Brecht, Lenin e la filosofia della prassi

Iniziamo la pubblicazione della parte teorica introduttiva alle lezioni del corso "Me-Ti ovvero Il libro delle svolte di B. Brecht", organizzato dall’Università Antonio Gramsci e dal Groucho Teatro


Brecht, Lenin e la filosofia della prassi Credits: https://www.doppiozero.com/materiali/brecht-il-romanzo-dei-tui

La questione del metodo: il nesso dialettico fra teoria e prassi

Primo brano: Cautela necessaria nel tesaurizzare le esperienze [1]

In questo brano Bertolt Brecht espone la sua gnoseologia, ovvero la teoria della conoscenza di Me-ti alter ego del grande scrittore in quanto intellettuale marxista e leninista. Brecht contro ogni forma di idealismo e di astratto pensiero speculativo – che condivide con la religione il rovesciamento del reale rapporto fra soggetto e oggetto, causa ed effetti – si richiama alla propria scientifica visione del mondo fondata sul materialismo storico e dialettico.

Sulla base di questa radicalmente immanentistica concezione del mondo, Brecht fonda il processo conoscitivo sulle esperienze concrete. Il problema è che gli uomini sono generalmente portati a tramutare ben presto le proprie esperienze obiettive, in giudizi soggettivi. Inoltre siamo altrettanto spesso portati a considerare tali giudizi soggettivi, che tendiamo a memorizzare, come se fossero le esperienze stesse. In tal modo il momento concreto dell’esperienza tende a confondersi con il nostro giudizio su di essa che, per quanto valido possa dimostrarsi, è sempre una interpretazione soggettiva, che può certo cogliere dei contenuti veritativi dell’esperienza, ma resta – in quanto una soltanto delle potenzialmente infinite interpretazioni soggettive – qualcosa di unilaterale. E tendiamo erroneamente, intellettualisticamente a fissare, ad assolutizzare degli aspetti della realtà effettiva, dell’esperienza che è sempre il prodotto della dialettica tra soggetto conoscitivo e oggetto conosciuto, che ci hanno colpito o interessato di più. Così facendo rischiamo di non tesaurizzare adeguatamente le esperienze riducendone la ricchezza, in modo astrattamente intellettualistico, al nostro giudizio soggettivo su di essa, in quanto tale necessariamente unilaterale, dal momento che fissa come reale una sola interpretazione della realtà.

Dunque, come non manca di sottolineare Brecht, i giudizi – in quanto tali soggettivi – non possono essere considerati altrettanto affidabili delle esperienze in cui l’aspetto soggettivo è sempre dialetticamente mediato con l’elemento oggettivo. Per tale motivo Brecht considera necessario elaborare “una tecnica speciale” per fissare nella nostra memoria, per quanto possibile, le esperienze stesse, di modo che ripensando a esse ne potremo trarre sempre nuove interpretazioni, portato di nuovi giudizi su di esse. In tal modo, eviteremo di fissare dogmaticamente le nostre prime impressioni, generalmente approssimative della realtà, come le uniche valide e possibili, ma saremo portati, tutte le volte che sarà necessario, a rielaborare le esperienze vissute del passato, traendone nuove interpretazioni che ci permetteranno di fornire giudizi meno approssimativi e unilaterali sulla cosa stessa.

Questa attitudine di Brecht denota la sua concezione sempre critica della conoscenza della realtà, volta a conoscere la cosa stessa – senza limitarsi alla sua prima rappresentazione soggettiva – sotto diversi punti di vista e prospettive, rimettendo così sempre dialetticamente in discussione ogni singolo aspetto della realtà fissato dal nostro intelletto nei diversi giudizi che formuliamo di essa. Da questo punto di vista la sua teoria della conoscenza è debitrice, in particolare, oltre che dei classici del marxismo, della filosofia hegeliana, dell’empirismo anglosassone, della rivoluzione scientifica, dello scetticismo e della gnoseologia socratica. Ciò a ulteriore testimonianza di come la concezione di Brecht del marxismo sia antitetica a quella dogmatica del Diamat, che rischiava allora di divenire una sorta di nuova religione di Stato in Unione sovietica.

