Sofia

Un film molto interessante in cui da una interessante ed esemplare storia particolare emerge una significativo rapporto dialettico che lega le discriminazioni di genere alle discriminazioni sociali


Sofia Credits: https://www.radiocolonna.it/cinema-e-spettacolo/2019/03/08/sofia-il-divario-di-classe-al-centro-del-film-di-meryem-benmbarek/

Sofia è il primo film della regista marocchina Meryem Benm’Barek, a ragione premiato per la migliore sceneggiatura nella sezione Un certain regard all’ultimo festival di Cannes. Il film, come dovrebbe fare ogni autentica opera d’arte – a differenza dei prodotti mercificati e culinari dell’industria culturale – attraverso un’avvincente storia particolare affronta dei problemi sostanziali della società del proprio tempo. In tal modo, lascia molto da riflettere allo spettatore e svolge una funzione preziosa di denuncia e riflessione critica su alcune delle principali contraddizioni reali della propria società classista e patriarcale. L’opera ha una forma schiettamente realistica e ha dei personaggi che rappresentano in modo esemplare i diversi tipi storici e sociali. Il film, dunque, senza mai essere pesantemente intellettualistico, rinunciando del tutto ai vezzi postmoderni dell’ideologia dominante, piuttosto che perdere tempo a sottolineare le capacità tecniche dell’autore o le sue opinioni soggettive mira a far emergere la cosa stessa. In tal modo, la questione sostanziale di valore universale è posta al centro del film, che rinuncia a ogni forma di manierismo e di secentismo. Gli stessi attori riescono a rappresentare, con un efficace effetto di straniamento, in modo critico e dialettico, i tipi sociali che interpretano, impedendo allo spettatore di potersi immedesimare acriticamente in ognuno di essi.

Al centro del film vi è la plastica rappresentazione del surplus di repressione libidica esercitata dalle società classiste e patriarcali sugli individui di tute le classi sociali. Nel modo di produzione capitalistico, fondato sulla produzione per la produzione, in nome della massimizzazione del profitto privato, costringe tutti gli individui a rinunciare alla loro naturale ricerca della felicità in nome del feticcio della produttività e della conseguente ansia di prestazione a cui tutto il resto, a partire dalla libera realizzazione del principio del piacere, deve venir sacrificato. In tal modo, la sessualità viene innaturalmente ridotta al solo scopo riproduttivo, reso funzionale alla riproduzione, possibilmente su scala allargata, dell’esercito industriale di riserva. Emerge, così, la dialettica autodistruttiva dell’attuale modo di produzione capitalistico – affermatosi a livello globale dopo il crollo dell’Urss – fondato su dei rapporti sociali che tendono a riprodursi mediante il progressivo accrescersi del predominio dell’uomo sull’uomo e, in modo ancora più gravoso, sulla donna e mediante il più generale asservimento dell’individuo, funzionale al mantenimento di un sistema sociale sempre più ingiusto e irrazionale. Se tale oppressione finisce per essere generalizzata, richiedendo il sacrificio di tutti gli individui sociali, evidentemente essendo funzionale al dominio di un blocco sociale ristretto sulla massa dei subalterni condanna a un surplus di repressione e oppressione in ordine inversamente proporzionale al posto che si occupa nella piramide sociale.

Come mette esemplarmente in scena il film la norma giuridica, funzionale all’oppressione sociale dell’individuo – tipica del surplus di repressione propria delle società classiste e patriarcali – pur essendo formalmente eguale per tutti, colpisce nella realtà in modo decisamente più duro i subalterni e le donne, rispetto alla classe dominante e ai maschi. Tale oppressione produce una generalizzata perdita della libertà individuale e della stessa felicità ma, al contempo, è funzionale al perpetuarsi di rapporti di produzione sempre più irrazionali e ingiusti. Il surplus di rimozione del naturale istinto individuale alla soddisfazione della propria libido appare nel modo più evidente nelle società patriarcali, ancora assoggettate a una visione del mondo mitologico-religiosa, che costringono non solo dal punto di vista “etico”, ma anche giuridico a reprimere tutte le richieste umane di felicità e piacere, portando alla diserotizzazione del corpo umano e alla tirannide genitale, ovvero alla riduzione dell’atto sessuale a puro fatto genitale e procreativo. Al punto che in Marocco, considerato dall’ideologia dominante il prototipo di paese arabo moderato e filo occidentale, ancora oggi sono duramente repressi non solo al livello etico-sociale, ma anche sul piano del diritto i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, che li finalizza alla riproduzione, al punto che se una donna resta incinta vengono condannati a un anno di carcere i genitori non sposati.

