Scienza nuova o vecchia ideologia?

Il capitalismo “documediale”, ovvero l’ultima trovata dell’ideologia dominante per naturalizzare il modo di produzione capitalistico.


Scienza nuova o vecchia ideologia?

Anche a livello della lotta di classe sul piano delle sovrastrutture si assiste attualmente a una nuova offensiva delle forze conservatrici, capitanate nel nostro paese da quello che è divenuto forse il pensatore più influente, in quanto in grado di egemonizzare in modo sempre più pervasivo la società civile. Questo tipico rappresentante degli intellettuali tradizionali, dopo essersi affermato a livello editoriale e accademico sostenendo le concezioni più estreme della ideologia postmoderna dominante, ha consolidato la propria capacità di egemonia con una intelligente svolta, mediante la quale è riuscito a capitalizzare la noia che aveva prodotto il relativamente lungo predominio incontrastato del pensiero debole, con il suo estremismo soggettivistico e il suo relativismo neo-scettico e neo-sofistico.

Alla concezione postmodernista, per cui non esisterebbe né un verità né una realtà, ma soltanto diverse interpretazioni soggettive, ha contrapposto una concezione neo-realista, che si configura come una ripresa estremizzata del positivismo. Nel suo contrapporre la indiscutibile realtà dei dati di fatto alle soggettivistiche interpretazioni, ha abilmente sfruttato la posizione ingenuamente realista del senso comune, spacciato nel suo scetticismo verso i sofismi ideologici come ritorno al sano buon senso umano.

In realtà, non superando nel senso del materialismo storico e dialettico la ripresa da parte del pensiero debole della “filosofia” di Nietzsche e Heidegger – attraverso l’ermeneutica gadameriana – ha finito con il ritornare a una forma di realismo ingenuo, sotto certi aspetti assimilabile al materialismo rozzo feuerbachiano, sotto altri interpretabile come un ritorno, sulla scia del secondo Heidegger, a un realismo assoluto premoderno e, per così dire, scolastico. In altri termini, criticando sulla scia di Heidegger tutto il soggettivismo della filosofia moderna, culminato nella volontà di potenza nietzschiana, Maurizio Ferraris è nei fatti ritornato a quella che Hegel ha definito, nella Enciclopedia, la prima e più antica posizione del pensiero nei confronti dell’oggettività.

Così, di contro all’esasperato prospettivismo e soggettivismo del pensiero debole, Ferraris, prendendo le difese del senso comune e del positivismo ha sostenuto la necessità di ritornare alla concezione della verità dominante nel mondo antico e medievale in cui, prevalendo ancora l’arcaica visione del mondo mitologico religiosa, la verità era considerata qualche cosa di assolutamente oggettivo, di realmente esistente al di fuori del soggetto che la indaga, tanto che le stesse categorie della logica dovrebbero limitarsi a un mero rispecchiamento del reale, indubitabilmente vero nella sua immediatezza, secondo la più antica, primitiva e ingenua concezione gnoseologica, quella della certezza sensibile, con cui non a caso Hegel faceva iniziare il percorso verso il sapere assoluto della coscienza individuale nella Fenomenologia dello spirito.

Tale concezione ha finito con il mietere consensi non solo all’interno delle classi dominanti – sempre interessate al rilancio della loro ideologia positivista – ma anche fra gli intellettuali schieratisi con le classi subalterne, in quanto la sua critica all’idealismo estremo del postmodernismo sembrava funzionale al ritorno a una posizione materialistica, senza considerare la profonda differenza che c’è fra il materialismo positivistico e quello storico e dialettico. Del resto gli intellettuali di “sinistra”, essendo privi di una visione del mondo autonoma e antagonista a quella dominante, finiscono sempre per essere egemonizzati da quest’ultima, in particolare quando viene declinata in senso radicale, come certamente ha fatto Ferraris. Questo ha consentito a Ferraris di divenire il principale intellettuale di riferimento della classe dominante, che gli ha affidato la cura della prestigiosa edizione culturale domenicale de “Il sole 24 ore”, quotidiano di Confindustria, in cui si esprime il punto di vista, per così dire, “alto borghese”. Allo stesso tempo, Ferraris è riuscito a mantenere credibilità e capacità di egemonia anche sui settori più radical della cultura di “sinistra”.

