Il Buco

Recensione del film, distribuito su Netflix, del regista spagnolo Urrutia


Il Buco Credits: movietele.it

Spinto (e distribuito) dalla piattaforma Netflix con la modalità, estremamente efficace in quarantena, “te lo propongo davanti al naso in continuazione a prescindere da qualsiasi cosa tu stia guardando, tanto prima o poi ci sbatterai il grugno se non altro per disperazione”, il film del regista spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia è uno specchietto per le allodole ben confezionato.

Intendiamoci, è comunque meglio impiegare un’ora e mezza del proprio tempo, se proprio bisogna farlo usando Netflix, guardando questo film al posto di una stucchevole serie TV sulla presunta fase giovanile di psicoanalisti (ogni riferimento a Freud è puramente casuale) improvvisati detective per rendere maggiormente appetibile in salsa mainstream il tutto.

Ma i tempi sono bui e, pertanto, di pellicole autenticamente coraggiose, a nostro avviso, se ne vedono ben poche e il motivo è molto intelligibile: l’equilibrio precario su cui si fonda il sistema putrescente in cui viviamo è tale che non si possa più, credibilmente, evitare di criticarlo ma, nel farlo, non bisogna assolutamente andare a svelare troppi arcani, né stimolare efficacemente la capacità di reazione organizzata delle persone poiché lo scopo, al fondo, è quello di fornire sempre e comunque la falsa speranza che questo sia l’unico sistema realmente possibile e che basti dare solo qualche riaggiustata qua e là in punti non vitali per renderlo nuovamente apprezzabile e funzionante. Et voilà, il riformismo è servito in un bel piatto fumante e ben composto, ma è di quelle pietanze che, poi, restano pesantemente sullo stomaco.

Peraltro la metafora culinaria è particolarmente pertinente, in quanto, accennando per un momento alla trama, il film è completamente ambientato in un’atmosfera surreale, ove il protagonista Goreng si offre volontario per farsi internare, portandosi appresso solo un libro (non a caso il “Don Chisciotte” di Cervantes) all’interno di una struttura/prigione costituita da un non meglio precisato numero di piani/celle, attraversati tutti da un buco centrale funzionale al passaggio di una piattaforma che ha l’unico scopo di rifornire i prigionieri di cibo: la piattaforma viene imbandita riccamente come un’enorme tavola al piano zero, ove si trovano le sontuose cucine della prigione e cuochi e chef lavorano alacremente per produrre le più disparate tipologie di cibi senza lesinare sulle prelibatezze. Successivamente la piattaforma viene azionata ed essa inizia semplicemente a scendere verso il basso e, a ogni piano, ogni coppia di detenuti ha un lasso di tempo determinato e breve per saziarsi sino all’indomani, dovendosi autoregolare senza possibilità di prelevare del cibo da conservare e mangiare in un secondo momento, col risultato che una volta giunta ai piani bassi la piattaforma contiene ormai solamente mucchi di stoviglie vuote e i relativi prigionieri sono condannati a morire di fame. Lo scenario in cui è immerso il tutto è particolarmente kafkiano e angoscioso; vengono proposte una quantità di ulteriori piccole atrocità con l’unico scopo, appare sin da subito chiaro, di criticare (e fin qui in modo anche particolarmente efficace) la struttura sociale in cui viviamo, sostanzialmente rigidamente verticistica, iniqua, perversa, glaciale e inesorabile.

Il passo successivo a questa critica, anche efficace, del sistema verticistico è però un passo di lato, anzi a ben vedere si tratta di un passo indietro. Appare del tutto evidente infatti che da tali atrocità, quali elementi caratteristici del sistema sociale, gli uomini non solo non sembrano in grado di risollevarsi, ma, alimentando una barbarica guerra fratricida per la sopravvivenza, finiscono con il giustificare il sistema stesso quale unico sistema possibile.

