Bilancio del 2019 II parte

In questa seconda parte del nostro bilancio del 2019 offriremo un breve quadro d’insieme degli sviluppi nelle principali potenze a livello internazionale


Bilancio del 2019 II parte Credits: https://www.ilriformista.it/migliaia-di-sardine-invadono-roma-striscioni-e-bella-ciao-in-piazza-23049/

Segue da “Bilancio del 2019

Nel 2019 il ruolo degli Stati Uniti come unica superpotenza a livello internazionale ha subito un ulteriore scacco. In primo luogo per problemi di ordine interno. Innanzitutto sono ormai oltre cinquant’anni che l’economia statunitense non è più la locomotiva dello sviluppo economico internazionale. La crisi di sovrapproduzione che colpisce gli Usa, quale paese a capitalismo maggiormente avanzato, dura ininterrottamente, pur con alti e bassi, dalla seconda metà degli anni sessanta. Con la crisi dell’Urss il suo ruolo di locomotiva è stato messo in questione prima dal Giappone, poi dalla Germania, alla guida dell’Unione europea e, infine – dopo che anche gli altri paesi a capitalismo avanzato sono precipitati nella medesima crisi di sovrapproduzione – dalla Repubblica popolare cinese. Tale fenomeno, sempre più evidente e difficilmente occultabile, anche perché gli Stati Uniti sono sempre più pesantemente indebitati con la Cina, rappresenta un terribile scacco all’egemonia degli Stati Uniti come patria del liberalismo e massimo alfiere a livello internazionale della libertà di mercato. Non potendo competere con un paese governato da 70 anni dal partito comunista sul piano del libero mercato, gli Stati uniti sono divenuti degli oggettivi avversari della globalizzazione, ossia della realizzazione del mercato mondiale, dovendo sempre più spesso a ricorrere a misure protezionistiche. In tal modo, oggi il principale sostenitore del libero mercato, della globalizzazione e della realizzazione del mercato mondiale è, paradossalmente, il paese più grande e da più tempo governato dal partito comunista.

Anche il ruolo degli Stati Uniti di campione della democrazia e della salvaguardia dei diritti umani è sempre più in crisi, in particolare dopo l’elezione a presidente di un oligarca antidemocratico come Trump, del tutto disinteressato alla questione dei diritti umani. Il governo sempre più palesemente antidemocratico e improntato alla pura e semplice volontà di potenza di Trump ha contribuito in modo essenziale a mettere in crisi la capacità di egemonia a livello internazionale degli Usa, da poco ricostruita con notevole fatica da Obama. Al punto che, dinanzi a questa presidenza così catastrofica dal punto di vista della capacità di egemonia, i democratici statunitensi – che proprio su questa puntano in primo luogo, per salvaguardare la leadership a livello internazionale – si sono visti costretti a ricorrere a un’arma politica dirompente, tanto che era stata usata precedentemente in sole due occasioni, ovvero la procedura di impeachment, con la relativa messa in stato di accusa del comandante in capo degli Stati Uniti, che da sempre concentra nelle sue mani un enorme potere, per diversi aspetti analogo a quello delle monarchie dell’ancien régime. Si è aperto, così, un durissimo conflitto di poteri che non può che indebolire il paese a livello interno e internazionale. Anche perché gli Stati Uniti sono sempre più nettamente spaccati in due fra i sostenitori di Trump – proprio per le sue attitudine antidemocratiche e antiliberali – e i suoi detrattori. Così Trump, pur avendo sempre avuto la maggioranza del paese contro – aspetto decisamente poco democratico – ha comunque mantenuto più o meno costante lo zoccolo duro dei suoi sostenitori che, considerata la forte quota di astensionismo nel fronte avverso, gli ha permesso di vincere contro tutti i pronostici le prime elezioni e di avere possibilità di ottenere il reincarico.

