche, questo evento ci consentirà di sviluppare alcune considerazioni sugli esiti degli accordi di pace siglati negli ultimi decenni.

In primo luogo, cominciamo con il rammentare che proprio in questi giorni la ONIC (Organizzazione nazionale indigena della Colombia) ha dichiarato pubblicamente che sono stati assassinati 167 leader indigeni dopo la firma degli accordi di pace, i quali avrebbero dovuto garantire la sicurezza della parte insorgente. Da questi eventi Luis Fernando Farias, consigliere maggiore dell’ONIC, ricava che siamo dinanzi ad un vero e proprio genocidio, tanto più che nei territori, dove si sono verificati i crimini, si è registrata la presenza di gruppi armati illegali, che attuano incontrastati.

Iván Márquez, ex numero due delle FARC, ha fatto presente che in questi ultimi due anni sono stati uccisi circa 500 capi del movimento, a cui bisogna aggiungere 150 guerriglieri assassinati; come se ciò non bastasse, Márquez denuncia gli imbrogli, il tradimento, la perfidia, la modificazione unilaterale del testo dell’accordo dell’Avana, il mancato rispetto degli impegni presi dallo Stato, le montature giudiziali e la insicurezza giuridica che hanno obbligato le FARC a tornare alla selva, ossia a riprendere le armi, per porre termine agli assassini. E ciò in nome del sacrosanto “diritto universale che garantisce a tutti i popoli del mondo di sollevarsi in armi contro l’oppressione”, come del resto sapeva anche Tommaso d’Aquino (1224-1274), che considerava legittima la ribellione, nel caso in cui non avesse prodotto mali peggiori di quelli che intendeva combattere.

La decisione di una frazione delle FARC di tornare a combattere, decisione sempre mantenuta dall’altro gruppo guerillero colombiano ELN, ha prodotto una scissione nel fronte anti-governativo; infatti, il presidente del partito politico Fuerza Alternativa del Común, Rodrigo Londoño ha comunicato che i guerriglieri, che lui rappresenta, intendono restare fedeli agli accordi di pace e pertanto si limiteranno a portare avanti la loro azione politica.

James Petras non condanna l’attentato realizzato dall’ENL a Bogotá lo scorso gennaio contro la la Escuela de Cadetes (un’istallazione militare), che ha provocato 21 morti e 68 feriti, sostenendo che esso non deve essere giudicato un atto terroristico, ma la risposta del gruppo guerrigliero agli attacchi organizzati dallo Stato in un contesto di guerra civile. Guerra civile, che dura da circa 70 anni, in cui l’ENL ha ancora le armi per difendersi, mentre le FARC, avendo proceduto, in gran parte, alla consegna del loro equipaggiamento, si trovano ormai ad essere inermi o quasi.

Possiamo, dunque, affermare con tutta tranquillità che si sta tragicamente ripetendo quanto accadde a partire dal 1984, quando – anche in questo caso – le FARC-EP proposero un accordo di pace con lo Stato colombiano e costituirono un’organizzazione politica, la Unione Patriottica, che ottenne nelle elezioni del 1986 un buon risultato ed infranse il tradizionale bipartitismo (liberali /conservatori) caratterizzante la storia colombiana. Sin dal 1984 (l’Unione Patriottica viene fondata nel 1985) i suoi membri, i suoi simpatizzanti, i suoi militanti cominciarono ad essere assassinati dalle forze paramilitari, dai servizi di sicurezza dello Stato, dai narcotrafficanti. Secondo un calcolo approssimativo sarebbero stati uccisi barbaramente tra i quindicimila e i ventimila attivisti con lo scopo di far sparire le forze progressiste dal paese e di impedire un loro coordinamento con altri movimenti similari presenti nella regione, tradizionale terreno di caccia degli Stati Uniti. D’altra parte, la storia della Colombia è piena di questi episodi: basti ricordare la figura del sacerdote, sociologo, teologo della liberazione Camilo Torres Restrepo, che dopo aver formulato la Plataforma del Frente Unido (1965), in cui risaltavano coincidenze del gruppo guerrillero guevarista ELN, non potendo svolgere un’efficace azione politica, dovette andare a combattere contro l’esercito colombiano che lo uccise nel 1966 [2].

