Lenin e noi

Lenin e noi: I sette peccati capitali dell’opportunismo di destra e di sinistra


Lenin e noi Credits: https://www.spectator.co.uk/2017/03/how-lenin-manipulated-the-russian-revolution-to-his-own-ends/

Milioni di uomini,
risvegliatisi a un tratto dal loro lungo sonno
e posti immediatamente davanti ai più importanti problemi,
non potevano mantenersi a lungo a questa altezza,
non potevano fare a meno di una sosta,
di un ritorno a questioni elementari, di una nuova preparazione
che permettesse di “digerire” insegnamenti così ricchi di sostanza
e di dare la possibilità a una massa incomparabilmente più larga
di avanzare di nuovo questa volta con passo più fermo,
più cosciente, più sicuro e misurato

V. I. Lenin [1]

La serietà di un partito comunista dipende dalla capacità di riconoscere i propri errori, comprenderne le cause e individuare i mezzi per correggerli [2]. Solo così il Partito potrà adempiere al proprio compito essenziale “di educare e istruire la classe e quindi le masse” [3]. La profonda crisi del movimento rivoluzionario impegna” i comunisti “che abbiano un minimo di serietà, a rivolgere la più grande attenzione alla teoria, a prender con maggior decisione posizioni rigorosamente determinate, a differenziarsi più nettamente dagli elementi tentennanti e malsicuri” [4]. Se non si è in grado di sviluppare una teoria adeguata alla fase, rielaborando le ragioni della sconfitta, il movimento rivoluzionario si condanna inevitabilmente al fallimento politico.

Tali considerazioni, quanto mai attuali, sono state fatte circa un secolo fa da Lenin in polemica con chi riteneva l’assenza di saldi principi teorici una condizione favorevole per la riunificazione di una classe sociale sconfitta e dispersa. Al contrario, Lenin riteneva indispensabile lo sviluppo di un’autonoma e sistematica concezione del mondo, poiché solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può adempiere la funzione di combattente di avanguardia” [5], vera e propria testa di ponte in campo nemico. A tal proposito, Lenin amava ricordare il monito di Engels nella sua prefazione a La guerra dei contadini in Germania [1850]: “‘tenere sempre presente che il socialismo, da quando è diventato una scienza, va trattato come una scienza, cioè va studiato’” [6] e diffuso capillarmente fra le masse, per poter edificare un Partito ed un sindacato autonomi dall’ideologia borghese, in grado di riconoscere nella lotta di classe la forza creativa per attuare il socialismo”. L’assenza di saldi fondamenti teorici non porta solo allo spontaneismo o al riformismo – forme di subalternità inconscia e conscia all’egemonia borghese – ma anche all’estremismo, del quale è necessario denunciare in modo implacabile le illusioni che inevitabilmente finiscono con una totale delusione” [7].

Spesso anche oggi, come ai tempi di Lenin, dietro l’appello alla “libertà di critica” contro dogmatismo e ortodossia si cela il tentativo di sostituire al patrimonio storico-filosofico del marxismo “nuove” concezioni sviluppate da intellettuali avulsi dal movimento operaio, tosto diffuse dai mass media, ma presto dimenticate in nome di teorie ancora più al passo con le mode del tempo. Vale dunque la pena riflettere su quanto notava in proposito Lenin: “la famigerata libertà di critica (…) significa libertà da ogni teoria coerente e ponderata, eclettismo e mancanza di principi” [8]. Del resto, la lotta all’ortodossia in nome della libertà di critica è autocontraddittoria, dal momento che, come osserva acutamente Lenin, “chi fosse effettivamente convinto di aver fatto progredire la scienza non rivendicherebbe per le nuove concezioni la libertà di coesistere accanto alle vecchie, ma esigerebbe la sostituzione di queste con quelle” [9].

D’altra parte, oggi come allora, dietro le teorie che criticano il marxismo “vecchio” e “dogmatico” si celano non solo gli epigoni del revisionismo – pronti ad asserire che il movimento è tutto e lo scopo finale nulla – ma l’intero armamentario del socialismo utopistico e riformista premarxista. Sconfitto sul piano storico e teorico dal socialismo scientifico, il socialismo utopista “prosegue la lotta non più sul suo terreno, ma sul terreno generale del marxismo, come revisionismo” [10], trovando ancora oggi terreno fertile qualora i subalterni siano privi d’un saldo orientamento ideologico.