Inoltre, la quasi completa ignoranza, in mancanza di ogni forma di educazione sessuale, nelle classi sociali medio-basse non favorisce la prevenzione di una gravidanza indesiderata. In tal modo, sempre in nome di una superstiziosa e arcaica visione mitologico-religiosa del mondo, per cui la naturale ricerca del piacere, ossia del principio di vita, sia considerata peccaminosa, ogni rapporto extra-coniugale, per le classi medie e subalterne, costituisce un rischio pesantissimo per l’individuo e in particolare per la donna. I tradizionali pregiudizi, fondati su una concezione oscurantista e disumana della religione, tendono a legare l’onore e la rispettabilità etica e sociale di una famiglia alla capacità di repressione che è in grado di esercitare sulla naturale ricerca di soddisfazione libidica della prole, in particolare di sesso femminile.

Perciò, il rapporto pre-matrimoniale, che per la mancanza di educazione sessuale fra le classi sociali medio-basse è sempre a rischio di produrre una gravidanza indesiderata, diviene impossibile da gestire razionalmente e umanamente, in quanto non si potrà trovare sostegno né nell’eticità immediata e naturale della famiglia, né nelle forme superiori di eticità della società civile e dello Stato. La società, infatti, tende a emarginare e a rendere un capro espiatorio la donna che resta incinta al di fuori del matrimonio, mentre lo Stato la persegue condannandola al carcere. La donna, inoltre, non solo non potrà avere nessun naturale sostegno dalla propria famiglia, ma dovrà innanzitutto nascondere tale “onta”, in primo luogo ai propri genitori, rischiando in caso contrario di essere ostracizzata a partire dal proprio stesso nucleo familiare.

In tal caso, come è evidente, moltissime ragazze madri sono costrette a cercare di abortire illegalmente, mettendo a rischio la propria salute e la propria stessa vita, in modo inversamente proporzionale al posto che occupano nella piramide sociale. Senza contare che questa disumana concezione – favorita dall’alienazione religiosa – della sessualità, e più radicalmente degli stessi desideri e passioni naturali, portano a un rapporto del tutto irrazionale con la soddisfazione della propria libido. In tal modo, non potendosi realizzare in modo libero e razionale, in molti casi a decidere sulla possibilità della soddisfazione della propria sessualità restano i rapporti di forza socio-economici e di genere. In tal modo, una giovane donna di una classe sociale inferiore molto difficilmente rischierà di mettere a repentaglio il proprio onore, i propri rapporti con i famigliari, la propria condizione all’interno della società, il proprio futuro di sposa denunciando una violenza sessuale subita da un uomo più grande, socialmente più potente, a maggior ragione se si tratta di uno stimato amico di famiglia o, peggio, di una persona con cui la propria famiglia è vincolata da rapporti economici e sociali.

D’altra parte, nel caso in cui lo stupro provoca un parto la situazione diviene davvero drammatica per la donna, in quanto per poter partorire in una struttura sanitaria avrà bisogno di indicare il padre e finiranno entrambi in carcere per un anno se non sposati. Però, come abbiamo visto, le leggi sono solo formalmente eguali per tutti, in quanto una donna di una classe sociale elevata potrà facilmente corrompere sia il personale ospedaliero, per poter partorire illegalmente, e poi le stesse forze dell’ordine nel caso la vittima dello stupro non se la sentisse di denunciare lo stupratore. Tuttavia la legge è certo facilmente aggirabile tanto più si è in alto nella classe sociale, dal momento che le leggi debbono sempre essere funzionali agli interessi della classe dominante, ma non possono essere del tutto ignorate, altrimenti perderebbero il carattere sacro e implacabile che devono mantenere nei confronti delle classi subalterne.

