Fenomenologia del Partito Comunista – II parte: il PCd’i tra lotta politica interna e blocco sociale reazionario in formazione

Il PCd’i, nel quadro delle avversità dovute al regime fascista e dell’aspro dibattito che si va sviluppando anche all’interno del movimento comunista internazionale, elabora progressivamente una strategia e una tattica più attenta alle caratteristiche della società italiana che condurrà all’affermazione della linea politica di Gramsci sancita dal congresso di Lione.


Fenomenologia del Partito Comunista – II parte: il PCd’i tra lotta politica interna e blocco sociale reazionario in formazione

1. L’acuirsi della crisi sociale e politica e lo scontro strisciante con il Comintern

Nel marzo del 1922 si svolse il II Congresso del PCd’i, dove vennero discusse le Tesi di Roma in cui iniziarono a emergere le divergenze, ancora incentrate su elementi tattici, tra il gruppo riunito attorno a Bordiga e un ampio schieramento che vedeva convergere tra gli altri Gramsci, Tasca, Togliatti. Non emergevano in maniera esplicita le contrapposizioni, ma sicuramente si rivelava una difformità tra l’impianto politico-strategico (e le conseguenze tattiche che ne derivavano) impostato dal documento di Bordiga e Terracini con l’approccio maggiormente unitario che era presente nel documento sulle relazioni sindacali (cioè la necessaria convergenza tra le componenti proletarie sul piano del lavoro): la tesi politica rispetto alla tattica da adottare era incentrata sulla netta contrapposizione alla socialdemocrazia come espressione della sinistra borghese, che avrebbe prodotto un governo sostanzialmente reazionario la cui unica “funzione positiva” sarebbe stata di ordine pedagogico, in quanto avrebbero sottratto il proletariato all’illusione di una “via riformista e gradualista” al socialismo. Sul piano tattico, dunque, “non si deve solidarizzare con quel tal governo socialdemocratico ove esso venga assalito dalla destra militarista e fascista perché il suo eventuale consolidamento… contrasterebbe «l’avanzata rivoluzionaria»”[1]. È evidente che si volessero evidenziare teoricamente e politicamente le ragioni della scissione dal Psi avvenuta poco più di un anno prima, consolidando una posizione intransigente contro gli inviti alla convergenza provenienti dal Comintern (e che diventavano sempre più pressanti in vista del Congresso della III Internazionale, che si sarebbe svolto nel novembre del 1922). 

Le tesi sindacali redatte da Gramsci e Tasca manifestavano invece una maggiore sensibilità per un orientamento di convergenza sociale (di tipo consiliare), anche in ambito agrario e contadino, in cui si indicava da una parte l’obiettivo di espropriare e socializzare i latifondi e le grandi aziende agrarie di matrice capitalistica, ma al contempo di preservare le aziende familiari in cui non c’era separazione tra proprietà dei mezzi di produzione e lavoro vivo; sulla questione agraria e contadina, peraltro, anche Bordiga aveva assunto una posizione di collaborazione e alleanza sociale con i “piccoli proprietari terrieri”, i cui interessi avrebbero subito un inasprimento rispetto allo Stato borghese: le posizioni del PCd’i sulla questione sindacale e agraria, dunque, erano complessivamente e sostanzialmente unitarie, pur con accenti e sfumature differenti, ma non divergenti.

La principale questione di contrasto emerse sul piano politico-tattico, per le critiche mosse dal Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista (Ekki) e per “le condizioni e i limiti del dibattito sulle Tesi”[2] decise dall’Ekki stesso e riportati dai delegati Kolarov e Humbert-Droz al Congresso a Roma, per cui le tesi politiche sulla tattica non dovevano rappresentare altro che un contributo alla discussione e non un documento ufficiale della Sezione italiana dell’Internazionale Comunista. L’unità del partito, in ogni caso, non risultò compromessa, in quanto anche Gramsci espresse la preoccupazione che la tattica del fronte unico con i socialisti avrebbe riportato il proletariato a una forma di passivizzazione e soprattutto sottratto alla classe operaia, in numero molto inferiore rispetto ai contadini e ai piccoli proprietari terrieri, il ruolo di guida della trasformazione rivoluzionaria della società. 

2. I dissidi nel gruppo dirigente del PCd’i e con l’Internazionale: lo scontro tra Bordiga e Gramsci

La convergenza tra “bordighiani” ed “ex ordinovisti” non fu però duratura: l’opposizione alla tattica del “fronte unico” con i socialisti (di principio per i primi, di valutazione politica per i secondi) fu indebolita dalle vicende sociali e politiche sempre più drammatiche, con la escrescenza fascista che andava prendendo sempre più piede con violenze sempre più diffuse e intimidatorie. Ma la ricomposizione con il Psi (anche dopo l’espulsione dei “riformisti” a ottobre del 1922, con la nascita del Psu) non era comunque all’ordine del giorno; la svolta verso l’apertura alla tattica del “fronte unico” avvenne nel corso del Congresso dell’Internazionale di fine ’22.

