Le ragioni della controstoria

Un secolo di transizione dal feudalesimo alla società capitalista. Grandezza e miseria delle rivoluzioni borghesi: la rivoluzione scientifica etecnologica, la rivoluzione delle Province unite, la rivoluzione commerciale, le rivoluzioni filosofica, politica e giuridica moderne, la Rivoluzione inglese.


Le ragioni della controstoria

Naturalmente fare una rivoluzione è sempre meglio che scriverci un saggio sopra. D’altra parte, in quanto animale razionale prima di agire l’uomo elabora un progetto teorico. Questa è la differenza fondamentale fra la migliore ape e il peggior architetto.

Inoltre ogni azione significativa richiede, nel momento in cui si viene concludendo, un bilancio sul piano teorico. Gli uomini per poter agire non possono stare a rifletterci più di tanto. Certo bisogna prevedere nei limiti del possibile come reagiranno gli altri alle nostre azioni, ma ciò non toglie che ogni azione resti una scommessa con il destino. Visto che gli altri sono liberi e ragionano con la loro testa, quindi, stricto sensu, il loro modo di reagire ci sfuggirà sempre. Dunque, come osservava già Hegel gli uomini prima agiscono e soltanto in seguito, riflettendo sul loro operato capiscono veramente cosa hanno prodotto.

Tendenzialmente fino a Hegel vi era, di fondo, una divisione del lavoro fra gli uomini pratici, i politici che fanno la storia, e i teorici che poi ci riflettono sopra, fornendo al contempo la base di partenza per le azioni del futuro. Con Marx e il marxismo le cose hanno cominciato a mutare. Spesso i grandi teorici sono stati anche molto importanti dal punto di vista politico. Pensiamo a Marx, Engels, Lenin, Gramsci e Lukács. Allo stesso modo, le principali personalità politiche: da Trotskij a Stalin, da Mao Zedong a Bordiga, da Ernesto “Che” Guevara a Bucharin sono stati anche teorici di rilievo.

Anche gli attuali sostenitori del socialismo scientifico tendono a coniugare, per quanto possibile, la teoria e la prassi. Anche perché ci sono fasi storiche e periodi dell’anno o della vita in cui l’azione politica tende ad assorbire tutto il tempo e momenti in cui la cosa più saggia è riflettere sulle azioni precedenti per coglierne i limiti da superare e gli aspetti più significativi da potenziare.

Così luglio e agosto sono generalmente mesi propizi per gli approfondimenti teorici e settembre diviene il momento ideale per provare a tirare le fila e a confrontarci con gli altri sulle ricerche condotte. Così all’inizio di settembre riprenderanno i corsi e i dibattiti dell’Università popolare Antonio Gramsci.

Nell’Unigramsci oltre ad approfondire e attualizzare i classici e le categorie di fondo del marxismo cerchiamo anche di portare avanti la lotta di classe sul piano delle sovrastrutture. Anche perché anche nell’ottica della prassi per eccellenza: la Rivoluzione in occidente, la lotta per l’egemonia sulla società civile e, in particolare, sulle classi intermedie è determinante.

Da alcuni anni a questa parte le attività dell’Unigramsci riprendono con degli approfondimenti teorici e con i relativi dibattiti dedicati a ripercorrere la storia e la filosofia in una prospettiva marxista. Si tratta di discipline che hanno una forte attinenza con le questioni politiche. Sono anche materie centrali per la trasmissione dell’ideologia dominante in quelle casematte fondamentali per l’egemonia sulla società civile che sono, in primo luogo, le scuole, in cui si formano i cittadini del futuro. Così, nella maggior parte dei casi, tutti i futuri cittadini affrontano questioni storico filosofiche importanti per la formazione della loro visione del mondo negli ultimi anni delle scuole medie superiori.

Naturalmente l’ideologia dominante non può che essere quella della classe dominante. Ai nostri giorni il dominio della grande borghesia, in particolare nel nostro paese, è particolarmente incontrastato. Per cui anche le interpretazioni storiche e filosofiche, a cominciare dai libri di testo, per arrivare all'interpretazione della maggioranza degli insegnanti sono decisamente revisioniste, anche se sarebbe meglio definirle rovesciste. A partire dal fatto che non si tiene mai conto del fatto che il motore della storia, sino a che la società sarà strutturata in gruppi sociali differenti, non potranno che essere i conflitti di classe. Senza contare che ci sono altri due aspetti determinanti della lotta di classe, su cui l’ideologia dominante tende a glissare o a darne una lettura rovescista, che sono i conflitti fra nazioni dominanti e oppresse e fra il dominante genere maschile e l’oppresso genere femminile.

Non dimenticando che, in massima parte, a scuola ci si sta “per forza” o, al massimo, per dovere. In effetti, si tratta della formazione di una forza lavoro che nella grande maggioranza dei casi sarà subordinata, dipendente e subalterna. Quindi nei luoghi istituzionali si tendono a formare i futuri lavoratori subordinati, subalterni e dipendenti, sviluppando le concezioni del mondo e le virtù proprie di chi è destinato a questa funzione sociale. Di conseguenza una buona parte dei discenti tende a vivere la propria formazione come una forma di oppressione. Anche diversi insegnanti che, dati gli scarsi stipendi e il conseguenze scarso riconoscimento sociale, svolgono questa funzione non per una vocazione, ma come una necessità, indispensabile alla loro riproduzione come lavoratori mentali anche loro dipendenti, subordinati e, generalmente, subalterni.