Per farci un’idea più chiara della situazione colombiana dobbiamo tenere conto di due aspetti tra loro contraddittori: da un lato, lo sviluppo di strumenti satellitari di alta precisione rende oggi assai facile individuazione di gruppi di combattenti sia pure rifugiati in luoghi impervi; dall’altro, la scomparsa della guerriglia, ora sembra resuscitata, ha certamente indebolito nel complesso il movimento antimperialista latinoamericano, tanto più che la Colombia è diventata un partner della NATO, da cui riceve informazioni, armamenti, appoggio logistico. Per questa ragione è probabilmente opportuno inserire gli accordi dell’Avana in questo tormentato processo che ha portato alla sconfitta le forze progressiste che volevano recidere la catena con le potenze imperiali.

Imprescindibili mi sembrano le osservazioni di Rafel Pla López, il quale giustamente segnala che ogni tentativo rivoluzionario comporta immani sacrifici non solo per i guerriglieri, ma anche per la popolazione civile. Pertanto, tali sacrifici sono giustificati da una qualche possibilità di vittoria che, purtroppo, per il dissolvimento dell’Unione sovietica e per la crisi dei governi progressisti latino-americani, appare assai distante.

Tuttavia, come dimostrano gli ultimi tragici eventi, nell’attuale situazione colombiana, che sembra anche proporsi come base per una possibile guerra alla Repubblica Bolivariana, non sembra facile trovare una via d’uscita, giacché l’abbandono della lotta guerrigliera sta producendo un nuovo massacro, che condurrà all’estinzione di ogni forza politica alternativa e all’arroganza imperialista sostenuta da governi vilmente succubi. E ciò perché non sono state attivate quelle garanzie di sicurezza per i militari smobilizzati, per i sindacalisti, per i militanti, come era stato convenuto, lasciando mano libera agli squadroni della morte sostenuti come sempre dall’esercito.

Dello stesso parere è l’economista messicano Miguel Angel Ferrer, citato nel mio precedente articolo, il quale aveva ipotizzato che l’accordo di pace sottoscritto dalle FARC-EP e dal governo colombiano avrebbe probabilmente condotto alla scomparsa fisica dei guerriglieri, una volta che avessero restituito le armi, e si fossero raggruppati in zone che avrebbero dovuto essere messe in sicurezza. Si tratta, dunque, di una scelta che in buon cubano rivoluzionario “es de patria o muerte”.

Come si vede, è arduo fare una scelta e certo non possiamo essere noi a spingere una direzione o nell’altra. Sono note – credo – le critiche sviluppate da Petras contro Fidel, di cui riconosce l’importante ruolo svolto nella storia contemporanea; nota è l’accusa di sostenere il disarmo delle FARC senza tenere conto di quanto si diceva in precedenza e delle condizioni di vita dei contadini colombiani, che sarebbero lasciati indifesi nelle mani di feroci assassini. Tuttavia, possiamo notare che Petras non ha tutti i torti quando analizza i vari processi di pace messi in piedi negli ultimi decenni, a partire dagli accordi Reagan-Bush / Gorbaciov, da cui è scaturito il rafforzamento della NATO, quelli tra gli israeliani e i palestinesi, che hanno prodotto l’espansione della violenza e delle colonie dei primi, quello tra il governo fantoccio ucraino e l’oriente russofono del paese, che non ha fatto cessare la guerra, ma ha impoverito e spopolato il paese. E naturalmente si potrebbe continuare, ma è più opportuno concludere che gli unici accordi di pace che possono reggere debbono essere sostenuti da un pari rapporto di forze, che deve essere sostenuto da un disarmo reciproco, dall’autonomia territoriale e politica delle forze di opposizione, dalla loro effettiva capacità di applicare le riforme concordate, dal controllo degli attori locali sulle le loro risorse materiali. Se non ci sono queste condizioni, ogni tipo di accordo resta carta straccia.


Note

[1] Con l’esclusione del bell’articolo di Geraldina Colotti su l’Antidiplomatico.

[2] Le FARC sarebbero, invece, vicine al PC colombiano. Aggiungo che ancora i resti di Torres non sono stati localizzati e non è stata loro una degna sepoltura, come del resto chiede l’ELN.

14/09/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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