Il “secondo tempo” della “Seconda guerra dei Trent’anni” (nelle parole dello storico Arno Mayer [1]), nonostante le inquietudini, le cupezze e i progressivi smottamenti che accompagnano il dispiegarsi di quella “a pezzi”, a noi più telluricamente immanente, rimane un evento portentoso e un discrimine epocale su cui la memoria non può (e non deve) per più motivi, cessare d’interrogarsi. Non solo per le dimensioni ciclopiche di un cimento tecnico e materiale, che coinvolse strumenti e capacità di mobilitazione mai prima visti su ogni scacchiere geografico e in ogni ambito produttivo (con ciò di gran lunga sormontando persino la jüngeriana “mobilitazione totale” della Grande guerra); ma anche per le connotazioni sentimentali, “morali” e politiche generali, che il conflitto espresse, pur all’interno di uno scontro “redistributivo” [2] di aree di influenza e per l’instaurazione di nuovi rapporti di forza internazionali, tra “giovani” soggetti statuali in competizione per il primato, appunto, mondiale. In una temperie epocale, che ratificava l’irrevocabile e finale insussistenza di qualsivoglia, residua pretesa egemonica del Vecchio Continente (continuare velleitariamente a rappresentare il nucleo vitale e propulsivo della vita planetaria), e si baloccava con l’angelica illusione, durata brevissimamente, che gli esiti del conflitto abdicassero alle tradizionali, eterne logiche imperiali e spartitorie – una sorta di “ultima guerra”, com’era già stato ironicamente durante e dopo la Prima guerra mondiale... In ogni caso, depurata dei connotati più smaccatamente tecnico-pratici, la Seconda guerra mondiale, contenitore plurale di attriti e conflitti confluenti [3], laboratorio di trasformazioni polisemiche e di vario registro politico e antropologico, potente acceleratore di virtualità umane esplicate a vari livelli di espressione e potenza, poté permettersi di rivendicare una liceità e legittimità, che attingevano allo specifico di una contrapposizione implacabile di visioni del mondo in lotta mortale, involgente i destini stessi dell’umanità e radicata in un plesso valoriale, bensì “manicheo” e “di civiltà”, ma proprio per questo totale e motivante una lotta senza esclusione di colpi (tanto più in quanto il nazismo germanico aveva da tempo inequivocabilmente spostato la “lancetta” della relazione tra umani verso i lidi estremi della barbarie, spietatamente praticata – nell’Est europeo in forme dichiaratamente sterministe – e anche convintamente teorizzata). Si confrontavano, a ben vedere, e nel profondo, una regressiva pulsione “darwiniana”, risalente a un romanticismo maldigerito e sublimato in forte ed esclusivistica declinazione identitaria, e quella “illuministica” e genericamente universalistica, nelle due (certamente non coincidenti, ma nella circostanza plausibilmente alleate) versioni liberal-democratica e marxista, che nella Rivoluzione francese vedevano l’antefatto fondativo di una visione non naturalistica e ferina della civiltà umana.
La classica guerra giusta [4] (se si astrae dal percorso irresponsabile col quale vi si approdò, dapprima obliquamente assecondando e orientando la deriva hitleriana in delirante proiezione orientale – il Lebensraum – e in funzione elettivamente anti-sovietica, poi dall’impiego disinvoltamente duttile e “sperimentale”, a guerra di fatto conclusa, dell’”innovativo” arsenale tecnologico, che avrebbe spalancato le porte alla deriva della proliferazione nucleare), insomma, secondo un modello che ha trovato in tempi recenti una – diciamo così - superficialissima estrapolazione applicativa nelle tante guerre “umanitarie” in nome dei diritti… umani, che hanno inaugurato e contrappuntato l’età gloriosa della “fine della storia” [5], curiosamente rovesciandola nel paradossale e beffardo inizio della fine dell’esclusivismo occidentale a guida Usa. Ma anche un banco di prova cosmico-storico dell’umano, dalle risonanze colossali e di vasto momento, come punto d’arrivo e fragorosa epifania di una hybris, che molto avrebbe dato da meditare (sia pure in termini assai diversi e solo per limitarsi all’essenziale) a personaggi del calibro di Günther Anders [6] e Karl Jaspers [7], ciascuno a suo modo angosciato dalle implicazioni filosofiche degli eventi, che sfuggivano alla (quasi) totalità degli attori politico-militari. L’abbagliante dato quantitativo, infatti, nella sua impressionante evidenza, rimandava alla reale immanenza di sviluppi come mai prima letteralmente catastrofici: l’inedita dialettica tra quantità e qualità apriva uno scenario che, per la sua incontenibilità e imprevedibilità, ne avrebbe di lì a poco persino giustificato la benefica e paradossale funzione deterrente, nella formula morbida dell’”equilibrio del terrore”, di un’eufemistica “dissuasione” [8].