Le sollecitazioni della III Internazionale affinché si ricomponesse l’unità con il Psi di Serrati, a seguito dell’espulsione dei “riformisti/gradualisti”, non avevano infatti convinto neppure Gramsci almeno fino a quando, nel corso del IV Congresso del Comintern, abbracciò la posizione di Zinoviev iniziando a distinguersi esplicitamente da Bordiga. Da allora la divergenza, rimasta parzialmente sottotraccia, affiorò in maniera sempre più esplicita, accompagnata da critiche mosse da Gramsci alla gestione del partito da parte di Bordiga in lettere indirizzate ad altri dirigenti del Partito (tra cui Togliatti) tra il 1923 e il 1924. L’arresto di una parte consistente del gruppo dirigente nazionale (tra cui Bordiga e Grieco) a inizio 1923, durante la “battuta anticomunista” – come la definì Terracini in una lettera – da parte del governo fascista, provocò un necessario rimescolamento ai vertici, con la nomina di un nuovo gruppo designato dal Comitato esecutivo dell’Internazionale, composto da Togliatti, Scoccimarro, Tasca e il latitante Terracini che incalzerà il Psi per avviare la fusione con il PCd’i. L’effetto di questa iniziativa fu l’espulsione dal Partito Socialista di alcuni militanti, tra cui Serrati, che formeranno la “frazione internazionalista”, producendo una ulteriore “frantumazione politica del movimento operaio italiano” provocando “un’atmosfera di sconfitta e di rassegnazione”[3] mentre il fascismo prendeva piede con atti di intimidazione e violenza sempre più diffusi.

Allo scenario di frantumazione del proletariato italiano, che paradossalmente dava in certa parte ragione al rifiuto di Bordiga del “fronte unico”, Gramsci intese rispondere con “una nuova tattica di alleanze” con l’obiettivo “della «Repubblica federale degli operai e dei contadini»”[4] pur mantenendo la distinzione netta con le formazioni socialiste con cui ogni fusione è esclusa anche da Gramsci; le divisioni che si andavano manifestando all’interno del partito si intrecciarono con la lotta apertasi con la morte di Lenin nel Partito Comunista Russo e nell’Internazionale Comunista: anche in Italia il confronto politico diveniva sempre più serrato per l’impostazione di una nuova linea politica rispondente alle esigenze della società italiana e che non fosse in contraddizione con le linee del Comintern.

Poco dopo le elezioni del 1924, nella tarda primavera, si svolse nei pressi di Como una Conferenza di tutti i membri degli organismi del partito, in cui Togliatti presentò una relazione introduttiva dove metteva in discussione la tattica del fronte unico enunciata nelle Tesi del II Congresso di Roma; alla riaffermazione dell’indirizzo antiunitario espresso da Bordiga, Gramsci (che aveva frequentato gli organismi del Comintern sia a Mosca che a Vienna) intervenne sostenendo la necessità di elaborare una piattaforma politica, una tattica più articolata, che abbia ricadute pratiche meno astratte per poter rafforzare il partito meglio di quanto non sia avvenuto tra il 1922 e il 1924, adottando una linea fondata sull’alleanza tra operai e contadini, lanciata dall’Internazionale. Infatti il Partito Comunista d’Italia non poteva svilupparsi, secondo Gramsci, se non nel contesto internazionale. È quanto emerse a Como, “in quanto sezione il Pci non deve solo applicare, ma anche accettare nella loro formulazione teorica gli schemi tattici di Mosca”[5]; la posizione espressa da Gramsci, che si opponeva alla rigidità teorica di Bordiga, si appoggiò alla elaborazione politica della III Internazionale, pur volendo mantenere aperto il rapporto con i “bordighisti”, mentre la “destra” di Tasca volle presentare una mozione più esplicita per l’alleanza con i socialisti. Poche settimane dopo, si apriva il V Congresso dell’Internazionale, in cui la linea del fronte unico venne riproposta con forza da Zinoviev.

Si formò quindi un asse tra Gramsci, Togliatti e Terracini, che divenne “il nuovo e omogeneo gruppo dirigente sul quale l’Internazionale può contare per l’applicazione della sua linea politica in Italia” per isolare la “intransigenza della corrente di sinistra”[6] contro cui si inasprì la lotta interna: Gramsci fu nominato nuovo segretario del PCd’i. La “bolscevizzazione” dei partiti comunisti si andava compiendo mediante una dura lotta interna contro gli esponenti delle minoranze che non si allineavano alle indicazioni del Comitato esecutivo dell’Internazionale.