Ogni tentativo razionale e non violento di sovvertire la tendenza da parte di Goreng e del suo alleato di turno risulta fondamentalmente inutile. Il regista ci trasmette chiaro e tondo il messaggio che, dinnanzi a un sistema così fatale, facente leva sui più bassi istinti dei subalterni, a nulla vale il tentativo di lottare, utilizzando l’arma della razionalità, della illuminata predica “dall’alto”, dell’auto-organizzazione dei detenuti e via discorrendo: ciò significherebbe condurre una battaglia contro i famosi mulini a vento del don Chisciotte, ossia una lotta vana contro un’illusione, qualcosa che non esiste se non nell’immaginazione di qualche sparuto eroe ancora intriso di romanticismo.

E in questo consta, a nostro avviso, il più grande limite della pellicola che ha, da una parte, l’indubbio merito di stimolare delle riflessioni critiche sull’esistente e di rappresentare, se pur in modo raffazzonato e tristemente deludente, il tentativo di rivolta dei subalterni ma, dall’altro, non riesce a discostarsi infine dall’ineluttabilità. Ineluttabilità della banale mediocrità dell’Uomo, intrinsecamente incapace di presa di coscienza collettiva e di autorganizzazione, se non attraverso l’eroico operato di una manciata di singoli “illuminati”.

Si può cadere nella trappola, come è inizialmente successo a uno dei due autori di questa recensione, di accostare metaforicamente la violenza gratuita del protagonista all’idea della disciplina incarnata nella società civile dal partito politico. Se è vero che inizialmente un partito politico si presenta come un’avanguardia che lotta nella società per omogeneizzare le coscienze e sviluppare una direzione consapevole di contro allo spontaneismo, quindi si presenta con un forte tratto di disciplinamento etico e morale, esso in un secondo momento è l’espressione della coscienza di vasti strati ed è allo stesso tempo già portatore di una nuova etica e una nuova morale. È dunque l’egemonia il tratto tipico del partito rivoluzionario e non la coercizione violenta la quale invece è una caratteristica dei partiti reazionari.

Il finale del film appare particolarmente indigeribile nel suo portato simbolico e metaforico. Ineluttabile appare, ancora, come input decisivo al necessario cambiamento, un intervento “dall’alto” che dovrebbe rimanere in qualche modo scosso dall’uso di simbologie evocative del futuro, o meglio, della capacità del futuro, ossia delle nuove generazioni, di sopravvivere pur nella desolazione del presente. Una ben magra consolazione per chi, tuttavia, oggi, non ha la fortuna di avere 17 anni come Greta Thunberg e che, però, non si capisce come mai non possa contribuire a fornire alla Resistenza il prezioso bagaglio delle proprie esperienze e della propria conoscenza, ma sia destinato ormai a perire senza poter proferire voce in capitolo come un ferro vecchio. Quello che sembra venire suggerito è che il vecchio è responsabile in sé, a prescindere dalla sua posizione nella “scala sociale” dello sfacelo in cui viviamo, mentre il giovane è un potenziale in sé per la costruzione di un futuro migliore per il solo fatto di esistere. Basterebbe solo che i nostri chef ai piani alti se ne accorgessero, vedessero plasticamente tale banale realtà. Questo, in soldoni, sembra dirci il regista Urrutia, attraverso un epilogo evocativo ed emblematico.

Tuttavia, così come è evidente come ci sia dell’indubbiamente vero in entrambe queste affermazioni sul vecchio e sul nuovo, è altrettanto evidente che tale conclusione, sviluppata così poco e semplificata così tanto, rischia di concretizzarsi in un nulla di fatto, riducendo la complessa dialettica della realtà a un binomio sterilmente generazionale e, comunque, rimettendo, come già anticipato, alla saggezza e alla lungimiranza di qualche raffinato pancione che siede ai piani alti, la lucidità di capire come riadattare la ricetta per renderla meno indigesta agli sventurati commensali.

26/04/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: movietele.it

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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