Sul campo, prima di tutto per l’abnorme, coerente estensione e frammentazione della scala territoriale, quella guerra evocò e scatenò un vero pullulare di conflitti “secondari”: molti allo stato di latenza e di matrice “locale”, altri, legati alle dinamiche internazionali di medio-lungo periodo, tutti alla fine intersecantisi nel calderone che, osservano giustamente gli Autori di questo volume (sottolineandone la strutturale matrice imperialistica), deflagrò ben prima del fatidico 1 settembre 1939 con l’aggressione della Polonia da parte delle truppe hitleriane, a seguito della provocazione di Gleiwitz – bensì il 7 luglio 1937, allorché in uno dei sobborghi di Pechino, da una semplice schermaglia tra l’esercito giapponese e le truppe cinesi nei pressi del ponte Marco Polo, il leader nazionalista Chang Kai-Shek, invece della via della ricomposizione con l’invasore di fatto, sceglie la via dello scontro “per ricostituire l’unità del suo partito e attaccare i nemici giurati all’interno del suo stesso Paese: i comunisti” (p. 22). È in corso in quel momento la guerra civile spagnola, e il clima internazionale è già surriscaldato, nella prefigurazione cruenta dell’antitesi esemplare delle parti dell’imminente scontro mondiale (fatto salvo l’ipocrita, vile e obliquo equilibrismo delle democrazie occidentali, cui preme più il logoramento dell’Unione Sovietica, che il contenimento delle dittature fasciste, percepite come ispido, ma salutare antemurale anticomunista).
Infatti, il bersaglio grosso, l’incomodo comune, il convitato di pietra della politica e della diplomazia europee dell’epoca è proprio l’Unione Sovietica, il nemico di tutti, il promemoria critico dei misfatti dell’imperialismo, il temibile concorrente delle economie occidentali in preda agli strascichi e alle convulsioni della crisi del ‘29. Contrappunto rovente di luci e ombre, il paese di Stalin dalla sua parte si portava dietro gli strappi e i tormenti di una transizione contraddittoria e dagli altissimi costi umani e sociali. La stessa modernizzazione forzata, che avrebbe comunque consentito di sconfiggere l’Idra germanica, nelle mani del Segretario generale del Pcus, mostrava di procedere ruvidamente tra spietati accessi repressivi, volontaristiche e disordinate fughe in avanti, orrori ed errori. Come fu la decapitazione dell’armata Rossa, che nel clima arroventato delle “Grandi purghe” degli anni 1936-1938, subiva i colpi di una “epurazione” dai tratti crudamente sommari e, come si sarebbe poi drammaticamente capito, assai pericolosa e controproducente sul piano del governo della forza militare e della difesa del Paese.
Ne faceva le spese, come “nemico del popolo” insieme al rivale maresciallo Michail Nikolaevič Tukhachevskij, anche l’ufficiale d’artiglieria Aleksandr Andreyevič Svečin (Odessa 1878, Mosca 1938), nientemeno che il “von Clausewitz del XX secolo” (anzi, il “vero erede”” dello studioso prussiano), ex-generale zarista passato ai bolscevichi nel 1917, che nel suo Strategiia (nelle due edizioni del 1926 e 1927) aveva innovativamente teorizzato l’ambito di dispiegamento del “concetto di ‘arte operativa’” col quale, dopo l’esperienza terribile della Prima guerra mondiale, si riconsiderava “l’operazione militare come lo strumento privilegiato per l’attuazione di una qualsiasi strategia” (p. 11). Non il mero, brutale scatenamento della potenza o la “divagazione” di una “serie di scontri senza né capo né coda”, ma ”il mezzo per congiungere gli scontri sul campo di battaglia alla strategia e (…) al fine politico che questa si propone di perseguire” (p. 12). L’azione militare, infatti, per Svečin, acquista “coerenza in funzione del grande principio organizzatore dell’operazione, vale a dire lo scopo strategico perseguito”; essa non ignora certo le variabili innumerevoli, la radicale contingenza che lo scontro fisico reale oppone alla precisione e al rigore formalizzato del piano e alle previsioni degli attori. Deve insomma misurarsi con quel regno del caos e dell’imponderabile che è il combattimento – quello spazio magnetico, liminare in cui l’alea intrinseca al cozzo delle armi si incrocia con la volontà umana di governare l’azione e di imprimervi il segno “lungo” e rischiaratore della razionalità umana – il disegno, la politica.