3. Il partito nella tempesta del fascismo e dello scontro interno: dalla lotta al frazionismo alla “bolscevizzazione”

In Italia i risultati delle elezioni della primavera del 1924 suscitarono uno scossone, provocato dall’omicidio del deputato Matteotti (del Psu) che voleva denunciare brogli da parte del fascismo: il PCd’i propose al Psi e al Psu di proclamare uno sciopero generale, che avrebbe permesso al proletariato di assumere la guida della lotta contro il fascismo, ma la proposta cadde nel vuoto, indebolendo ulteriormente il fronte operaio e proletario che i comunisti volevano rinvigorire (anche denunciando l’opportunismo socialista). La ritirata sull’Aventino dei partiti borghesi aveva come obiettivo quello di “ricondurre il Paese alla legalità”, mentre il PCd’i doveva decidere “se ridurre tutta la sua impostazione politica al ripristino dello Statuto albertino” nell’ottica del “fronte unico”, oppure aprire un’azione volta a “orientare le masse”[7] fuori dagli accordi con i dirigenti delle altre forze politiche.

L’organizzazione politica del PCd’i risentiva dunque di una tensione tra la appartenenza a un organismo internazionale, di cui era una Sezione, e l’esigenza di collocarsi nella dinamica delle vicende nazionali, che andavano rapidamente deteriorandosi: si stava presentando il problema delle alleanze in chiave ancora più profonda rispetto alla prospettiva del “fronte unico” con i socialisti, che non aveva dato i frutti sperati e al contrario creato le condizioni per un ampliamento delle alleanze (in chiave antifascista) verso le componenti della borghesia, chiaramente avverse a qualunque evoluzione di linea politica in direzione socialista. Nonostante Gramsci avesse analizzato lucidamente questa dicotomia, e denunciato l’atteggiamento socialista come orientato nella direzione di una perdita di autonomia del proletariato, “il gruppo parlamentare comunista continua a rimanere con gli altri sull’Aventino, condividendone l’inerzia e non differenziando il partito”[8]; solo in ottobre i deputati del PCd’i rientrarono nel Parlamento, troppo tardi per poter suscitare nel proletariato una reazione contro il regime ormai a un passo dalla costituzione. Dal gennaio 1925 l’accelerazione delle “leggi fascistissime” avviò la trasformazione del fascismo in una vera e propria dittatura, che a inizio 1926 gettò tutte le formazioni politiche (del proletariato come della borghesia) nell’illegalità, chiudendo stampa e organizzazioni sindacali. 

Nell’anno cruciale in cui il fascismo andava imponendo il regime e distruggendo ogni forma di opposizione legale, il PCd’i mutò definitivamente il proprio assetto politico e organizzativo, con l’assimilazione completa all’Internazionale e la progressiva marginalizzazione di Bordiga e del suo gruppo (anche per il disimpegno dalle responsabilità politiche nel partito e nel Comintern stesso). Mentre la lotta per la successione a Lenin si faceva sempre più aspra e Trotsky era ormai additato come un nemico dell’Unione Sovietica (per l’opposizione alla dottrina del “socialismo in un paese solo” elaborata da Stalin e Bucharin), anche il “bordighismo” venne equiparato al “trotskismo” dall’Esecutivo del Comintern: Gramsci mostrò in questa circostanza sia la profonda determinazione critica al “bordighismo”, “al suo estremismo” per “paura della contaminazione socialdemocratica di una classe operaia numericamente ancora debole, chiusura settaria come difesa dalla possibile corruzione proveniente dalle infiltrazioni delle classi piccolo borghesi”[9], ma al contempo la volontà di mantenere unito il partito per evitare ulteriori frammentazioni o processi di espulsione che avrebbero indebolito ancora di più l’organizzazione della classe operaia. Nel giro di pochi mesi, la guida di Gramsci determinò il rafforzamento delle posizioni “centriste”, che assunsero le indicazioni dell’Internazionale come orientamento generale a cui riferirsi: si intese dunque far uscire il partito dalle tensioni speculari impresse dalla “destra” (che puntava alla ricomposizione con le componenti socialiste) e dalla “sinistra” (che intendeva mantenere una purezza tattica che inchiodava di fatto la classe operaia e la società all’immobilismo, in attesa della rivoluzione).