Queste sedicenti innovazioni del marxismo riadattano agli aspetti fenomenici del mondo contemporaneo argomenti revisionisti confutati già da Lenin più di un secolo fa. In tale ritorno dell’identico si ripresenta la negazione di ogni fondamento scientifico della necessità della transizione al socialismo, considerando positivista la tesi marxiana secondo cui lo sviluppo delle contraddizioni oggettive del modo di produzione capitalistico pone le condizioni per il suo superamento.

Muovendo dal rigetto della teoria marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto, si torna in ogni fase di parziale ripresa speculativa, all’interno di una cinquantennale crisi di sovrapproduzione, a negare “il fatto della miseria crescente, della proletarizzazione, dell’inasprimento delle contraddizioni capitalistiche” [11]. Tanto che, ad esempio, qualche anno fa si asseriva che la new economy avrebbe definitivamente superato le ricorrenti crisi capitaliste. Più radicalmente, notava già Lenin, “si dichiara inconsistente il concetto stesso di ‘scopo finale’ e si respinge categoricamente l’idea della dittatura del proletariato” [12] – oggi in nome della non-violenza o della pia illusione di poter cambiare il mondo senza prendere il potere. La teoria della inevitabilità della lotta di classe è di nuovo posta in dubbio dalle utopie piccolo-borghesi di una società democratica “amministrata secondo la volontà della maggioranza” [13]. Ritorna la kautskiana concezione dell’ultraimperialismo, oggi ribattezzata “teoria dell’impero” e con essa risorgono le illusioni nel pacifismo e nell’unione europea di paesi capitalisti e imperialisti.

Riemergono così concezioni socialimperialiste – ossia socialiste e a parole, ma imperialiste nei fatti – che sostengono le truppe di occupazione del proprio paese giustificandole quali “operazioni di pace”. L’odierno socialsciovinismo si maschera da multilateralismo, mediante la copertura fornita alle operazioni belliche da organismi “sopranazionali”, dietro cui si cela ovviamente – ma vale la pena ricordarlo di fronte all’odierno dilagare dell’opportunismo – la spartizione del mondo fra poli imperialisti. Si è arrivati ad abbandonare la teoria del valore, accettando, in modo più o meno consapevole, i paradigmi del marginalismo sorto proprio per contrastare il marxismo. In tal modo, non solo si pretende negare l’estrazione di plusvalore e dunque lo sfruttamento, ma si giunge a ritenere residuale la classe operaia. All’intellettuale collettivo e ai consigli operai si dovrebbe, dunque, sostituire l’indistinta moltitudine.

Come già ai tempi di Lenin, il corso del mondo non ha mancato di confutare tali illusioni e mistificazioni mostrando, ad esempio, “ben presto ai revisionisti che le crisi non avevano fatto il loro tempo” [14]. Allo stesso modo dall’apparente ultraimperialismo si è tornati a denunciare l’“unilateralismo” dell’imperialismo statunitense; le doti palingenetiche della new economy sono state smentite dal ripresentarsi di stagnazione e recessione, indebolendo le aristocrazie operaie sia di fronte al padronato sia di fronte alle maestranze fra i quali si proponevano di mediare [15]; la teoria della non-violenza è stata presto dimenticata dagli esponenti dell’aristocrazia operaia che, giunti al governo, hanno votato i crediti di guerra per le truppe d’occupazione all’estero; la necessità della guerra rende sempre più un pallido ricordo le magnifiche sorti e progressive della democrazia occidentale, mentre il loro rifiuto è egemonizzato dalla frazione eversiva della classe dominante. Come osservava Lenin: “tutto questo ha fatto sì che le recenti ‘teorie’ dei revisionisti venissero dimenticate da tutti e, a quanto sembra, persino da molti revisionisti” [16]. Resta, tuttavia, decisivo “non dimenticare gli insegnamenti che questa instabilità propria degli intellettuali ha dato alla classe operaia” [17].

