Schopenhauer

Proseguiamo nell’esposizione della distruzione della ragione, ovvero della filosofia moderna e contemporanea, conservatrice e/o reazionaria, affrontando il pensiero di Schopenhauer


Schopenhauer Credits: http://www.artspecialday.com/9art/2019/02/22/arthur-schopenhauer-pessimista-realista/

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci su questo argomento

Vita e opere

Schopenhauer nasce a Danzica – allora in Prussia, oggi in Polonia, nel 1788 e muore a Francoforte nel 1861. Si laurea a Jena, che era stata fino a pochi anni prima il maggior centro culturale europeo, nel 1813. Ciò nonostante Schopenhauer fu scarsamente influenzato dalla cultura romantica sorta a Jena e poi diffusasi in tutta Europa e dalla filosofia idealista, che proprio a Jena aveva avuto il suo principale centro di diffusione. Anzi il pensiero di Schopenhauer sorge e si sviluppa in aperto contrasto con la filosofia classica tedesca e, in modo quasi maniacale, di contro all’idealismo assoluto di Hegel, che non a caso costituiscono il fondamento filosofico del marxismo.

Ad appena trent’anni, nel 1818 – dopo aver portato a termine la sua formazione visitando i principali paesi europei dal punto di vista culturale – Schopenhauer pubblica l’opera che lo renderà immortale: Il mondo come volontà e rappresentazione, anche per lo spirito conservatore cosmopolita di cui è impregnata. Dal 1820 al 1832 diviene libero docente, ovvero insegnante precario, all’università di Berlino. Insegna nella capitale della Prussia proprio nello stesso periodo storico di Hegel, ma senza neanche un briciolo del successo di quest’ultimo. Anzi, impuntandosi a tenere i suoi corsi nello stesso orario di quelli seguitissimi di Hegel, i corsi di Schopenhauer andarono sempre più deserti, convincendolo a dire addio alla carriera universitaria. Così Schopenhauer, che aveva sempre disprezzato il lavoro, può ritirarsi nell’otium di una vita privata, grazie a una rendita che gli consentirà di non dover mai vendere la propria forza lavoro. Di ciò Schopenhauer se ne farà un vanto, sostenendo che solo in tal modo aveva potuto sviluppare liberamente il proprio pensiero, al contrario di Kant o Hegel che, in quanto impiegati dello Stato, avrebbero necessariamente sacrificato la propria libertà intellettuale. Per altro, nonostante l’attitudine aristocratica che ama assumere di indifferente superiorità rispetto alle vili questioni materialistiche, è impegnato per quasi tutto il resto della propria vita in spietate battaglie legali con i propri più prossimi familiari, per difendere i privilegi che gli assicurano di poter vivere da intellettuale parassitario sulle spalle dei lavoratori che tanto disprezza.

Solo con la nuova fase di restaurazione che si apre, dopo le rivoluzioni del 1848-49 che avevano scosso l’intera Europa, nel 1851 Schopenhauer si decide a pubblicare Parerga e Paralipomeni, delle aggiunte a Il mondo come volontà e rappresentazione, che renderanno il testo più fruibile, contribuendo al suo successo in questo periodo di riflusso nel privato.

Le ragioni del suo successo con la restaurazione post 1848-49

Il pensiero di Schopenhauer si presenta in forma sostanzialmente compiuta già nel 1818 con la pubblicazione de Il mondo come volontà e rappresentazione. Fino al 1850 la sua opera resta di fatto sconosciuta, i giovani protési al cambiamento sul piano politico e teorico – come gli aderenti al Vormärz, movimento politico-culturale che prepara il terreno per la primavera dei popoli del 1848 – guardano generalmente alla sinistra hegeliana. Fino alla rivoluzione del 1848-49 in Germania la borghesia è ancora sostanzialmente una classe rivoluzionaria, che lotta per la conquista del potere contro l’aristocrazia terriera. Perciò i suoi figli guardano generalmente con favorevole al pensiero progressista hegeliano. Per questo la filosofia conservatrice-reazionaria di Schopenhauer è poco adatta all’epoca precedente la restaurazione del 1850. Dopo la sconfitta della rivoluzione del 1848-49, la borghesia è in preda alla “paura sociale”, per l’emergere per la prima volta da protagonista sulla scena politica del proletariato come forza autonoma, per cui preferisce chiudere la fase rivoluzionaria e trovare un accordo per spartirsi il potere con l’aristocrazia, sul modello della seconda Rivoluzione inglese. La borghesia, in particolare in Germania, tende a divenire la classe dominante sul piano economico della società civile, ma lascia buona parte del potere politico, con il controllo della burocrazia statale e dell’esercito, all’aristocrazia che resta così la classe dirigente. Tale nuovo blocco sociale dominante è il prodotto della virata a destra, su posizioni conservatrici, della grande borghesia liberale e dal riposizionamento su posizioni di centro-destra della parte meno retriva dell’aristocrazia che finisce per attestarsi su posizioni moderate e conservatrici. In tal modo, il gattopardismo dei settori più intraprendenti dell’aristocrazia li portano a rompere il precedente blocco sociale che vedeva i latifondisti dominare insieme al clero, che resta sostanzialmente isolato a destra assumendo posizioni reazionarie sempre più anacronistiche. La filosofia di Schopenhauer tende a porsi come corrispettivo ideologico del nuovo blocco sociale, rompendo, così con le posizioni apologetiche della religione e romantico-reazionarie del secondo Schelling. Schopenhauer è, in effetti, in sé e per sé espressione di quel ceto di rentiers che hanno rotto con le posizioni codine del clero per spartirsi il potere con la ricca borghesia liberale che ha a propria volta rotto in modo drastico ogni forma di cooperazione tattica con la democrazia, la quale mantiene la tendenza a ricercare forme di cooperazione sotto la propria egemonia con la dirigenza non rivoluzionaria delle masse popolari. In tal modo, il pensiero di Schopenhauer abbandona la posizione ormai troppo anacronistica del secondo Schelling che si illudeva ancora della possibilità di una mera restaurazione dell’Ancien régime, resa distopica dal progressivo affermarsi, anche nell’arretrata Germania, della rivoluzione industriale e il conseguente avvento del modo di produzione capitalistico. Schopenhauer mantiene l’attitudine aristocratica che lo porta a non assumere un’attitudine apertamente apologetica del sistema capitalistico, sviluppando un’apologia indiretta, anche perché è ben consapevole che la sua affermazione gli garantisce meglio la conservazione dei propri privilegi da rentier, piuttosto che la posizione ultra legittimista e codina. Da qui anche il suo successo fra i giovani studenti, espressione del blocco sociale dominante, dopo le rivoluzioni del 1848-49, che vi vedono la possibilità di difendere ideologicamente i propri interessi, con una posizione capace di essere maggiormente egemonica nei confronti dei ceti medio-bassi, anche perché non apertamente rivolta alla esclusiva massimizzazione dei profitti. Quindi, mentre la posizione del secondo Schelling è più militante, in quanto aspira a essere il filosofo-ideologo della prima restaurazione, Schopenhauer assume una posizione più individualista e antipolitica, mirante a far sì che l’intellighenzia borghese non svolga più la funzione di dare una direzione consapevole alle spontanee spinte sovversive delle classi subalterne. Senza perciò far mancare il proprio deciso appoggio alle forze della contro-rivoluzione nei momenti salienti del conflitto di classe, a partire dalla Rivoluzione del 1848-49.  

Il pessimismo conservatore di Schopenhauer contro la storia e la politica

La sconfitta della rivoluzione e il ripiegamento della borghesia provoca nelle giovani generazioni un’ondata di pessimismo e un ripiegamento intimistico che segna il successo del pensiero di Schopenhauer. La concezione del mondo di Schopenhauer è antistorica e, in tal modo, è opposta alla visione del mondo di Hegel e di Marx che indagano con la riflessione filosofica la storia, cogliendo nel suo sviluppo la progressiva affermazione della libertà e della democrazia. Mentre Schopenhauer mira a convincere gli intellettuali ad assumere un’attitudine di aristocratica superiorità rispetto all’ambito materialistico della storia e partigiano della politica. Così Schopenhauer, per contrastare qualsiasi riproposizione della concezione dell’intellettuale impegnato, sostiene che mediante la partecipazione attiva al processo storico non si è mai risolto nulla, come del resto sembravano dimostrare i grandi ideali utopistici che avevano dato vita alla Primavera dei popoli, ma che poi non si erano realizzati. Del resto, la concezione filosofico-ideologica di Schopenhauer mira a convincere, in primo luogo i giovani studenti, che la condizione umana di sofferenza e dolore è destinata a non mutare e, quindi, in secondo luogo, che sarebbe una pura e controproducente utopia la speranza di poterla significativamente trasformare mediante il pericoloso e pesante giogo dell’impegno sul piano sociale, storico e politico. Anzi Schopenhauer vorrebbe convincere i giovani intellettuali che chi, nella loro situazione, nelle generazioni precedenti ha creduto di poter cambiare in senso positivo la storia, ha in realtà finito con il produrre soltanto dei rimedi peggiori rispetto ai mali che avevano preteso curare. Schopenhauer, da questo punto di vista, non si fa problemi a richiamarsi alla Bibbia e in particolare all’Ecclesiaste, attribuito al Re Salomone simbolo vivente della saggezza, dove si dà grande evidenza all’aforisma Nihil novi sub sole. Dunque, nonostante le intere generazioni che si sono bruciate dietro questa attraente distopia, la storia non può produrre altro che il fatale ripetersi dello stesso dramma, cambiano le forme, ma la sostanza non muta. Tanto che, secondo Schopenhauer, lo stesso studio e interesse per la storia non sarebbe che fatica sprecata, dal momento che sarebbe sufficiente leggere il padre della storia, il primo grande storico: Erodoto, per conoscere la sostanza dell’intera storia dell’umanità. Questa concezione della storia si traduce, dal punto di vista politico, in una posizione decisamente conservatrice e, anche se non apertamente, reazionaria. Non a caso durante la rivoluzione del 1848 Schopenhauer si vanta di aver offerto il proprio cannocchiale da teatro all’ufficiale prussiano per meglio cannoneggiare il proprio popolo in rivolta e decide di lasciare i suoi beni in eredità ai soldati feriti per difendere, nella fatidica Primavera dei popoli, i suoi privilegi di rentier.

La contro-storia della filosofia di Schopenhauer, per contrastare la concezione della storia come progresso

La riscoperta delle radici culturali del pensiero di Schopenhauer gli sono funzionali a stabilire i tratti salienti di una nuova e inedita linea della storia della filosofia evidenziando, all’esatto opposto di Hegel, unicamente gli aspetti più equivoci e anti progressisti delle tradizioni filosofiche precedenti. Così dalla tradizione  platonica Schopenhauer eredita ed evidenzia, portandolo alle estreme conseguenze, il dualismo fra il mondo delle idee e il mondo reale. Allo stesso modo, dall’illuminismo riprende e valorizza esclusivamente l’attitudine scettica moderna e l’ironia verso tutti i valori, mentre da Kant riprende ed esalta, estremizzandola, la contrapposizione e il dualismo fra il fenomeno, cui si arresta la debole e finita ragione umana, e il noumeno, ovvero l’essenza sostanziale delle cose. Dal romanticismo tedesco Schopenhauer valorizza e fa propria la contrapposizione della nobiltà della vita estetica alle necessarie bassezze dei conflitti politici, oltre alla concezione irrazionalistica e misticheggiante dell’infinito, radicalmente contrapposto a un finito svuotato di ogni realtà e ridotto a mera apparenza. Schopenhauer, infine, rifiuta in toto l’idealismo, in particolare nella versione assoluta di Hegel, e disprezza il materialismo da cui sorgerà il marxismo. Al contrario tende a rivalutare e a recuperare all’interno del proprio pensiero anti-idealista e anti-materialista gli elementi meno razionali delle filosofie di Fichte e Schelling.

29/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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