La “linea di condotta strategica”, infatti, doveva articolarsi nel “percorso logico che, partendo da una situazione iniziale, conduce all’apertura delle ostilità e alla risoluzione finale, quando l’avversario riconosce la sconfitta”. In mezzo, dentro la “realtà proteiforme” dell’azione militare, l’applicazione di quell’”arte operativa (che) deve risolvere il problema della divergenza logica tra strategia – che mira allo scopo politico della guerra – e tattica, la ‘teoria del combattimento’”, che nasconde in sé il rischio del disordine dissolutivo costitutivo delle cose umane.
Certo molta acqua è passata sotto i ponti della tattica e della strategia, dell’idea stessa di guerra, da quegli anni Venti nei quali Svečin delineava le robuste coordinate della sua riflessione sul conflitto armato moderno, nella strana transizione tra Prima e Seconda guerra mondiale. Tanto più che l’approccio clausewitziano classico sembra ormai inadeguato a interpretare la nuova fase storica di reale effettuazione delle “nuove guerre” [9], succedutesi dopo la fine di quella “Fredda” (la… prima, per intenderci). Ma colpisce favorevolmente che l’approccio teorico, l’ermeneusi dello scontro bellico da lui promossi vengano espressamente indicati dagli autori di questo manuale di storia militare come “la bussola e la mappa”, il filtro interpretativo per fornire una “visione nuova e diversa della Seconda guerra mondiale”, per “districare il groviglio delle tante operazioni” (p. 11) che si susseguirono e vi si intrecciarono. E che essi rimandino consapevolmente all’esperienza russo-sovietica, che tanta parte ebbe nella sconfitta del nazifascismo, in tempi di martellante caccia alle streghe russofobica, contribuisce a restituire, molto oltre l’epopea e la retorica, il senso delle proporzioni e una sana misura di obiettività storica. A suggerire quella ragionevolezza, che imporrebbe, oggi, di guardare con occhi diversi agli inquietanti eventi che ruggiscono al confine orientale della periclitante cosiddetta Unione europea.
NOTE
[1] Cfr. Il potere dell’Ancien Régime fino alla prima guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 1999.
[2] “La seconda guerra mondiale, come parte della ‘nuova guerra dei trent’anni’, va ripensata e meglio definita nella sua natura e nei suoi caratteri; i suoi profili ideologici vanno ovviamente tenuti in rilievo, ma le sue ragioni strutturali, la dimensione globale, il coinvolgimento diretto dei popoli di tre continenti, i movimenti di resistenza, di rivolta e di liberazione che essa provocò vanno valutati al di là dell’alternativa tutta europea fascismo-antifascismo”. Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia. Guerra, fascismo, resistenza e oltre, Roma, manifestolibri, 2004, pag. 8.
[3] Cfr. Cortesi, cit., pagg. 15-33.
[4] Ha scritto lo storico del cinema statunitense Thomas Doherty, “La forza d’attrazione della Seconda guerra mondiale non era semplicemente dovuta al fascino dell’avventura o al suo forte carattere melodrammatico, ma alla consolazione della conclusione e alla serenità di una certezza morale” (in AaVv, Un fascino osceno. Guerra e violenza nella letteratura e nel cinema, a cura di Stefano Rosso, Verona, ombre corte, 2026, pag. 80.
[5] Cfr. il livre de chevet prediletto negli ambienti liberaldemocratici occidentali e atlantici dopo la caduta del “Muro” e dell’Unione Sovietica, Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992.
[6] Si veda solo Diario di Hiroshima e Nagasaki (Milano, Ghibli, 2014).
[7] La colpa della Germania, Napoli, edizioni scientifico italiano, 1947.
[8] Cfr. Raymond Aron, Pace e guerra tra le nazioni, Milano, Edizioni di Comunità, 1970, pag. 468.
[9] Cfr. Mary Kaldor, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Roma, Carocci, 2001.
