Recensione al film d'Istruzione pubblica

Un film che offre una critica radicale destinata a far parlare di sé. Ma propone realmente una radicalità educativa o siamo anche di fronte ad alcuni equivoci?


Recensione al film d'Istruzione pubblica

Fare la recensione di questo documentario è stata un’impresa ardua. Tocca molte tematiche pedagogiche tra loro contraddittorie: alcune discutibili, altre condivisibili e al contempo centrali nel dibattito attuale.

Nonostante la complessità e la numerosità degli argomenti – alcuni dei quali meriterebbero un approfondimento saggistico specifico – credo che la linea narrativa centrale sia chiara negli intenti e realizzata con efficacia.
Il documentario è coinvolgente, cattura l’attenzione e accompagna chi guarda in un percorso riflessivo e critico. Delinea un elemento centrale attorno al quale ruota l’intero racconto: socialismo o barbarie. Identifica nel riformismo il tradimento di uno sviluppo storico teso a liberare l’umanità dai rapporti di dominio, ossia dai rapporti di classe determinati dallo sviluppo del capitalismo nella sua forma neoliberista (oggi declinato nel cosiddetto capitalismo della sorveglianza).

I due piani narrativi

Il documentario si muove su due piani paralleli:
• uno centrale e generale, di critica politica radicale alla società;
• uno particolare, legato alle questioni pedagogiche.

Il piano generale: la critica politica.

Rispetto al piano generale, l’obiettivo esplicitato nell’apertura e nella chiusura risulta credibile e, per molti aspetti, condivisibile.
Il ragionamento parte da un assunto dichiarato e documentato: le élite a capo del modo di produzione capitalistico mirano a subordinare i sistemi educativi dei Paesi maggiormente sviluppati al proprio potere.
Secondo il documentario, questa tendenza si sviluppa sin dai primi anni del ’900, ad esempio negli Stati Uniti con la Rockefeller Foundation, in parallelo all’evoluzione dei sistemi educativi.
In Italia, la subordinazione della scuola ai desiderata della classe padronale viene contrastata dalla riforma del 1962 della scuola media unica che, pur con zone d’ombra, si ispira ai principi degli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione: pieno sviluppo della persona umana, diritto allo studio, libertà di insegnamento.
A partire dal 1997, però, con la legge Bassanini sul decentramento amministrativo e la successiva riforma dell’autonomia scolastica del 1999 (riforma Berlinguer), si afferma un’ideologia aziendalista. Viene introdotta la figura del dirigente scolastico al posto del preside, non più “primo fra uguali”.
Successivamente, la riforma Moratti (legge 53/2003) introduce l’alternanza scuola-lavoro in forma facoltativa. Quel ciclo di controriforme si completa con la “Buona Scuola” del 2015 (legge 107/2015), che rende l’alternanza obbligatoria, portando a compimento l’impianto ideologico di subordinazione della scuola alle aziende.
Questa ricostruzione appare coerente con i fatti storici, sebbene sull’autonomia scolastica sia necessaria una riflessione ulteriore. Alcuni principi – come la possibilità per le scuole di modulare scelte e opportunità formative in relazione ai contesti territoriali – restano, a mio avviso, validi. Opportunità, non “offerta formativa” intesa come prodotto da vendere in una logica di concorrenza tra scuole.
All’interno di questa linea narrativa generale non vedo la necessità di uno scontro ideologico pregiudiziale, a meno che non si condivida la deriva delle controriforme descritte.

Il piano pedagogico: semplificazioni e nodi critici

Quando il film entra nel merito delle questioni pedagogiche emergono, invece, alcune semplificazioni problematiche.

Rousseau e lo spontaneismo

Già nell’incipit dedicato a Jean-Jacques Rousseau si sostiene che la sua pedagogia ritarderebbe lo sviluppo della letto-scrittura fino ai dodici anni e promuoverebbe uno spontaneismo privo di razionalità e progresso civile.
È una lettura de-storicizzata. All’epoca l’educazione era permeata da autoritarismo, verbalismo, centralità della memoria, dogmatismo religioso e punizioni corporali. Rousseau – pur con ingenuità e contraddizioni – rompe con quella tradizione e apre uno spazio critico da cui si sviluppano i principi metodologici della pedagogia moderna, dentro una visione che riconosce diritti anche ai bambinə.
Uno spontaneismo assunto come unico mantra può certamente diventare un limite: rischia di alimentare le “zone di comfort” e di riprodurre le disuguaglianze esistenti. La conoscenza implica fatica, perseveranza, trasformazione.
Ma proprio per questo la pedagogia dovrebbe ricercare equilibri, evitando letture dogmatiche e abbracciando una prospettiva dialettica delle contraddizioni.

