Marx, la rivoluzione e la transizione al socialismo

La riflessione di Marx sulla necessità di una rivoluzione sociale e le connesse problematiche della transizione verso una società socialista


Marx, la rivoluzione e la transizione al socialismo Credits: https://www.fmradiocultura.com.ar/camaras-para-vigilar-la-tumba-de-karl-marx/

Segue da “Marx e la necessità della rivoluzione per la realizzazione dei diritti umani

Il compito storico di portata universale di costruire una società superiore a quella capitalistica è proprio d’una classe sorta all’interno della società borghese, ma che – come il proletariato moderno – non può riconoscervisi. Perciò, Karl Marx contesta con forza il malinteso democraticismo presente anche nelle organizzazioni dei lavoratori che non solo non si rendono conto della necessità della presa del potere politico, per sostituire ai rapporti borghesi di produzione la socializzazione dei mezzi di produzione, ma addirittura si fa irretire dal legalismo anche di fronte alla sua palese violazione da parte dei ceti dominanti. In effetti, le regole sancite dal diritto non sono universali, naturali, ma il prodotto dei rapporti di forza fra le classi sociali, dunque in epoca di dominio della società civile borghese saranno naturalmente approntate per garantirlo. Nel momento in cui è la stessa borghesia a vedervi un ostacolo, a svelarne la natura positiva e non universale, sarebbe un errore imperdonabile per i ceti dominati difenderne la presunta neutralità.

Il diritto borghese non è che la volontà della classe borghese innalzata a legge, una volontà il cui contenuto è determinato dalle condizioni materiali di vita della classe dominante. Significativo è quanto osserva a questo proposito un ispettore di fabbrica britannico citato da Marx: “ora, avendo io coscienziosamente studiato i tempestosi dibattiti parlamentari da cui è uscita l’attuale legislazione industriale, gli ispettori di fabbrica devono consentirmi di dissentire dalla loro frase conclusiva, e tener ferma la mia opinione che la legislazione industriale è stata formulata con l’intenzione deliberata di facilitare in ogni modo l’evasione e il raggiro. L’aspro antagonismo fra proprietari terrieri e proprietari di fabbriche, da cui quelle leggi sono nate, era tuttavia mitigato dal comune disprezzo che le due classi dominanti nutrono per ciò ch’esse definiscono gli ‘interessi volgari’” [1]. Di conseguenza, il terreno del proletariato non è il terreno del diritto, ma è il terreno della rivoluzione. Ciò spinge Marx a domandarsi se la Comune non avrebbe “tradito vergognosamente la sua missione se avesse accettato di osservare tutte le convenzioni e le apparenze del liberalismo, come in tempi di perfetta pace? Se il governo della Comune fosse stato dello stesso stampo di quello del signor Thiers, non vi sarebbero stati meno pretesti di sopprimere i giornali del partito dell’ordine a Parigi che di sopprimere quelli della Comune a Versailles” [2].

Perciò Marx non può che irridere il legalitarismo e il cretinismo parlamentare dei democratici piccolo-borghesi che pretendono il rispetto di quelle regole che gli stessi estensori non hanno pudore a violare apertamente. Significativo quanto nota a tal proposito un ispettore britannico delle fabbriche citato da Marx: “‘alla tentazione di maggiori profitti cedono quegli imprenditori nel cui codice morale la disobbedienza a un atto del parlamento non costituisce infrazione, e che calcolano che l’ammontare di qualsiasi multa ch’essi debbono pagare se vengono scoperti sia comunque ben piccola parte del guadagno che deriva loro dal fatto di disattendere le restrizioni di legge’” [3]. A dispetto di ciò i democratici, di fronte alle mire apertamente eversive delle classi dominanti, sono affetti, osserva sarcasticamente Marx, da un oscuro male che “toglie loro ogni senso, ogni ricordo, ogni comprensione del rozzo mondo esteriore” [4]: il cretinismo parlamentare. A dimostrazione di ciò Marx rammenta quanto i rappresentanti politici della borghesia produttiva francese, giunta al potere nel 1848, si erano dimostrati pronti a violare qualsiasi diritto umano pur di reprimere nel modo più duro chi vedeva nell’emancipazione politica unicamente una tappa dell’emancipazione umana da compiersi mediante l’emancipazione sociale, altrettanto si attennero nel modo più scrupoloso al legalitarismo nel momento in cui si trattava di utilizzare ogni mezzo necessario per battere i settori reazionari che, preso il controllo del potere esecutivo, violavano apertamente la Costituzione e intendevano cancellare ogni traccia delle libertà formali della democrazia borghese. Tanto furono rivoluzionari in campagna elettorale, dando a intendere la via parlamentare all’emancipazione sociale, così furono legalitari nel momento in cui si “si trattava di dimostrare con le armi alla mano la serietà di quelle vittorie elettorali” (Ibidem).

A questo punto, osserva Marx, non può che stare alle classi dominate di rispondere con ogni mezzo necessario di fronte al tentativo di usurpazione di ciò che hanno conquistato pur con le regole impostegli dall'avversario. A questo proposito, è interessante quanto osservava Marx rispetto alle risposte sproporzionate dei proletari umiliati e offesi: “ora, sono lungi dal voler difendere gli atti di violenza senza scopo commessi dai minatori di Wigan, che per questi atti hanno pagato con il sangue di sette di loro. Ma allo stesso tempo mi rendo conto che è molto difficile, soprattutto per gli strati più bassi della classe lavoratrice, cui indubbiamente i minatori appartengono, procedere in ‘maniera pacifica, ordinata e tranquilla’, nel momento in cui sono spinti a gesti sconsiderati dalla fame e dalla fredda insolenza dei padroni. Sono questi ultimi che provocano le sommosse per poter così fare appello alle forze armate e reprimere, come hanno fatto a Wigan, con un’ordinanza della magistratura tutte le assemblee dei lavoratori” [5]. E ancora: “i minatori certamente hanno avuto torto a impedire ai loro compagni lavoratori, con la violenza, di fare il lavoro che essi stessi avevano abbandonato. Ma quando vediamo che i padroni si impegnano l’uno nei confronti dell’altro, pena gravi sanzioni, a rispettare la loro serrata, possiamo forse stupirci dei modi più spicci e meno ipocriti con i quali i lavoratori cercano di fare rispettare il loro sciopero?” (Ibidem).

