Itinerari comunisti

Una prospettiva comunista a partire dal il bilancio del socialismo sovietico e cinese, la crisi strutturale del capitalismo e dell'Ue, l'involuzione della sinistra italiana, la necessità della forma partito.


Itinerari comunisti Credits: https://falcerossa.com/2019/02/02/i-partiti-comunisti-e-operai-dellunione-europea-contro-laggressione-alla-rivoluzione-bolivariana/

Il libro Itinerari comunisti, pubblicato nel 2018 da DeriveApprodi [1], rielabora articoli già pubblicati da Bruno Steri, alla luce di una decisa scelta di campo politica e ideale. I diversi contributi sono ripensati in un piano tematico che mira a coniugare lotta ideologica e approfondimento teorico. Del resto l’autore nella sua formazione ha sempre cercato di sviluppare insieme la riflessione politico-filosofica con la battaglia delle idee, nel senso della marxiana e gramsciana filosofia della praxis, cercando di arginare la progressiva involuzione della sinistra nel nostro paese.

Il libro è suddiviso in quattro sezione, nella prima – sottraendosi alla così diffusa autofobia dei sedicenti comunisti – Steri prova a fare un bilancio del socialismo sovietico e della complessa fase di transizione che sta ancora oggi attraversando la Repubblica popolare cinese. Nella seconda parte, affrontando la crisi strutturale di capitalismo e Ue, si sofferma in particolare sulla crisi tanto della sinistra riformista che radicale, per passare poi ad analizzare gli aspetti fondamentali del pensiero unico neoliberista imperante. Nella terza parte fa una disamina critica della progressiva crisi della sinistra italiana dopo l’autoscioglimento del Pci e dell’ideologia della nuova destra, per passare a una riflessione sulle reazioni dei comunisti nei confronti dell’attuale governo. Nella parte conclusiva l’autore affronta dapprima le vicende della mobilitazione contro il G8 a Genova, per poi criticare, a ragione, la tendenza di una parte non secondaria della sinistra radicale a volersi disfare della stessa forma partito.

Animato da un solido pessimismo della ragione, nella brillante prefazione Vladimiro Giacché osserva: “si tratta di prendere atto che il più saggio tentativo ricostruttivo oggi possibile è quello che consiste nel tracciare itinerari, nello sforzo di riflessione teorica che proprio la gravità della sconfitta ci impone” (5). V. Giacché oltre al titolo del libro, ne loda, in particolare, l’“affermazione dell’irriformabilità dell’Unione Europea e dell’esistenza di una ‘questione nazionale’ non aggirabile dai comunisti” (6). Infine, Giacché sottolinea l’attitudine critica, ma non demolitrice, con cui “un comunista non pentito” come Steri fa i conti con la propria storia, riaffermando “con grande onestà intellettuale e con altrettanta passione – le ragioni del comunismo” (7).

Steri parte da una disamina del socialismo reale che “resta un ineludibile fondamento teorico-politico per quanti continuano” a definirsi comunisti. Si parte con una riflessione “sul valore epocale e di rottura” della Rivoluzione d’ottobre “rispetto al quadro di secolare subordinazione delle classi oppresse”. La Rivoluzione, inoltre, “investì l’intero tessuto sociale del paese, i suoi modelli di vita” (11). Steri mostra la tragica situazione del paese dopo l’oscurantista dominio zarista e le terribili devastazioni provocate dalla Grande guerra e dalla guerra civile, che costrinse il paese rivoluzionario a vivere in uno stato di eccezione. I bolscevichi dovettero perciò, in primo luogo, puntare allo sviluppo delle forze produttive.

Nel 1927 – visto che il tentativo di sviluppo internazionale della rivoluzione era fallito e la Nep non aveva superato la contraddizione per cui l’arretratezza dell’industria spingeva i contadini a una produzione per l’autoconsumo, rifornendo scarsamente le città – “scaturì la scelta dell’industrializzazione forzata” che richiedeva, per garantire l’approvvigionamento del proletariato moderno, una “collettivizzazione delle campagne” (14) ancora più forzata. Tale processo ebbe tragiche conseguenze principalmente per i contadini medio-grandi, anche se è in parte dovuto alla necessità di sviluppare l’industria per far fronte alla nuova gigantesca aggressione imperialista che si veniva preparando.