A tale scopo si è deciso di riprendere in esame la raccolta di scritti di Lenin contro l’opportunismo di destra e di sinistra [18]. La riflessione su queste pagine consente, infatti, di risalire ai fondamenti della crisi dell’attuale sinistra occidentale e fornisce una cassetta degli attrezzi utile per iniziare a superarla. Certo la storia non si ripete mai, se non rendendo le tragedie che hanno condotto alla sconfitta una farsa; dunque le rilevanti analogie fra gli opportunismi fustigati da Lenin e gli attuali vanno considerate senza dimenticare quanto Lenin stesso sottolineava: “la nostra teoria non è un dogma, ma una guida per l’azione, dicevano Marx e Engels, e l’errore più grave, il massimo delitto dei marxisti ‘patentati’ come Karl Kautsky, Otto Bauer, ecc., è di non aver compreso, di non aver saputo applicare questo principio nei principali momenti della rivoluzione del proletariato” [19]. Infine, l’incapacità di comprendere gli errori passati ed il loro riproporsi nel presente costituiscono un singolo aspetto, per quanto purtroppo caratteristico, dell’attuale movimento dei lavoratori, per cui l’impietosa rassegna che ne faremo non intende favorire il disfattismo [20]. Proprio poiché tale impietosa disamina non intende produrre un senso di scoramento, ma vuole essere strumento per rilanciare la pratica rivoluzionaria, muoveremo nella nostra disamina dei sette peccati capitali dell’opportunismo proprio dall’analisi critica delle posizioni sorte dal senso di disperazione indotto dal non essere stati ancora in grado di metabolizzare la sconfitta patita dal movimento dei lavoratori negli ultimi decenni del XX secolo.


Note

[1] V. I. Lenin, Alcune particolarità dello sviluppo storico del marxismo [23 dicembre 1910], in Id., Contro l’opportunismo di destra e di sinistra e contro il trotskismo, Edizioni progress, Mosca 1978, p. 141.

[2] “L’atteggiamento di un partito politico verso i suoi errori è uno dei criteri più importanti e sicuri per giudicare se esso è un partito serio, e adempie di fatto i suoi doveri verso la propria classe e verso le masse lavoratrici. Riconoscere apertamente un errore, capirne le cause, analizzare la situazione che lo ha generato, discutere attentamente i mezzi per correggerlo; questo è indizio della serietà di un partito, questo si chiama fare il proprio dovere”. Id., L’estremismo malattia infantile del comunismo [aprile-maggio 1920], in op. cit. p. 443.

[3] Ibidem.

[4] Id., Avventurismo rivoluzionario [Agosto-settembre 1902], in op. cit. p. 47.

[5] Id., Che fare? [febbraio 1902], in op. cit. p. 23.

[6] Ivi, p. 26.

[7] Id., Avventurismo cit., in op. cit. p. 53.

[8] Id., Che fare?, in op. cit. p. 23

[9] Ivi, p. 8.

[10] Id., Marxismo e revisionismo [aprile 1908], in op. cit. p. 91

[11] Id., Che fare?, in op. cit. p. 6.

[12] Ibidem. A tale proposito. Lenin non si stanca di far notare che, per i classici del marxismo, la dittatura del proletariato non rappresenta una forma di governo ma un tipo di Stato. Cfr. Id., La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky [novembre 1918], in op. cit., p. 387.

[13] Id., Che fare?, in op. cit. p. 6. Al contrario, come ricorda Lenin citando L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, per i padri del marxismo “il suffragio universale è ‘l’indice della maturità della classe operaia’”. Id., La rivoluzione… cit., in op. cit. p. 394.

[14] Id., Marxismo… cit., in op. cit. p. 94.

[15] In tal modo, infatti, come osservava Lenin: “si inasprisce in grandissima misura la lotta di classe, e, con questo inasprimento, viene scalzato il terreno su cui alligna l’opportunismo, viene scalzata la base che permetteva la diffusione nella classe operaia delle idee della politica operaia liberale”. Id., Discussioni in Inghilterra sulla politica operaia liberale [ottobre 1912], in op. cit. pp. 167-68.

[16] Id., Marxismo… cit., in op. cit. p. 94.

[17] Ibidem.

[18] Una prima raccolta di tali saggi, da tempo introvabile, è uscita nel 1978 per i tipi delle Edizioni Progress di Mosca.

[19] Id., L’estremismo… cit., in op. cit. p. 458.

[20] In altri termini, l’odierno movimento dei lavoratori occidentale non è riducibile ai soli aspetti deteriori qui evidenziati, del resto presenti anche ai tempi di Lenin, ma occorrerebbe al contempo considerare i disorganici tentativi di ricostruzione di una prospettiva attuale per la Rivoluzione in occidente.

02/06/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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