Per tutti questi motivi stiamo ripercorrendo, nel corso iniziale dell’Unigramsci, la storia e la filosofia (nel suo sviluppo storico) non dal punto di vista dominante dei vincitori, dei dominanti a livello sociale, internazionale e di genere, ma nella prospettiva degli oppressi, degli sfruttati, dei subalterni. Naturalmente si tratta di un compito improbo, perché come è noto, la storia la scrivono sempre i vincitori e i subalterni lo sono anche, se non in primo luogo, dal punto di vista ideologico. Si tratta infatti di provare a dare voce a chi non la ha, a chi non è mai stato permesso di avere voce in capitolo, tanto meno quando si tratta di elaborare una visione del mondo.

In questo percorso siamo arrivati ad affrontare un periodo apparentemente di scarso interesse, il secolo che va dalla seconda metà del Cinquecento alla prima metà del Seicento. Si tratta in realtà di un’epoca storica di grande rilievo, in quanto siamo proprio nella fase culminante della transizione fra il mondo del feudalesimo da secoli in crisi e il mondo moderno borghese che da secoli tenta invano di affermarsi.

Quindi, è un secolo di terribili crisi, pestilenze, carestie, caccia alle streghe, guerre infinite, tanto civili che continentali, di genocidi imperialisti e di restaurazione anche dal punto di vista ideologico. Siamo nel secolo della Controriforma e della rifeudalizzazione, di spaventose guerre di religione, di sviluppo del fondamentalismo, dell’integralismo e dell’intolleranza delle grandi religioni monoteiste. Ma siamo anche in un secolo di grandi rivoluzioni, alcune riuscite sulle quali si continua, giustamente, a discutere e a interrogarsi, altre sconfitte di cui è arduo ricostruirne le dinamiche.

Le rivoluzioni vincenti di cui giustamente si continua a interessarsi sono le rivoluzioni politiche, religiose, economiche, sociali e ideologiche borghesi. In questa epoca la borghesia in tutti questi ambiti, pur generalmente senza saperlo né volerlo, ha avuto la fondamentale funzione storica della classe universale. Si tratta di quella classe che lottando per i propri interessi e per la propria emancipazione, fino alla conquista del potere in tutti gli ambiti, porta avanti gli interessi della società nel suo complesso, dell’intero genere umano. Si tratta di rivoluzioni di portata storica universale, che fanno parte delle più importanti conquiste della lotta che si combatte lungo tutta la storia per l’emancipazione del genere umano. Naturalmente a livello cosciente si tratta di lotta per quello che la borghesia considerava genere umano. Una concezione che dal punto di vista storico ha tre grandi limiti, cioè non considera parte del genere umano né le donne, né le classi sociali subalterne, né i popoli oppressi e colonizzati. Si tratta, naturalmente, della grande maggioranza dell’umanità. Ciò nonostante le rivoluzioni borghesi restano essenziali nella storia universale in quanto hanno segnato delle profonde rotture e delle eccezionali innovazioni rispetto ai limiti della precedente società feudale.

Parliamo della prima grande lotta vincente dei popoli per i diritti all’autodeterminazione, per quanto ancora nei limiti storici borghesi dell’autodeterminazione nazionale. Trattiamo, poi, della prima grande rivoluzione vincente sul piano politico, sociale ed economico contro l’oppressione di un feudalesimo da secoli in uno stato putrescente che tendeva a impedire lo sviluppo della società nel suo complesso. Si tratta della Rivoluzione inglese, la prima grande rivoluzione borghese con i suoi limiti: 1) la repressione violenta della componente democratico piccolo borghese (i Livellatori) e della componente proletaria e protocomunista (gli Zappatori) dell’esercito popolare rivoluzionario; 2) la genesi della prima espressione dell’imperialismo moderno; 3) la mistificazione religiosa di conflitti sociali volta, fra l’altro, a mantenere le donne subalterne.

Affronteremo, inoltre, la rivoluzione economica e sociale moderna, con il primo affermarsi della società capitalista, in particolare nella sua componente commerciale e monetaria. Passando al piano delle sovrastrutture affronteremo la rivoluzione tecnologica e la rivoluzione scientifica, di cui evidenzieremo altresì i limiti borghesi. La concezione strumentale della scienza e della tecnica per il dominio dell’altro, della natura e, quindi, degli altri uomini, delle donne e dei popoli coloniali. Concezione che sta producendo l’ecocidio, con il conseguente rischio estinzione dell’homo sapiens.

Sarà poi la volta del giusnaturalismo moderno e del contrattualismo, alla base della rivoluzione culturale da cui sorgono il diritto e la scienza politica moderna. D’altra parte, anche nei diritti dell’uomo e del cittadino, sorti da questa tradizione, ritroviamo i grandi esclusi dalle rivoluzioni borghesi: le donne, i popoli coloniali e i lavoratori salariati e manuali. Di questi ultimi cercheremo, per quanto possibile, di ricostruire i falliti tentativi rivoluzionari. Infine, affronteremo grandezza e miseria della rivoluzione culturale da cui sorge la filosofia moderna razionalista e borghese.

20/08/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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