Brexit, il gattopardo e i comunisti

Con il voto di giovedì il Regno Unito si appresta a dire addio all’Ue malgrado gli sforzi profusi dalla classe dominante.


Brexit, il gattopardo e i comunisti

Con il voto di giovedì il Regno Unito si appresta a dire addio all’Ue malgrado gli sforzi profusi dalla classe dominante. Un voto che potrebbe mettere in pericolo alcune delle libertà che i grandi capitali si sono ritagliati negli ultimi decenni se i comunisti sapranno convogliare la rabbia popolare dalla forma che il problema assume alla sua sostanza.

di Alessandro Bartoloni e Pasquale Vecchiarelli

Il responso del referendum consultivo sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea rappresenta un momento di svolta nelle relazioni internazionali. La classe dominante si trova ora di fronte alla necessità di dover gestire una situazione che non ha voluto e che ha provato ad evitare in tutti i modi: andando a parlare direttamente negli uffici e nelle fabbriche minacciando licenziamenti di massa, paventando il disastro per la Nazione in caso di vittoria del Brexit, mobilitanto i più importanti politici, industriali e finanzieri mondiali. Uomini e donne che nella loro carriera hanno dimostrato di essere capaci e mandanti di tutto il peggio che esiste, anche di strumentalizzare il provvidenziale, per loro, omicidio della deputata laburista filo-europeista. Ma neanche questo assassinio è stato sufficiente. Il popolo inglese ha votato in massa e ha detto NO a questa Unione europea.

Non si tratta del primo referendum che si tiene in Europa riguardo i temi legati all’integrazione. Prima dei greci contrari al memorandum della Troika ci avevano pensato francesi e belgi a rispedire al mittente il progetto di costituzione europea. Anche gli irlandesi, dal canto loro, avevano respinto il trattato di Lisbona, salvo poi essere richiamati alle urne per dovuta approvazione. Questa volta però, la situazione è diversa. Non è possibile ignorare l’opinione dei sudditi di Sua Maestà come è stato fatto con quella espressa dai popoli periferici. D’altronde non si tratta di una consultazione in cui le élite dominanti male che vada ci vanno pari, come fu per il naufragato progetto di costituzione europea. Qui siamo di fronte ad un voto che potenzialmente potrebbe mettere in pericolo alcune delle libertà che i grandi capitali si sono ritagliati negli ultimi decenni e per tanto è fondamentale assicurarsi che il governo prossimo venturo adotti tutte le contromisure necessarie affinché la gestione del cambiamento non sfugga di mano alla grande borghesia transnazionale. Dunque sono la forma e le modalità utilizzate fino ad oggi per privare i lavoratori dei diritti e del salario, per centralizzare i capitali a danno dei piccoli padroncini locali e per regolare i conti all’interno della grande borghesia euro-atlantica, che dovranno necessariamente essere riviste. Questo il non facile compito che attende il prossimo inquilino di Downing Street.

I nostri compiti, se possibile, sono ancora più ardui. L’egemonia che la destra xenofoba e reazionaria ha conquistato sul tema dei rapporti internazionali non può che preoccupare. Con Farage, Le Pen, Wilders e Salvini, il capitalismo può dormire sonni più che tranquilli. Grazie a loro il problema non emerge nella responsabilità limitata di cui beneficiano i proprietari dei mezzi di produzione, nell’anonimato che accompagna lo scambio di titoli sui mercati finanziari, nella libertà di morir di fame di cui godono i disoccupati, e via elencando tutte le altre caratteristiche proprie dell’attuale modo di produzione. Con loro, se il padrone non riesce a competere sui mercati abbassando i salari per mezzo della produttività (modello tedesco), gli si prospetta di poterlo fare per mezzo di svalutazioni e inflazione (modello italiano). Con loro la circolazione delle persone deve essere ristretta, quella dei capitali garantita. Le migrazioni devono essere rese ancora più difficili in modo da rendere le persone ancora più ricattabili e a buon mercato di quanto già non siano. Gli investimenti esteri, al contrario, non corrono troppi pericoli, come l’IBM ha ben impresso sul braccio dei deportati nei campi di concentramento nazisti.

Dunque se per un verso l’Unione Europea è irriformabile, il caso Grecia è sotto i nostri occhi a dimostrarcelo, per un altro la sua rottura può divenire un processo realmente progressivo per le masse lavoratrici se alla sua guida si pone la classe lavoratrice cosciente di se e del momento storico. Ciò implica che accanto alla costruzione dell’organizzazione per la presa del potere politico è necessario costruire l’egemonia culturale su questi temi mediante una battaglia centimetro per centimetro in ogni angolo della società. Chiaramente si tratta di una battaglia culturale e politica molto complicata, la rottura della gabbia europea richiede un livello di coscienza molto forte necessario per superare la crisi economica che ne deriverebbe nell’immediato soprattutto se l’uscita presentasse le caratteristiche unilaterali del caso Brexit. Certo se si continua a sostenere la tesi che siccome Salvini vuole uscire dall’UE allora la rottura con l’imperialismo è una cosa di destra il lavoro diventa molto più difficile.

Per tanto, il portato di classe dell’integrazione europea non può più essere ignorato. Contro l’Ue si riversa malessere e rabbia causati non certo dai tecnocrati di Brussels ma dalle politiche aziendali, economiche e finanziarie ideate in seno alle grandi istituzioni internazionali (Fmi, Ocse, Banca mondiale) e applicate con opportuna divisione politica del lavoro da magistratura, banche centrali e governi di centro-destra e centro-sinistra in quasi tutti i paesi al mondo. Ora la maschera dell’Unione europea rischia di non servire più allo scopo ma per scongiurare che cambi tutto per non cambiare niente nel corso che le cose hanno preso negli ultimi decenni è necessario capire e declinare in termini comprensibili le contraddizioni della fase attuale, per costruire una uscita dall’Ue e dalla Nato che sia in grado di fondare le relazioni internazionali tra i popoli su basi economicamente e politicamente completamente diverse da quelle prospettate fin qui dalla destra revanscista che è stata capace di catalizzare il malessere popolare nei confronti del sistema.

25/06/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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