Un’altra manovra lacrime e sangue?

Il 2020 sarà come il 2019 o peggio. Cambiano i governi e i dettagli ma la sostanza resta. Per questo serve l'opposizione sociale e la costruzione di un’alternativa.


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L'ex premier e segretario del PD Renzi, che nel frattempo ha costituito l'ennesimo partito personale, ha scritto una lettera al Corriere della Sera per chiedere al governo più coraggio sulla riduzione del cuneo fiscale, mentre nella manovra annunciata con l'aggiornamento al Def ci sono “solo spiccioli” per questo scopo. Abbiano già motivato, in un articolo di qualche settimana fa, che il taglio del cuneo fiscale non è confacente a una politica, non dico rivoluzionaria, ma di sinistra riformista, per quanto moderata si possa ipotizzare. D'altra parte non ci aspettavamo di meglio da personaggi e partiti che la sinistra l'hanno rottamata.

Dal canto suo il ministro Gualtieri ha invece definito questa manovra come “espansiva”. Quindi, uno ne dedurrebbe, in discontinuità con le precedenti. Vediamola.

Ma prima di esaminare i contenuti della Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), occorre premettere che in larga parte sono discorsi e cifre buttate lì e che occorrerà vedere il dettaglio della legge di bilancio per un giudizio definitivo. Infatti entro il 15 ottobre il documento programmatico di bilancio dovrà arrivare alla commissione Ue e all’eurogruppo, che ne trarranno le proprie deduzioni, facendo le eventuali osservazioni, di modo che, entro il 20 ottobre, il governo possa presentare alle camere il disegno di Legge di Bilancio definitivo. Altri cambiamenti potranno verificarsi durante l’iter parlamentare di approvazione.

La manovra per il 2020 sarà di circa 29 miliardi di euro. Di questi ben 23 miliardi saranno necessari a scongiurare gli aumenti dell'Iva e già questo ci dice che per il resto della spesa statale rimarranno le briciole e quindi saranno dolori e non sarà possibile utilizzare le leve di politica economica. Per cui ha ragione Renzi quando dice che il taglio del cuneo fiscale è ridotto ai minimi termini, ma non è questa la cosa che ci preoccupa. Ci preoccupano soprattutto la spesa sociale e gli investimenti pubblici, soprattutto se si pensa alla nuova ondata recessiva in arrivo che andrebbe fronteggiata con ben altri mezzi.

Il rapporto deficit-Pil nel 2020 sarà del 2,2% per poi calare nei due anni successivi: 1,8% nel 2021 e 1,4% nel 2022. Ma si sa che quello che conta è il 2020 perché gli anni successivi saranno ridefiniti dalle successive leggi di bilancio. Insomma ogni volta si fanno buoni propositi (ammesso che sia un buon proposito tagliare i deficit) per gli anni successivi e intanto, inevitabilmente, si cerca di sopravvivere nel primo anno del bilancio. In tema di grandezza di questo parametro viene subito da pensare maliziosamente che il precedente governo ha dovuto sudare sette camicie per farsi accettare dalle istituzioni europee un rapporto del 2,04 nel 2009, che doveva ridursi a circa l'1,5 nel 2020. E il Pd aveva tuonato che questo eccessivo deficit ci avrebbe portato al fallimento.

Questo governo propone invece il 2,2 per il 2020, una cifra addirittura superiore a quella dell'anno precedente e in quel di Eurolandia non si odono rumori di vesti stracciate. Insomma pare che, per le burocrazie europee, questo sia un governo amico da trattare con i guanti che si possa esonerare dal percorso del cosiddetto Fiscal compact. Infatti il rapporto debito/Pil, che a fine 2018 si è attestato al 132,1%, si prevede che alla fine del 2020, a seguito della manovra governativa sarà pari al 135,7%. Altro che percorso per avvicinarsi al fatidico 60%! E pure negli anni successivi scenderà di un'inezia: 135,2% nel 2021 e 133,4% nel 2022. Neanche i cosiddetti "mercati", cioè gli speculatori, hanno attaccato il nostro debito, come in altre precedenti occasioni. Quindi abbiamo un governo considerato amico anche dalla grande finanza.

La famigerata riduzione del cuneo fiscale comporterà un impegno aggiuntivo alla manovra che nel 2020 sarà di 0,15 punti percentuali del PIL, pari a 2,7 miliardi, l'esatta metà dello 0,3% del 2021. Quindi si suppone che essa possa scattare solo per la seconda metà dell'anno. O, in alternativa, che nel primo anno saranno dimezzati i benefici in busta paga.

La copertura del fabbisogno necessario per sterilizzare l'Iva e tagliare il cuneo è prevista in 7,2 miliardi di euro per mezzo della lotta all’evasione, 1,8 miliardi per mezzo della spending review – fa meno fico chiamarli tagli alla spesa, ma la sostanza è questa – e la parte rimanente sarà fronteggiata con tagli a diversi sussidi, detrazioni di imposta e altre misure fiscali. Anche in questo caso, se non si conoscono i dettagli, non è possibile sapere chi pagherà ma non è difficile prevedere che in buona parte pagheranno i lavoratori che si vedranno torchiati da qualche balzello o tariffa (o prezzi, come vedremo più avanti) e da servizi pubblici sempre meno adeguati ai bisogni.