Anche perché, grazie al signoraggio del dollaro, alla possibilità di sfruttare l’inflazione della moneta nazionale, di far acquistare i titoli di Stato non venduti dalla banca nazionale e non avendo i vincoli di bilancio assurdi imposti dall’Unione Europea, negli Usa la crisi economica si sente decisamente di meno rispetto agli altri paesi a capitalismo avanzato, verso cui gli Stati uniti riescono ancora a scaricare in buona misura gli effetti più deleteri della crisi. Senza contare che gli Usa, per poter mantenere il ruolo di unica superpotenza sul piano militare dopo il crollo dell’Urss, continuano a spendere cifre impensabili rispetto ai suoi concorrenti in armamenti, il che gli consente di contrastare in misura maggiormente significativa la caduta tendenziale del tasso di profitto.

Da questo punto di vista, purtroppo, fra Trump, i repubblicani e l’opposizione democratica le differenze sono minime e i due partiti si attaccano costantemente per non essere sufficientemente guerrafondai. In particolare, nell’ultimo anno Trump ha approfondito l’attacco ai paesi progressisti dell’America Latina – Cuba, Venezuela e Bolivia in primis – e ha portato a un escalation nel conflitto con l’Iran in Medio oriente, aggravando ulteriormente la questione palestinese, con il sostegno sempre più incondizionato alle politiche israeliane, anche quando sono palesemente contrarie al diritto internazionale.

Se gli Stati Uniti hanno avuto successo in Bolivia e hanno messo alle corde Cuba e Venezuela, fallendo però nel tentativo di dare la spallata finale a quest’ultimo paese, in Medio oriente hanno subito una significativa battuta d’arresto. in particolare in Siria. Non solo non sono riusciti a rovesciarne il governo e a smembrare il paese, ma hanno dovuto ritirarsi lasciando in buona parte campo libero ai sostenitori del governo siriano, ovvero l’Iran, la Russia e gli sciiti libanesi. Inoltre, dopo il fallimento del tentativo di colpo di Stato in Turchia e il sostegno statunitense ai curdi siriani, i rapporti con la Turchia, che conta il secondo esercito come effettivi nella Nato, sono arrivati quasi alla rottura. Per altro anche l’appoggio alle petromonarchie del Golfo nella loro aggressione allo Yemen non ha portato ai risultati sperati. Come nemmeno gli Usa di Trump hanno ottenuto risultati positivi nei loro tentativi di giungere a un accordo con la Repubblica democratica popolare di Corea e con la resistenza afghana guidata dai Talebani.

In questa difficile situazione, dopo la significativa sconfitta dei Repubblicani nelle più recenti elezioni locali, Trump ha cercato di uscire da una situazione per lui sempre più difficile con una escalation militare contro l’Iran, che rischia di precipitare il mondo, per salvare il governo degli Stati uniti, in una nuova spaventosa guerra.

In questa situazione i Democratici stentano a mettere al tappeto Trump, in quanto: 1) sono al solito, anzi, più del solito spaccati fra conservatori e progressisti, 2) perché condividono essenzialmente con i Repubblicani la politica imperialista e 3) perché si illudono o fanno illudere i settori sociali di riferimento che sia possibile sbarazzarsi di Trump per via giudiziaria e/o elettorale e non, sul ben più decisivo piano del conflitto sociale.

L’Unione europea, sempre più strozzata dalle politiche ultraliberiste che si è autoimposta, ha vissuto un anno di crisi con la recessione della locomotiva economica tedesca e la definitiva vittoria in Gran Bretagna delle forze favorevoli alla Brexit. Per altro, in praticamente tutti i paesi europei, dinanzi alle politiche ordoliberiste portate avanti da popolari, socialisti e liberali – talvolta con il concorso di verdi e sinistra – sono cresciute le forze populiste della destra sociale. Ciò ha provocato uno spostamento ancora più a destra dell’Unione europea, anche per la difficoltà delle forze della sinistra politica di portare avanti alternative reali e credibili.

D’altra parte sul piano sociale il governo più filoeuropeista, quello francese di Macron, è sempre più messo alle corde da delle significative lotte sociali e anche in Gran Bretagna la Brexit, sebbene ne abbiano beneficiato le forze della destra, è stata un successo voluto principalmente dalle masse popolari che, con la loro astensione, hanno finto per punire duramente la linea ondivaga portata avanti dal Partito laburista. Del resto, ancora una volta, non solo in Gran Bretagna, ma anche in Grecia, Portogallo e Spagna le concezioni socialdemocratiche di poter governare potenze imperialiste o paesi che fanno parte di unioni imperialiste sono ancora una volta sostanzialmente fallite o rischiano ben presto di fallire.