Programmi vs Indicazioni nazionali

Il film riapre la polemica tra “programmi” e “Indicazioni nazionali”, una discussione tutt’altro che nuova.
È vero che i programmi possono garantire uniformità culturale sul territorio nazionale. Ma è altrettanto vero che le profonde differenze territoriali e sociali renderebbero comunque insufficienti molti ragazzə, rischiando di condannarli a una marginalità precoce se la certificazione del sapere fosse rigidamente vincolata al rispetto di programmi immutabili.
Le Indicazioni nazionali introducono una sfida: rapportare quantità e qualità dei saperi ai contesti reali, concentrandosi sulle competenze e sulla loro complementarità con i saperi.
La contrapposizione, a mio avviso, è un equivoco.
Saperi, abilità (intese come saper fare) e competenze fanno parte dello stesso processo di produzione culturale. Le competenze mobilitano saperi e abilità per risolvere problemi in situazioni reali o laboratoriali. Come non coglierne la relazione dinamica?
Il nodo vero riguarda le finalità:
• stiamo addestrando a eseguire abilità prive di senso educativo?
• oppure stiamo costruendo competenze che permettano di tradurre conoscenze in strumenti di orientamento e autodeterminazione?
Il problema emerge quando le competenze vengono poste sotto la disciplina del capitale e ridotte a semplici abilità funzionali ai rapporti di dominio, in contrasto con le finalità emancipative dell’art. 3 della Costituzione.
La domanda di fondo resta: quale scuola vogliamo costruire e per quale scopo?

Il documentario racconta la storia di un bambino che incontra difficoltà in matematica. Dopo un brutto voto, il docente gli dedica tempo e attenzione, lo aiuta a riconoscere errori e mancanza di ordine, mantiene la calma di fronte alla frustrazione.
In seguito, il bambino ottiene una valutazione complessivamente positiva, quasi a dimostrare che il dialogo educativo fondato sui saperi del docente sia sufficiente per raggiungere l’obiettivo di apprendimento.
È un esempio efficace sul piano narrativo, ma parziale. Non restituisce la complessità attuale: classi disomogenee, calo generalizzato delle capacità attentive, criticità documentate da numerose ricerche.
Sono nodi pedagogici che richiedono risposte collettive.

La rimozione della complessità normativa

Al di là del piano politico generale – sul quale mi trovo in larga parte d’accordo – il film sembra rifiutare l’intera categoria normativa che affronta la complessità delle esistenze nella scuola contemporanea.
La critica investe implicitamente la L.170/2010 sui disturbi specifici di apprendimento, attribuendola a un disegno neoliberale. Ma rifiutare quella cornice normativa significa rischiare una semplificazione pericolosa.
Immaginare che tali leggi producano solo percorsi facilitati e un abbassamento del livello culturale equivale a scambiare interpretazioni distorte per il senso della legge stessa.
La realtà è che, senza quelle tutele, per molti studentə l’abbandono scolastico o l’impossibilità di conseguire un titolo di studio sarebbe una condanna quasi certa.
Presidiare il senso di quelle leggi non significa abbassare l’asticella, ma renderla accessibile a tuttə, garantendo concretamente il diritto allo studio.

Conclusione

Dal film e dalle polemiche che ha suscitato emerge una necessità: il dibattito sulla scuola ha bisogno di un approccio antidogmatico e dialettico.
Manca forse una forza intellettuale – un “intellettuale collettivo” – capace di elaborare sintesi dentro un campo ben definito, a partire dalla domanda fondamentale: quale scuola vogliamo costruire insieme e con quali finalità?
È altrettanto necessario eliminare personalismi e polarizzazioni, che alimentano arroccamenti e impediscono la comprensione dei problemi.
Solo riconoscendo le sfide comuni e chiarendo gli scopi educativi possiamo evitare che le condizioni vengano imposte dall’esterno all’intero mondo della scuola.

27/02/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Riccardo Filesi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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