Ed infatti la sua ultima opera è stata sponsorizzata sia dagli organi di stampa più conservatori che da quelli più radical chic. Scienza nuova. Ontologia della trasformazione digitale rispolvera tutto l’armamentario del pensiero antimarxista della classe dominante. Si parte dal rovesciamento in senso idealista del materialismo, sostituendo alla struttura economica e sociale la sovrastruttura documentale e digitale. Dunque la cellula della società, da considerarsi perciò post-capitalista, non sarebbe più la merce, ma il documento. Quindi il capitale industriale, che si attarderebbe a criticare il marxismo, non esisterebbe più in quanto sarebbe stato sostituito dal capitale digitale, in quanto il possesso dei dati sarebbe divenuto più prezioso del denaro.

In questa nuova dimensione sarebbe del tutto superata l’alienazione del lavoro salariato, perché tutti sarebbero pienamente realizzati nel donare gratuitamente il proprio lavoro gettando così le basi dell’automazione della stessa costruzione del senso. Il nuovo lavoro, nell’era del capitalismo digitale, consisterebbe – visto che a tutto il resto penserebbero le macchine – nel guardare un video, postare e interagire su un social, ossia ad attività che corrisponderebbero alla “forma di vita comunista e priva di alienazione che viene idealizzata da Marx e Engels nella Ideologia tedesca” [1]. Tanto più che, ricorrendo a una delle più volgari distopie degli apologeti più estremi del capitalismo, Ferraris dà per scontato che la produzione di valore corrisponde ormai alla sola produzione di dati, cui contribuiamo tutti semplicemente navigando via internet e interagendo attraverso i social. In tal modo non vi sarebbero nemmeno più le crisi, che sarebbero dovute all’ormai superato “capitale finanziario che non ha bisogno né di fatica né di alienazione, né di mobilitazione o di produzione di valore, e che per questo è esposto a crisi ricorrenti”.

Dal momento che il valore si fonderebbe sui dati, il “plusvalore documediale” non sarebbe altro che “la differenza tra i dati (generici e pubblici) che le piattaforme forniscono ai mobilitati e i dati (specifici e utilissimi per la distribuzione dei beni) che i mobilitati forniscono alle piattaforme”. Tutti questi dati verrebbero raccolti e immagazzinati dal capitale digitale permettendo “la pianificazione dei consumi e la conoscenza di bisogni, credenze, desideri”. Secondo le solite ideologie apologetiche del capitalismo, centrale diverrebbe la sfera della distribuzione al cui centro vi sarebbe il consumatore, di cui il capitale deve limitarsi a conoscere “bisogni e desideri”, dal momento “che in un futuro prossimo tutti i lavori svolti da umani saranno svolti da macchine, compresi quelli (magazzinieri di Amazon, riders, raccoglitori di pomodori) che vengono sempre citati per dimostrare la sopravvivenza del lavoro come fatica e alienazione”.

In tal modo il capitale, come lavoro morto, non avrebbe nemmeno più bisogno del lavoro vivo per potersi valorizzare. Quindi, perderebbero di senso la legge del valore e con essa anche quella del plusvalore su cui si fonda lo sfruttamento, che del resto verrebbe meno insieme ai lavoratori, visto che appunto la produzione sarebbe completamente automatizzata. Il lavoro si ridurrebbe nel fornire dati al capitale, da parte di più o meno consapevoli consumatori (“i mobilitati”) che svagando su internet finiscono per rivelare le proprie preferenze riguardo i consumi. Quindi, non ci sarebbe più bisogno di lottare contro il lavoro salariato, alienato, lo sfruttamento, il pluslavoro, attraverso la lotta di classe, gli scioperi, il sindacato i consigli e i partiti, mirando alla rivoluzione, ma basterebbe mirare alla redistribuzione del plusvalore documediale attraverso “una tassazione europea [non si sa perché solo europea] delle piattaforme non semplicemente sui proventi pubblicitari, ma sulle raccolte dati”, che “potrebbe stimolare il consumo di beni” [come avverrebbe secondo Ferraris già in Cina], come se al capitale servisse solo soddisfare un crescente consumo di beni da parte di consumatori, che dovrebbero semplicemente, svagandosi in rete, comunicare al capitale i proprio bisogni.