Sebbene l’autore non possa che condannare simili forzature, d’altra parte sottolinea “l’incredibile dato di un paese sterminato che, in pochi anni, si è trovato a passare dalla notte medievale al novero dei paesi di moderna industrializzazione” (15). Sebbene tali risultati poterono essere raggiunti grazie al forte sostegno del proletariato urbano, il rigido dirigismo della pianificazione ha comportato “la militarizzazione del lavoro” e “l’estrema centralizzazione delle decisioni” (16). Ci furono, inoltre, delle inaudite violazioni della legalità socialista di cui fecero le spese un grandissimo numero di rivoluzionari. Inoltre, la legislazione d’emergenza rimase in vigore per l’intera era staliniana, ovvero anche quando questi enormi sacrifici non erano più strettamente necessari. D’altra parte, secondo Steri, “sarebbe in ogni caso sciaguratamente sbagliato liquidare l’esperienza delle ‘società di transizione’ come un cumulo di macerie irrimediabilmente consegnate al passato, anziché guardare a esse come un laboratorio in cui sono concretamente affrontati problemi che hanno a che fare con il futuro” (18). Fra di essi ricordiamo in particolare la proprietà in gran parte sottratta ai privati, servizi sociali garantiti a tutti e un significativo egualitarismo. Per quanto riguarda i principali limiti, essi sono da rinvenire secondo l’autore nella eccessiva centralizzazione dell’apparato produttivo che ha lasciato troppo poco spazio alla democrazia proletaria e ai differenti bisogni degli individui.

Il secondo saggio si occupa della grande stagnazione e dell’involuzione della perestrojka che hanno portato al tracollo dell’Urss. Steri offre “una raccolta ragionata degli indici negativi che, nel corso di un paio di decenni, si sono addensati in Urss fino a determinare la crisi verticale dei suoi assetti sociali e istituzionali”, mirando in particolare a indagare “la crisi di produttività e il dibattito intorno all’introduzione del mercato”. Le sezioni in cui si articola il saggio sono: la crisi dello sviluppo estensivo, l’obsolescenza della struttura produttiva, i fattori “inerziali” legati a una pianificazione troppo centralizzata, la riattivazione del rapporto merce-denaro per sviluppare un’economia del “benessere”, il risolversi del rapporto dialettico istituito fra socialismo e mercato nel progressivo affermarsi di un’economia di mercato a dominante capitalistica.

Nel terzo saggio Steri rielabora le riflessioni sviluppate durante il soggiorno in Cina con una delegazione di comunisti italiani nel 2013. Lo studio vuole assumere un approccio “aperto” dinanzi alle diverse questioni affrontate, dal rapporto fra la lotta di classe e lo sviluppo economico, alla questione della “economia di mercato socialista”, per arrivare al grande sviluppo delle forze produttive e agli squilibri che ha prodotto, fino a interrogarsi, all’interno di una realtà in continuo movimento, sulle responsabilità individuali e le contraddizioni di classe. Dinanzi a un crescere della conflittualità sociale, che ottiene anche dei successi, il governo cinese, nonostante la crisi internazionale, si sforza di migliorare le condizioni dei lavoratori, incontrando per questo critiche crescenti dal mondo occidentale, che mette in guardia per la decrescita dei margini di profitto per gli investitori internazionali. Perciò, ne conclude Steri, gli occidentali dovrebbero essere più cauti nel loro porsi come censori nei confronti della Cina, dal momento che nei paesi a capitalismo avanzato le condizioni dei lavoratori tendono piuttosto a peggiorare. Tale attitudine dovrebbero averla anche gli esponenti della sinistra occidentale, che dovrebbe sempre riflettere se sono in grado di migliorare le condizioni dei lavoratori e delle masse popolari più o meno di quanto riesce a fare il Partito comunista alla guida di questo enorme paese.