Da parte sua, la Repubblica popolare cinese ha continuato a realizzare un eccezionale sviluppo economico, anche se pure quest’anno il tasso di crescita ha continuato a diminuire. Segno che se, come purtroppo pare, tenderanno a prevalere ancora le forze borghesi e filo-capitaliste, nel medio periodo anche la Cina potrebbe assistere, con la tendenziale caduta del saggio di profitto, a una seria crisi di sovrapproduzione. Al livello interno la leadership di centro-destra del Partito comunista ha mantenuto il controllo del paese e riesce a esercitare una significativa egemonia su buona parte della popolazione. Mentre sembra ancora mancare una sinistra di alternativa organizzata e credibile. La più grande difficoltà nel 2019, a livello di politica interna, è il perpetuarsi delle rivolte a Hong Kong che, essendo principalmente rivolte a mantenere i privilegi dei suoi abitanti, hanno un significativo seguito all’interno, ma incontrano principalmente avversione nel resto della Cina.

A livello internazionale la Cina continua a rafforzare il suo ruolo guida tra i paesi del Terzo mondo, anche se deve fare fronte alla crescente aggressività delle potenze imperialiste – pronte a finanziare in ogni modo il rovesciamento di governi “filo-cinesi” – alle politiche protezioniste e alla vera e propria guerra commerciale costantemente minacciata dagli Usa di Trump. Infine, mentre migliorano i rapporti, anche militari con Russia e Iran, in funzione anti Nato, peggiorano i rapporti con diversi paesi del sud est asiatico, in particolare con il Vietnam, che accusano la Cina di portare avanti una politica nell’area, per alcuni tratti, assimilabile a quella imperialista.

Per quanto riguarda la Russia ha riconquistato prestigio a livello internazionale, giocando un ruolo chiave in Medio oriente, in primis in Siria, mantenendo la sua base navale nel Mediterraneo. L’opposizione a Putin, anche a causa del taglio alle pensioni, si è rafforzata, ma non sembra in grado di metterlo realmente in difficoltà, vista la distanza siderale fra l’opposizione da sinistra del partito comunista – la più forte in Russia – e quella liberale sostenuta dalle potenze imperialiste. La Russia resta l’unica potenza militare – anche grazie all’alleanza con la Cina e con paesi antimperialisti come Iran, Siria e Venezuela – in grado di limitare lo strapotere militare degli Usa e della Nato, per questo subisce pressioni e embarghi di ogni tipo, il più clamoroso è attualmente quello sportivo.

Per quanto concerne l’Italia, Salvini ha certamente compiuto un errore politico, facendo cadere il primo governo Conte, convinto che si sarebbe andati a elezioni che avrebbe, certamente, vinto. Per impedire tale fosco scenario tutte le forze parlamentari non di centro-destra si sono sostanzialmente coalizzate per formare un nuovo governo che, almeno nell’immediato, avrebbe impedito a Salvini di accentuare il suo potere, cresciuto a dismisura. Il nuovo governo si barcamena fra una posizione ultra-filo europeista – che gli consente di aver dei privilegi da parte delle istituzioni Ue – e il tentativo di proseguire con il governo Conte bis la politica di rivoluzione passiva sperimentata durante il primo governo Conte. Questo difficile equilibrio ha favorito la destra radicale salviniana, che ha stravinto le ultime elezioni locali. Anche perché in assenza di una credibile opposizione di sinistra e con il governo che si è auto-costretto a portare avanti la politica di austerity dell’Ue, nei primi mesi del governo Conte bis la destra sociale e radicale è stata l’unica che pareva ancora in grado di riempire le piazze, su questioni di politica elettorale. Nel momento in cui la sinistra parlamentare sembrava andare incontro a una nuova disfatta nelle prossime elezioni locali, si è sviluppato un significativo movimento spontaneo antitetico alla destra radicale e capace di riconquistare le piazze in vista della prossima tornata di elezioni locali, riaprendo una partita che sembrava chiusa.

25/01/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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