A ulteriore conferma di ciò, Brecht con il suo abituale sguardo distaccato, critico, ironico e straniante, per cui parla di sé sempre in terza persona, sotto lo pseudonimo di Me-ti – che, come abbiamo detto, focalizza l’attenzione sulla componente filosofica marxista della sua ricca e multiforme e, a tratti, persino contraddittoria personalità – sostiene che la migliore forma di conoscenza è quella che può essere paragonata, con una brillante metafora frutto del suo genio poetico, alla tesaurizzazione delle esperienze del passato come se si trattasse di “palle di neve”. Come queste ultime, infatti, le esperienze del passato – per quanto possiamo sforzarci di fissarle nella nostra memoria in quanto tali, distinguendole dalle nostre differenti interpretazioni-giudizi soggettivi – possono costituire delle valide esperienze per comprendere sempre più a fondo e dialetticamente la realtà, ma la loro efficacia tende a venir meno con il tempo. In effetti come le palle di neve tendono a sciogliersi, i nostri ricordi delle esperienze del passato divengono sempre meno vividi, tendendo a svanire, tanto che come armi necessariamente perdono progressivamente di efficacia. Perciò è indispensabile non limitarsi a pensare astrattamente, o a interpretare sempre in nuovi modi la realtà del passato, ma occorre altrettanto passare dalla riflessione a una nuova azione, su di essa certo fondata, da cui sorgeranno nuove esperienze, che arricchiranno ulteriormente la nostra conoscenza della realtà e di conseguenza la capacità di incidere praticamente su di essa, al fine di renderla sempre più giusta e razionale.

Per questo non può che apparire assurda e paradossale l’attitudine del dogmatico che, continuando a riflettere sempre su esperienze di un passato che tende inevitabilmente a svanire, come le palle di neve, pretende di poter conservare tali strumenti conoscitivi – destinati presto a divenire necessariamente obsoleti – nelle proprie tasche. In effetti, l’attitudine tipica del dogmatico che Brecht non si stanca di criticare, è quella di pretendere di avere la verità in tasca, una volta per tutte, come se essa non fosse sempre il frutto delle nostre diverse interpretazioni di esperienze passate, che tendono necessariamente a invecchiare sino a morire, in quanto la realtà al contrario è sempre viva e in movimento, in un continuo processo di sviluppo storico.

Su questa base Brecht mette dialetticamente in questione la nozione alquanto comune, anche presso molti “murxisti”, ossia sedicenti marxisti, secondo la quale, per citare un caso esemplare, Lenin sarebbe stato un grande uomo d’azione, un grande politico mentre Plechanov un grande uomo di riflessione, un importante filosofo. Un tale ragionare è, infatti, ancora viziato dalla concezione idealista, portata alle sue più estreme conseguenze da Hegel, secondo la quale il mondo si dividerebbe, in modo dualistico e, sostanzialmente intellettualistico, in uomini d’azione e in pensatori.

Tale concezione idealista tende a riprodurre, naturalizzandolo, il dato di fatto delle società classiste fondate sulla divisione fondamentale e originaria del lavoro fra intellettuali e lavoratori manuali. Tale concezione tende, perciò, a considerare ancora aristotelicamente la vita dianoetica del puro pensatore, in qualche modo superiore alle vita etica dell’uomo d’azione sempre costretto a sporcarsi le mani con la positività storica del reale, ad avere a che fare con l’altro da sé, a differenza del puro pensiero che riflette unicamente su se stesso.

Al contrario Brecht, sviluppando la concezione marxista della vera filosofia quale filosofia della praxis, in quanto sono soltanto le capacità di realizzarsi nella storia a stabilire la validità di una riflessione teorica, sulla base sperimentale propria della rivoluzione scientifica ritiene che lo studio della prassi storica di Plechanov, il suo schierarsi con i menscevichi contro i bolscevichi e la Rivoluzione d’ottobre, dimostri che non si trattasse affatto di un grande pensatore, né, tanto meno, di un grande filosofo marxista. Al contrario, di conseguenza, è proprio Lenin che deve esser considerato, sulla base dell’efficacia della sua prassi storica, un grande pensatore e uno dei classici della filosofia marxista.