Nel saggio successivo Steri fa un bilancio del 19° congresso del Partito comunista cinese (2017). Il Congresso ha “deciso di inserire nella Costituzione della Repubblica popolare cinese ‘il pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche cinesi per una Nuova Era’” (52). Fra i temi affrontati dal Congresso Steri si sofferma su ciò che resta da fare dinanzi a un grande sviluppo, ma ancora sbilanciato in un contesto internazionale particolarmente difficile. Nelle conclusioni l’autore accentua principalmente i vantaggi che il nostro paese potrebbe avere dallo stabilire relazioni, in primo luogo più strette, con questo paese. In particolare, “in vista dell’esaurimento del Quantitative Easing, la Cina può diventare un buon acquirente del debito pubblico e, contestualmente, garantire una quota consistente di investimenti dall’estero; può offrire all’esportazioni un mercato sterminato e in costante espansione; può essere un esperto partner nell’ideazione e realizzazione di infrastrutture” (62).

Nel saggio seguente Steri passa ad occuparsi di un tracollo annunciato, ovvero della crisi del capitalismo e dei fallimenti della sinistra, sia moderata che radicale. Come antidoto alla crisi di quest’ultima, in particolare, l’autore mette in evidenza la necessità di “costruire un insediamento sociale, ricucire un impianto ideale che sia patrimonio di larghe masse, promuovere la forza di un senso comune (che i nostri avversari hanno modellato a loro favore). Ovviamente traendo spunti e forza dall’esperienza delle forze comuniste che operano nel mondo, a cominciare dall’esperienza cinese” (76).

Steri passa, quindi, ad analizzare i dogmi del pensiero unico neoliberista imperante, mettendo in evidenza in particolare come siano state sostanzialmente messe al bando le concezioni keynesiane e si sia affermata un’interessata ortodossia del debito. L’autore passa, dunque, ad analizzare criticamente le rappresentazioni ideologiche della crisi, a partire dalle “delizie del libero mercato” secondo A. Greenspan. Il successivo capitolo è intitolato significativamente: Irriformabilità dell’Unione europea, in cui l’autore muove snocciolando quelli che definisce i “dati di un disastro” (90). Passa, quindi, ad analizzare criticamente l’indipendenza della Bce e la centralizzazione della politica economica e monetaria. Segue una disamina della vicenda greca, a ragione definita “un vero e proprio spartiacque” (98). Nelle conclusioni, in cui si tratta di individuare i temi centrali da sviluppare per lavorare a un’alternativa, l’autore ritiene centrale approfondire la questione nazionale (101).

La terza sezione si apre con una disamina estremamente critica della “‘nuova filosofia di D’alema e Veltroni’”, per passare nel secondo capitolo a un’analisi molto stringata di “virtù e vizi d’origine di Rifondazione comunista”. Nel successivo capitolo Steri si confronta criticamente con l’ideologia della nonviolenza elaborata qualche anno fa da F. Bertinotti e A. Gianni. Interessante anche il successivo studio sulle cause strutturali dell’imperialismo che, come si mette in evidenza già nel titolo, “non è affatto estinto”. A tale saggio coerentemente segue una serrata critica dell’ideologia dell’impero propagandata da A. Negri e M. Hardt. Da qui Steri passa a una significativa critica dell’ideologia della Nuova destra elaborata da Alain De Benoist, giustamente posta dall’autore “alle radici della lega”. La sezione si conclude con due saggi, decisamente attuali, sui comunisti dinanzi al governo “giallo-verde”.

Infine, nella quarta sezione, Steri cerca di tirare delle conclusioni per il necessario passaggio dalla teoria alla prassi, in particolare nei saggi: “Tra crisi e rilancio di un partito comunista di massa” e “Per una costituente comunista”, passando attraverso una doverosa critica a ciò che viene giustamente posto “al cuore del progetto della restaurazione”, ovvero “l’attacco alla forma partito” (201).


Note

[1] Citeremo da questo testo direttamente nell’articolo, limitandoci a mettere fra parentesi tonde il numero della pagina di riferimento.

21/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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