La lotta particolare della classe lavoratrice deve elevarsi proponendosi sul piano politico quale missione universale, dal momento che la sua emancipazione è condizione dell’emancipazione umana in quanto riconoscimento dell’essere sociale nello Stato politico, riconciliazione delle due sfere – politica ed economico-sociale – che la società borghese contrapponeva. Perciò il proletariato nella lotta non deve togliere soltanto il suo contrario, il capitale, ma anche se stesso in quanto classe particolare, per superare in un nuovo fondamento il rapporto servo-padrone che si riproduce nella società borghese. Il proletariato diviene in grado di porre il fondamento di un nuovo assetto sociale nel momento in cui è capace di ricondurre l’opposizione inerte, indifferente fra proprietà privata dei mezzi di produzione e sussistenza e la sua privazione, alla sua “relazione attiva col suo rapporto interno” [6] ovvero alla contraddizione fra forza-lavoro e capitale. Il proletariato moderno assurge così, secondo Marx, all’universalità e alla radicalità per le sofferenze universali e le catene radicali di cui è portatore, per tale motivo non richiede per sé un diritto particolare, ma affermandosi in quanto tale porta a fondo con sé il suo opposto, la proprietà privata e con quest’ultima tutte le altre classi sociali. Il proletariato autocosciente, che ha assunto piena consapevolezza di sé come classe, diviene perciò secondo Marx il momento negativo dell’opposizione, il lato cattivo della società capitalista che, almeno potenzialmente, è in grado di scardinarla dall’interno.

L’emancipazione sociale dipende dalla conquista del potere civile che a sua volta è realizzabile solo mediante il processo di presa di coscienza di classe a cui devono dedicare i loro sforzi i membri più coscienti del movimento organizzati nel partito comunista. Se la conquista del potere politico è condizione necessaria per l’emancipazione sociale, non è condizione sufficiente alla realizzazione dell’emancipazione umana che non può attuarsi per decreto. La classe lavoratrice, costituitasi in classe nazionale, osserva a tal proposito Marx, “per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini". Non si tratta dunque di realizzare utopie o ideali astratti, come pretendono gli intellettuali dottrinari, ma di “liberare gli elementi della nuova società” dei quali è “gravida la vecchia e cadente società borghese” [7]. La funzione essenziale d’avanguardia dei membri più coscienti del proletariato non si arresta alla presa del potere politico. L’intellettuale collettivo dovrà in seguito approfondire la riflessione teorica sulle nuove condizioni storiche in cui il conflitto sociale, all’interno della nuova società, si riproduce, sulle linee tendenziali del suo sviluppo e lo scopo finale da raggiungere. Sul piano pratico dovrà, secondo Marx, spingere l’intera società a non accontentarsi delle vittorie parziali conseguite, ma a portare avanti la lotta sino alla realizzazione della piena emancipazione dell’uomo come essere sociale.

Marx, pur irridendo ogni ricetta per l’osteria dell’avvenire, immagina le istituzioni del futuro stato di transizione al socialismo ispirandosi ancora una volta all’unico importante modello di cui disponeva: la Rivoluzione francese, in particolare alla fase della Convenzione. Del resto la genesi storica del concetto di comunismo va ricercato proprio nella fucina della Rivoluzione francese che aveva elaborato gli ideali di eguaglianza, libertà e fraternità, senza i quali il concetto della nuova situazione del mondo difficilmente sarebbe potuto sorgere. D’altra parte, sostiene Marx, non si tratta certo di scimmiottare alla maniera dei democratici del suo tempo la Montagna, ma di rivatalizzarne lo spirito di rivoluzione permanente. La transizione al socialismo potrà, secondo Marx, avanzare verso la realizzazione dell’emancipazione umana solo se le sue istituzioni saranno considerate all’interno di un costante processo di rielaborazione politico-giuridica. Del resto lo stesso comunismo è considerato da Marx il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente sulla base di uno scopo razionale.

Note:
[1] Karl Marx, “La situazione delle fabbriche in Gran Bretagna” [1859], in K. Marx - Friedrich Engels, Opere complete agosto 1858- febbraio 1860, tr. it. L. Formigari, vol. XVI, Editori Riuniti, Roma 1983, pp. 193-94.
[2] Id., La guerra civile in Francia [1871], in K. Marx – F. Engels, Le opere, a cura di L. Gruppi, Ed. Riuniti, Roma 1971, p. 917.
[3] Id., “La situazione delle fabbriche …, in Marx – Engels, Opere complete, cit., p. 196.
[4] Id., Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, tr. it. di P. Togliatti, Ed. Riuniti, Roma 1991, pp. 101-02.
[5] Id., I minatori di Wigan [1853], in Marx – Engels, Opere complete, vol. XII, tr. it. F. Codino, cit., pp. 463-64.
[6] Id., Manoscritti economico filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore, Torino 1968 p. 107.
[7] Id., La guerra civile …,in op. cit., p. 913.

03/05/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.fmradiocultura.com.ar/camaras-para-vigilar-la-tumba-de-karl-marx/

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: