La natura dell’impresa capitalistica

L’impresa capitalistica è un’autocrazia, un'organizzazione dispotica finalizzata allo sfruttamento del lavoro umano.


La natura dell’impresa capitalistica Credits: Panottico, carcere di Santo Stefano https://www.flickr.com/photos/andreaparaggio/13931283208/

L’articolo trae spunto dal seminario “L’organizzazione del lavoro nella fabbrica capitalistica” tenuto da Domenico Laise per l’Università Popolare A. Gramsci nell’anno accademico 2018-2019 [1].

All'interno della teoria economica, Marx è l'unico autore che spiega la natura autocratica della fabbrica capitalistica. E questo è un motivo in più per porre il pensiero di Marx al centro della riflessione sulla natura del capitalismo.

Marx paragona la fabbrica capitalistica ad una “Casa del Terrore”, ovvero ad una specie di Panottico [2] in cui pochi secondini sono in grado di sorvegliare tutta la popolazione carceraria. La struttura circolare, a forma di Colosseo, nella quale tutte le celle danno in un unico cortile, permette al secondino di osservarle senza essere visto. Le fabbriche della Toyota o i magazzini di Amazon possono essere considerati, in senso metaforico, esempi moderni di Panottico. Il braccialetto elettronico, in dotazione agli addetti Amazon per il loro controllo mostra, senza ombra di dubbio, la natura dispotica della fabbrica capitalistica.

Per comprendere la natura dispotica di un’impresa capitalista occorre, innanzitutto, definirla. Essa è un’organizzazione gerarchica finalizzata al profitto. Per organizzazione si intende una struttura relazionale, ovvero un insieme di agenti che costituiscono i vari nodi di una rete, uniti tra di loro da un insieme di relazioni. Un’impresa capitalistica, che è una catena di comando dall’alto verso il basso (top-down), come un esercito, può essere schematizzata mediante una struttura piramidale. In cima si trova l’amministratore delegato, o CEO [3]. Al vertice segue la dirigenza delle singole unità organizzative [4], coadiuvata nel proprio lavoro dai tecnocrati e dallo staff di supporto. Alla base vi è il nucleo operativo: gli addetti ai magazzini, alla produzione e alle vendite.

Il lavoro sociale combinato della fabbrica capitalistica, per Marx, richiede un'organizzazione e una direzione gerarchica, altrimenti si ritornerebbe, dalla filatura a vapore, alla “conocchia”, usata nella tessitura domestica a mano. Egli, perciò, polemizza con Bakunin, che sostiene l'abbandono di qualsiasi “principio di autorità”. Osserva Marx che il lavoro di sovraintendenza e di direzione diventa indispensabile allorché il diretto processo di produzione assume la forma di un processo socialmente combinato e non si presenta come lavoro isolato del produttore autonomo. Infatti, tutti i lavori in cui molti individui cooperano, impongono la coesione e l’unità del processo sotto una volontà che comanda nello svolgimento di funzioni che riguardano non i lavori parziali, ma l’attività complessiva dell’officina, così come avviene per il direttore d’orchestra [5]. Con la metafora dell’orchestra, Marx vuole evidenziare la necessità di una direzione nel lavoro di produzione combinato, tipico della fabbrica moderna. Infatti, mentre il singolo suonatore si coordina da solo, le diverse decine di musicisti di un’orchestra richiedono un direttore che li organizzi.

Questo concetto è ripreso da Engels − nel suo scritto polemico, in italiano, pubblicato sulla rivista "La Plebe" − contro i socialisti anarchici, come Bakunin e Proudhon, i quali sostengono che nella società socialista deve sparire l’autorità. Per Engels, Autorità vuol dire: imposizione della volontà altrui alla nostra. Essa suppone subordinazionedovunque, l’azione combinata si mette al posto dell’azione indipendente degli individui. Ma chi dice azione combinata, dice organizzazione; ora, è possibile avere azione combinata senza autorità?. Continua Engels: la necessità d'una autorità, e di un'autorità imperiosa, non si può trovare più evidente che sopra un naviglio in alto mare. Là, al momento del pericolo, la vita di tutti dipende dall'obbedienza istantanea e assoluta di tutti alla volontà di un solo [6].

Il lavoro diviso è quindi strutturato in un’organizzazione gerarchica [7]. Esso prevede sia la divisione del lavoro che il coordinamento dello stesso sotto la direzione di qualcuno. Tutto ciò per evitare gli inconvenienti dell’anarchia, dove si ha il massimo grado di libertà degli agenti, ma ognuno è sconnesso dagli altri e nessuno è dotato di autorità. Marx e Engels, nella loro critica agli anarchici, adottano un punto di vista “simile” a quello di Hobbes. Infatti, nella filosofia hobbesiana, si distingue tra lo “Stato di Natura” (Anarchia) e “lo Stato non di Natura” (Civitas). Nell'anarchia gli uomini sono tutti in guerra tra di loro (bellum omnium contra omnes). Ciò genera miseria e povertà, e negazione del “bene supremo” (summum bonum). Viceversa, con lo “Stato non di Natura”, ossia con la società organizzata in forma gerarchica, si crea pace e benessere sociale.

Per Marx ed Engels, come già detto, un’organizzazione gerarchica è necessaria nella produzione manifatturiera di fabbrica. Senza un direttore la produzione è impossibile e la fabbrica non può funzionare. La fabbrica è come una grande canoa che ha necessità di un timoniere che la piloti. Senza un timoniere la grande canoa non naviga e non segue una rotta verso un obiettivo prefissato. Quindi, anche nella società futura socialista, c’è necessità di un’autorità e della gerarchia per coordinare il lavoro diviso di fabbrica. Mentre non c’è posto per l’anarchia e la negazione del principio di autorità, come, invece, pensa Bakunin. Questa è, in estrema sintesi, la critica di Marx e Engels agli anarchici.

Marx ed Engels sviluppano la critica al pensiero anarchico. Un’impresa capitalistica non è solo una organizzazione gerarchica. Essa è anche una organizzazione dispotica, ovvero è un’autocrazia [8]. Per capire la natura dispotica dell’impresa capitalistica bisogna esaminarne il fine. L’impresa capitalistica è “una macchina per fare soldi”, dove il capitalista investe una certa quota di denaro per produrre merci (o servizi) e, vendendole, aumentare il suo denaro (D – M – D’). Il profitto è dato dal surplus di denaro ottenuto in questo processo.

L’impresa capitalistica è, quindi, un “sistema” finalizzato al profitto. Tuttavia, mentre nelle società precedenti il denaro è mezzo di scambio finalizzato al commercio di valori d’uso (M – D – M), nella società capitalistica il denaro è principio e fine del processo economico. Il denaro come capitale si autonomizza, “figlia altro denaro”, dando luogo all’autovalorizzazione del capitale. È il processo che Aristotele chiama crematistica, l’arte innaturale di fare denaro.

Nel capitalismo la gerarchia può essere dispotica poiché non esiste la proprietà comune dei mezzi di produzione. Perciò, la società può essere divisa in due classi fondamentali. La classe “dominata” dei lavoratori salariati − che sono i produttori non proprietari dei mezzi di produzione − e la classe dei “dominatori” capitalisti − che sono proprietari dei mezzi di produzione non produttori.

Come produttori non proprietari (nullatenenti o quasi), i lavoratori, per vivere, sono costretti a vendere la loro forza-lavoro (capacità lavorativa) e lavorare alle dipendenze dei capitalisti, che − direttamente o con delega − gestiscono e controllano le strategie produttive. L'uso coercitivo e dispotico, della forza-lavoro − attuato dai capitalisti per mezzo di una struttura organizzativa autocratica (la fabbrica o l'ufficio) − è il presupposto essenziale per l'esistenza dello sfruttamento capitalistico, rappresentato da un quantum di lavoro coatto non pagato (pluslavoro capitalistico).

Questo lavoro umano coatto non pagato genera plusvalore. Senza plusvalore non c’è profitto. L’impresa capitalistica è un sistema finalizzato all’estrazione di plusvalore dal pluslavoro, quindi un sistema di sfruttamento. Ora, per raggiungere questo fine l’impresa capitalistica deve avere la forma organizzativa di una gerarchia dispotica, di un’autocrazia. Senza dispotismo non c’è plusvalore. Il plusvalore implica infatti lavoro umano coatto, che in quanto tale richiede una forma organizzativa autocratica. L’autocrazia è, cioè, condizione necessaria (conditio sine qua non) per l’esistenza del plusvalore.

Come dice Marx, parafrasando Ure, la fabbrica capitalistica è “automa e autocrate”. Nel codice di fabbrica, in cui il capitale formula come privato legislatore e arbitrariamente la sua autocrazia sugli operai [9], traspare il carattere dispotico dell’impresa capitalistica. Autocrazia e automazione sono connesse tra di loro poiché il grande automa, nella moderna fabbrica, diventa nei fatti il legislatore, che detta i tempi, i ritmi e i modi di lavoro ai lavoratori, i quali sono ridotti ad ingranaggi del processo produttivo che non controllano più.

Come scriveva Lenin [10], nella Russia zarista, chi produceva dei pezzi fatti male veniva punito con delle multe arbitrariamente stabilite dal padrone nel suo codice di fabbrica per disciplinare la massa degli operai. Questa pratica punitiva non ha perso la sua attualità. Ancora oggi il lavoratore è catturato in un cappio “algedonico”. Un insieme di punizioni (àlgos) e premi (hedonè) è, difatti, alla base di tutti i sistemi incentivanti usati nella fabbrica capitalistica moderna. Si tratta del famoso e antico schema incentivante del bastone (punizione) e della carota (premio), che tutti i lavoratori conoscono e sperimentano in forme diverse.

In ciò consiste l'essenza della dittatura del padrone all'interno della fabbrica capitalistica. È la dittatura del padrone che sta alla base della moderna fabbrica neocorporativa, basata sul consenso coatto (non volontario) del lavoratore. È, in definitiva, la dittatura del padrone a determinare che “la democrazia si fermi ai cancelli della fabbrica” capitalistica.

La rimozione dello sfruttamento richiede, quindi, la proprietà comune dei mezzi di produzione e il controllo strategico del processo di produzione da parte dei lavoratori. Richiede, cioè, che “la democrazia oltrepassi i cancelli della fabbrica”, per estendersi al processo di produzione. Detto altrimenti, il superamento dello sfruttamento capitalistico implica la metamorfosi della fabbrica da struttura autocratica (dispotica), qual è ora, a struttura democratica (non dispotica), quale potrebbe e dovrebbe essere nel futuro.

Come sostiene Bernie Sanders, nel suo programma elettorale, per realizzare questo obiettivo, i lavoratori devono assumere la proprietà degli stabilimenti produttivi sottraendola al controllo dei padroni e dei finanzieri che li sostengono. La democrazia non è soltanto la possibilità di votare. Il vero significato della democrazia è di poter avere il controllo sulla propria vita”. Il superamento della natura autocratica dell'impresa capitalistica è, quindi, la condizione necessaria (il presupposto essenziale) per uscire dal dispotismo capitalistico. Fino a quando non avranno il controllo del processo produttivo, fino a quando saranno dominati dal dispotismo autocratico dei capitalisti, i lavoratori saranno costretti a fornire plusvalore (pluslavoro, in condizioni di scambio equo). Di conseguenza e in ultima analisi, è la proprietà privata dei mezzi di produzione che impedisce che la democrazia possa oltrepassare i cancelli della fabbrica capitalistica.

Note:

[1] Il materiale didattico del seminario è scaricabile qui.

[2] Carcere ideale, super efficiente, progettato da Geremia Bentham nel 1791.

[3] CEO è l’acronimo di Chief Executive Officer.

[4] I cosiddetti Top Management e Middle Management.

[5] K. Marx, Il Capitale, libro III, sezione V, capitolo 23, interesse e guadagno dell’imprenditore.

[6] F. Engels, Dell’autorità, 1872.

[7] La parola gerarchia deriva dal greco hieros, capo, e archein, governo; indica, quindi, il governo del capo. La parola anarchia deriva, invece, da an, prefisso privativo,e archein; ovvero senza governo.

[8] La parola greca autokrateia, da cui deriva autocrazia, è composta da autos, se stesso, e kratos, potere; indica quindi un regime dispotico in cui il sovrano ha un potere illimitato che scaturisce da se stesso.

[9] K. Marx, Il Capitale, libro I, sezione IV, capitolo 13, macchine e grande industria.

[10] Lenin, Le multe nelle fabbriche, Datanews, 1996

07/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Panottico, carcere di Santo Stefano https://www.flickr.com/photos/andreaparaggio/13931283208/

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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