4. Il III Congresso della svolta: le Tesi di Lione

La lotta politica interna al Comintern, e conseguentemente al PCd’i, si sviluppò in una fase storica densa di contraddizioni: se in Europa ancora apparivano possibilità di mobilitazioni operaie, anche se non in chiave rivoluzionaria sicuramente conflittuale, in Italia si andava rafforzando la saldatura tra settori dell’alta e media borghesia urbana, che andava attraendo anche settori di borghesia agricola formando un blocco storico reazionario, antisocialista e soprattutto anticomunista. 

In un contesto così complicato, il PCd’i venne sospinto verso la clandestinità e il III Congresso fu celebrato in territorio straniero, a inizio 1926, nella città di Lione: il documento presentato dal centro guidato da Gramsci (ormai gruppo dirigente), la Tesi politica: situazione italiane e bolscevizzazione del PCd’i, evidenziava il mutamento della prospettiva sociale e politica della società italiana, con l’emergere di un nuovo blocco reazionario che stava strutturandosi attorno al consenso del costituendo regime fascista e alla figura autocratica di Mussolini, “e vi si pronosticava la sua tendenza all’imperialismo e alla guerra”[10]; si rilanciava nuovamente l’alleanza tra proletariato urbano (classe operaia), proletariato agricolo e contadini del Sud, unità fondamentale per sviluppare il processo rivoluzionario in Italia. 

In un paese in cui il capitalismo industriale era riconosciuto come strutturalmente debole e “l’agricoltura è ancora la base dell’economia”, vigeva inevitabilmente “un sistema di compromessi economici e politici tra gli industriali del Nord e i grandi proprietari del Sud”, da cui derivava “un tipo di sfruttamento del Sud analogo a quello delle colonie, e un potenziale eversivo costante nelle masse lavoratrici del Mezzogiorno”[11]. Le Tesi di Lione indicavano una pluralità di interessi incardinati tra loro, da quelli della borghesia industriale e dei grandi proprietari terrieri a quelli della piccola e media borghesia cittadina e agraria, che trovarono nel fascismo mussoliniano la forma e l’espressione politica, ma continuavano a considerare “la situazione sempre aperta a un’esplosione rivoluzionaria”: nonostante la maggiore articolazione dell’analisi sociale e del riconoscimento della saldatura del blocco reazionario di massa, la prospettiva che si presentava era sempre quella di essere nel “periodo della preparazione rivoluzionaria”[12].

La linea politica imperniata sull’alleanza tra classe operaia e contadini meridionali, una riedizione del “fronte unico” che escludeva la convergenza con gli antifascisti democratici e riformisti, era il quadro a cui fu necessario dare un assetto organizzativo più solido e coerente, centralizzato “secondo il modello bolscevico”[13] che impediva la costituzione di correnti e frazioni in base al principio del “centralismo democratico”: si trattava di una riorganizzazione del PCd’i in un contesto internazionale e nazionale in cui la coesione politica e il radicamento territoriale erano obiettivi fondamentali per reggere la tempesta imperialistica che si stava per abbattere in Europa.

 

Note:

[1] Spriano, P., Storia del Partito Comunista Italiano, (vol. 1), Einaudi, 1967, p. 181.

[2] Ibidem, pg. 185.

[3] Galli, G., Storia del Pci, Kaos 1953, p. 50.

[4] Vittoria, A., Storia del Pci – 1921-1991, Carocci 2007, p. 16.

[5] Galli, G., op.cit., p. 57.

[6] Ibidem, p. 59.

[7] Ibidem, p. 61.

[8] Ibidem, p. 62.

[9] Spriano, P., op.cit., pp. 451-52.

[10] Vittoria, A., op.cit., p. 20.

[11] Spriano, P., op.cit., p. 491.

[12] Ibidem, p. 59.

[13] Vittoria, A, ivi.

 

Bibliografia minima selezionata

Accornero, A. e Mannheimer, R. (cur.), L’identità comunista, Editori Riuniti, 1983.

Agosti, A., Storia del Partito Comunista Italiano 1921-1991, Laterza, 1999.

Cortesi, L., Le origini del Pci, Laterza, 1982.

Galli, G., Storia del Pci, Schwarz, 1958; Kaos, 1993.

Gramsci, A., La costruzione del Partito Comunista (1923-1926), Einaudi, 1972.

Lepre, A. e Levrero, S., La formazione del Partito Comunista d’Italia, Editori Riuniti, 1971.

Liguori, G., La morte del Pci, manifesto libri, 2009.

Magri, L., Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, Il Saggiatore, 2009.

Mammarella, G., Il Pci (1945-1975), Vallecchi, 1976.

Spriano, P., Storia del Pci, 5 voll., Einaudi, 1977.

Vittoria, A., Storia del Pci. 1921.1991, Carocci, 2006.

09/04/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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Giovanni Bruno
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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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