Lenin era infatti dal punto di vista teorico un filosofo della prassi, mentre in quanto uomo pratico, in quanto politico era un grande teorico del marxismo e un vero e originale filosofo. Prima di essere in grado di fondare il partito rivoluzionario Lenin si impegnò in dibattiti di carattere generale. Dal momento che la prassi rivoluzionaria, al contrario dell’azionismo fascista, è tale solo in quanto è fondata su una razionale teoria rivoluzionaria. Al contrario, dal momento in cui le posizioni nelle discussioni di carattere generale preparatrici all’azione rivoluzionaria erano giunte a una sintesi sufficientemente avanzate ed era possibile praticare un obiettivo sulla base del centralismo democratico, dal momento in cui i preparativi necessari alla realizzazione dell’organizzazione rivoluzionaria erano abbastanza avanzati, Lenin non poté che marxianamente satireggiare i dottrinari che intendevano proseguire all’infinito nei dibattiti di carattere generale e si dedicò anima e corpo alla fondazione del partito della rivoluzione. Che senso poteva ancora avere attardarsi in dibattiti sui massimi sistemi, nel momento che era finalmente divenuto possibile verificare la validità della riflessione teorica elaborata dall’intellettuale collettivo sulla base della prassi storica, che costituisce il vero e unico giudizio universale.

D’altra parte non potevano che ripresentarsi momenti in cui le problematiche reali da affrontare e risolvere non erano ancora sufficientemente chiare e le diverse posizioni dei membri del partito erano ancora astratte e, dunque, distanti dalla possibilità di verificarle sul piano pratico, anche se comunque erano sorte proprio riflettendo su quest’ultimo. In tal caso le diverse posizioni presenti nel partito non potevano ancora giungere a una sintesi avanzata e tornava a essere nuovamente necessario, secondo Lenin, prendere parte attiva a discussioni teoriche di carattere generale, a partire dalle quali rilanciare una prassi rivoluzionaria efficace e unitaria. In tal caso tornare ad affrontare le questioni sul piano teorico, necessariamente astratto, aveva una valenza, una ricaduta immediata sul piano pratico, in quanto essenziale per rendere efficace l’azione dell’intellettuale collettivo che, per essere tale, deve sempre fondarsi sul centralismo democratico.

Se altri si occupavano della vita reale solo come mezzo necessario a sviluppare nuove opinioni, nuove interpretazioni, nuovi giudizi soggettivi su di essa, al contrario Lenin si occupava di tali opinioni e differenti interpretazione solo in quanto aveva di mira la possibilità di prendere parte in modo attivo alla vita stessa. Solo presupponendo che il filosofo viva in funzione, esclusivamente, del suo amore per il puro sapere, se ne potrebbe concludere che Lenin non possa essere considerato un vero filosofo, ma tale presupposizione stessa non poteva che apparire a Lenin anti-filosofica, dal suo punto di vista di filosofo della prassi.

Perciò, dal punto di vista di Lenin, acutamente reinterpretato da Brecht, le riflessioni filosofiche nascevano sempre da problematiche pratiche ed erano funzionali ad avere uno sguardo di insieme sulla realtà, per essere così in grado di cogliere meglio i punti nodali su cui intervenire al fine di modificarla radicalmente. Anche in tal caso Brecht, con il suo linguaggio poetico, che lo caratterizza anche in queste prose, utilizza due efficacissime metafore, in questo caso tratte dal mondo animale. Perciò sostiene che Lenin considerava necessario tornare sul piano del confronto delle idee, come l’uccello che si alza in volo solo quando la terra è divenuta troppo calda per lui, o come l’uccello predatore che si alza in volo per poter sfruttare la visione d’insieme che tale ascesa consente per meglio individuare la preda su cui piombare per farla propria. Metafora particolarmente significativa in quanto rovescia, marxianamente, la celebre metafora idealista di Hegel che paragona la filosofia alla civetta, simbolo di Minerva dea della ragione, che si innalza in volo, ovvero inizia a speculare, solo sul far della sera, quando una grande opera storica è stata portata a termine dagli uomini di azione ed entra in campo il filosofo per valutare riflessivamente tale altrui operare. In questa prospettiva idealistica si permane nel dualismo tipico del pensare astrattamente, intellettualisticamente, per cui, sulla base della naturalizzazione della divisione del lavoro nelle società classiste fra intellettuali e manovali, la funzione agente, l’uomo politico, è destinato a rimanere sempre altro dal vero filosofo, che non si sporca le mani, ma si limita a riflettere sull’efficacia di chi lo ha fatto per modificare la realtà.


Note

[1] Il brano che commenteremo, parafraseremo e citeremo è tratto da B. Brecht, Me-ti. Libro delle svolte [1934-37], tr. it. di C. Cases, Einaudi, Torino 1970, pp. 38-39.

26/05/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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