La lotta all'evasione, che pare fondarsi sull'incentivazione dell'uso della carta di credito, oltre che apportare un buon beneficio alle banche, potrà essere utile a stanare qualche piccola impresa che lavora in parte "al nero", ma non servirà molto a colpire i grandi evasori o chi elude l'imposta con mille mezzi che le leggi vigenti consente loro. L'evasione e l'elusione si combattono con un riordino rigoroso della farraginosa normativa fiscale e dando più mezzi agli uffici preposti al controllo.

Anche la “rimodulazione· di alcune aliquote dovrà essere vista nel concreto. Per esempio se si aumentano le accise sul gasolio o si riducono le agevolazioni sul gasolio da autotrasporto, cosa indubbiamente buona per l'ambiente, bisognerebbe anche prendere un provvedimento affinché il conseguente aumento del costo dei trasporti di tutte le merci (in Italia viaggiano prevalentemente su gomma) non si traduca in un rincaro generalizzato dei prezzi, specialmente di quelli dei generi di prima necessità. Ma di questo non si parla. Neppure della rimodulazione dei ticket sanitari si sa molto. In generale è positivo che si differenzino in base al reddito, anche se in un sistema sanitario universale andrebbero aboliti del tutto, ma non è chiaro come sarà coperto il minor gettito. Se verrà coperto con tagli alla spesa sanitaria, già languente, si darà un'altra accelerata al processo in atto di smatellamento del servizio pubblico. E non è difficile intuire chi ne pagherà principalmente le conseguenze. Ne consegue che quelle briciole che i lavoratori potrebbero trovarsi in più in busta paga saranno più che compensate da maggiori costi e minori servizi. E poi, mentre i tempi sono certissimi per i tagli, per la riduzione dei ticket, la costruzione di scuole ed asili nido, e altri bei propositi si è molto più vaghi e si parla di una arco temporale pluriennale. La solita politica dei due tempi in cui l'esperienza ci dice che non scatterà mai il secondo tempo.

Non potevano mancare le privatizzazioni, previste per un importo di 3,6 miliardi nel 2020 e 7,2 nei due anni successivi. Si svenderanno quindi ulteriormente i gioielli di famiglia col risultato di perdere il relativo gettito futuro (“mangiare l'uovo in culo alla gallina”, è l'espressione colorita delle persone poco educate) e di perdere in capacità di fare politica economica (partecipazioni in imprese) e sociale (abitazioni e altri beni comuni).

Non si parla invece di imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze, che avrebbe potuto introdurre un po' di equità, né è del tutto chiaro se verrà accantonata l'idea della flat-tax di Salvini che, come abbiano già rilevato a suo tempo, è solo a favore dei ricchi.

Insomma questo governo è ben lontano da opporsi ai vincoli europei che impediscono una seria politica economica. Anzi, a essere maligni, questi vincoli rappresentano un'opportunità per proseguire le consuete politiche liberiste, sia pure con una mitigazione che non è frutto di questa compagine, ma ormai sta scritta negli stessi recenti ripensamenti in sede europea, alla luce del fallimento delle politiche fin qui seguite e del timore per la recessione in arrivo.

È chiaro che se ci si pone in piena sintonia con le politiche europee nessun margine ci sarà per politiche socialmente eque e per rianimare la nostra economia. Ma anche all'interno di questi soffocanti vincoli niente ci impedirebbe quantomeno di rivedere le leggi sul lavoro, quale il jobs act e le precedenti che l'hanno precarizzato e messo sotto ricatto, spezzandone le tutele, tanto più che ormai è divenuto evidente che esse non servono a creare più occupazione.

Piuttosto illusoria appare quindi la dichiarazione di Landini che si aspetta di incassare qualcosa di non trascurabile dall'impegno del governo "di definire un calendario sia per avere un altro incontro in cui il governo dovrà dire concretamente quello che vuole fare e sia per attivare una serie di tavoli tematici di approfondimento di una serie di materie" e cioè di strappare "necessari miglioramenti e aggiustamenti" a Quota 100 e al Reddito di cittadinanza, che pure sono obiettivi da riformismo di bassissimo profilo.

Insomma con i governi di centrodestra, di centrosinistra, gialloverdi o giallorosa, cambiano l'estetica della faccenda e le clientele cui dare la caramellina, ma la sostanza è sempre il peggioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici.

Il rischio è che il malcontento che potrebbe essere generato dall’attuazione di questo programma finanziario del governo crei una prateria per le scorribande della peggiore destra. A maggior ragione serve non lasciare libero questo spazio ma costruire un’opposizione in grado di proporre politiche effettivamente alternative. Pertanto urge che i comunisti si mettano al lavoro insieme per definire un comune programma minimo in grado di intercettare le classi lavoratrici, per costruire un fronte anticapitalista.

13/10/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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