È, dunque, necessario individuare un capro-espiatorio, e sarà relativamente facile trovarlo per le classi dominanti fra i lavoratori precari delle classi subalterne, costantemente a rischio di precipitare nel sottoproletariato, tanto più che le società classiste tendono a criminalizzare, con il pieno supporto dell’ideologia dominante, la povertà. A questo punto, però, non converrà più a nessuno condurre tale dramma sociale sino alle più estreme conseguenze. Il giovane precario delle classi subalterne, dinanzi al rischio di finire in carcere, sarà facilmente convinto dai tutori dell’ordine costituito – debitamente corrotti dagli esponenti delle classi dominanti – a riconoscere il figlio, per quanto prodotto dalla violenza carnale di un altro. In tal modo, non solo decadranno nei suoi confronti le accuse di stupro e, comunque, eviterà l’anno di galera destinato al presunto padre di un bambino concepito al di fuori del matrimonio, ma potrà sperare anche in un decisivo avanzamento sociale ottenendo in cambio, dai membri delle classi dominante, l’agognato posto (di sfruttamento) fisso. A tale scopo il giovane, destinato all’infausto ruolo di capro espiatorio sociale, subirà verosimilmente pressioni da parte dei membri più avanti negli anni della propria stessa famiglia, che non considerano il matrimonio dal punto di vista della libertà e dell’amore, ma solo come un’inattesa possibilità di ascesa sociale. Discorso analogo varrà per la donna che potrà in tal modo occultare l’onta della violenza subita, le probabili drammatiche conseguenze di cercare di far condannare un uomo ricco e strettamente legato alla propria famiglia, o di finire per di più in carcere per aver concepito un figlio al di fuori del matrimonio, perdendo il sostegno dei propri congiunti e la propria onorabilità e posizione sociale.

Sono, dunque, proprio i diabolici meccanismi che portano tutte le dramatis personae ad asservirsi, in modo più o meno volontario, a un ordine sociale, per altro sempre più ingiusto e irrazionale, a pretendere il classico lieto fine di ogni commedia prodotta dall’ideologia dominante. La celebrazione, secondo tutti i canoni della tradizione del sacramento del matrimonio, finirà – a patto che tutti i protagonisti sappiano svolgere nel modo più ipocrita e filisteo la parte che l’ordine sociale e la tradizione gli impone – per ricomporre formalmente l’ordine sociale costituito. Secondo un copione che tutte le dramatis personae – a cui tale ordine è necessario per salvaguardare i proprio ingiusti e irrazionali privilegi o prive di coscienza di classe, nel caso dovessero interpretare la parte della vittima reale – finiranno per considerare “naturale” e necessario.

D’altra parte, la profonda ipocrisia e il filisteismo di tale ordine sociale, economico, giuridico e religioso costituito è fatta emergere da due personaggi che, pur finendo con il subirlo, sono in grado di coglierne la profonda ingiustizia. Abbiamo così a un estremo il giovane proletario precario, costretto a fare da capro espiatorio, che si vede obbligato ad accettare il finale da commedia imposto per preservare l’ordine costituito, ma si dimostra non disponibile a riconciliarsi con il ruolo sociale di vittima “predestinata” che gli è stato imposto. All’altro estremo della piramide sociale abbiamo la giovane intellettuale emancipata delle classi dominanti, che ha la visione più chiara dell’ingiustizia del dramma sociale che si trova, per quanto indirettamente, a vivere. Tuttavia, entrambi non possono che lasciare il compito di trovare una catarsi alla tragedia in atto agli spettatori, in quanto come individui singoli, non organizzati in una collettività rivoluzionaria, non possono che rimanere impotenti e svolgere tutt’al più l’ingrato ruolo di Cassandra.

04/05/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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