Ecco, dunque, che il capitale diviene un babbo natale o una befana unicamente interessato a soddisfare i bisogni e i desideri che gli giungono da parte dei consumatori, il tutto ovviamente senza più sfruttare il lavoro di nessuno, in quanto i regali da distribuire sarebbero prodotti magicamente dalle macchine, in grado di fare tutto da sole (siamo più o meno al livello della lampada di Aladino). Allo stesso modo tutti i problemi della sinistra, compresa la possibilità di arrestare la minacciosa avanzata delle forze reazionarie, sarebbero per magia risolti se solo la sinistra si degnasse di “comprendere questa nuova forma del lavoro” – che gli è gentilmente illustrata da Ferraris – riuscendo così a “contrapporre ragionevoli speranze alle paure su cui prende voti la destra”.

D’altra parte Ferraris, come ogni apologeta che si rispetti della società capitalistica, tende a eternizzarla, naturalizzandola, per rendere radicalmente impossibile ogni attitudine critica nei suoi confronti. A tale scopo riproduce una robinsonata talmente radicale, da far impallidire quelle degli stessi economisti neoclassici, dal momento che la Scienza nuova sostiene che la stessa razionalità sarebbe un prodotto del capitale e del conteggio, che deriverebbero naturalmente dalla necessità originaria di quantificare e misurare le entrate e le uscite. A suo avviso i documenti sarebbero sorti, sin dalle ere più antiche, proprio per ratificare l’acquisto e la vendita di prodotti e stilare su questa base bilanci economici. Dall’attitudine naturale dell’uomo per il calcolo economico delle entrate e delle uscite, sarebbe sorto lo stesso linguaggio, dal momento che l’esigenza del racconto da cui deriverebbe, non sarebbe altro che un caso particolare del conto. Anzi, sarebbe proprio questa attitudine originaria e naturale dell’uomo al conteggio dei debiti e dei crediti la base non solo del pensiero, ma dell’intenzionalità, della stessa umanità e della sua socialità e razionalità (che sorgerebbero dalla definizione delle posizioni creditorie), che si costituirebbe emulando la promessa di un risarcimento.

In tal modo, si naturalizza e sacralizza l’assoluta necessità di pagare i debiti e l’esigenza del capitalismo di ridurre ogni differenza qualitativa alla necessità assoluta di quantificare e misurare. Da questa attività originaria e fondativa della specie umana e, in particolare, dalle tracce scritte dei debiti – neanche Nietzsche nella sua Genealogia della morale era giunto a tanto – si sarebbe sviluppata naturalmente la sensibilità e la memoria, quale necessità ovviamente di non dimenticare mai i crediti e i debiti. Da tale necessità sarebbe sorta, altrettanto naturalmente, la tecnologia che – secondo la ripresa della più estrema concezione neopositivista – sarebbe alla base tanto della conoscenza, quanto della stessa interiorità.

La stessa natura sociale dell’uomo viene così degradata al semplice scambio di documenti che raggiungerebbe la propria apoteosi con i social-media, con i quali si affermerebbe in maniera compiuta la post-verità (con una evidente ripresa del postmodernismo), in quanto il primato dell’archiviare il proprio divenire porterebbe gli uomini a relegare in secondo piano la questione della stessa ricerca della verità. Infine, dinanzi alla innegabile constatazione che il regime capitalistico – pur non essendo considerato dall’autore un prodotto storico e, quindi, pur essendo insuperabile e immodificabile a livello strutturale – non riesce né a risolvere il problema della polarizzazione sociale, né la questione della formazione della plebe moderna (ovvero l’esclusione dai suoi benefici di un’ampia fetta dell’umanità) Ferraris non trova altra soluzione che ricorrere a un altro dogma del pensiero unico neoliberista, ossia che l’unico strumento legittimo per far fronte alla questione sociale, prodotta dal modo di produzione capitalistico, sarebbe l’istituzione di un reddito di cittadinanza.


Note

[1] Questa e le successive citazioni sono tratte da M. Ferraris, Dall’alienazione alla mobilitazione del neocapitalismo, in “Il manifesto” del 28/3/2019.

27/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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