Perché il Parlamento europeo istituzionalizza il revisionismo ideologico

Ignoranza, pacificazione e paura sono i tre motivi alla base della risoluzione europea sulla memoria che equipara nazismo e comunismo


Perché il Parlamento europeo istituzionalizza il revisionismo ideologico

Il 5 aprile 2011 il Parlamento italiano votò che Karima El Mahroug, detta Ruby Rubacuori, era la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak e che le sette telefonate fatte da Berlusconi la notte del 27 maggio 2010 alla Questura di Milano per farla rilasciare erano compiute nell’esercizio delle sue funzioni di Presidente del Consiglio. Otto anni e mezzo dopo, per la precisione il 19 settembre 2019, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa” che equipara nazi-fascismo e comunismo e che esorta la società russa a confrontarsi con il suo passato una volta per tutte.

Due votazioni molto diverse nel merito ma che confermano che il discredito di cui godono le assemblee legislative presso le classi popolari è meritato. Il che ci obbliga a circostanziare e qualificare l’opposizione al taglio del numero dei parlamentari recentemente varato nel nostro paese. Ma la risoluzione del Parlamento europeo ci dice anche altro. Con questa votazione si sostiene che la seconda guerra mondiale sarebbe iniziata come conseguenza immediata del patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica firmato il 23 agosto 1939 dai rispettivi ministri degli esteri (Ribbentrop e Molotov) in base al quale “i due regimi totalitari, che avevano in comune l'obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l'Europa in due zone d'influenza”.

Ma perché a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, quando le forze comuniste non sono mai state così deboli nel vecchio continente, l’attacco all’imperialismo russo deve passare anche attraverso l’istituzionalizzazione del rovescismo storico di stampo orwelliano? In altre parole, qual è la ragion di Stato che giustifica la ripresa della tesi degli opposti estremismi? Per tre ragioni.

Una prima ragione è dettata dalla doppia ignoranza che caratterizza il grosso dei rappresentanti del popolo, ben incarnata dall’eurodeputato dei socialisti e democratici, il piddino Pietro Bartolo, famoso medico di Lampedusa, che dopo aver votato a favore della risoluzione si è scusato a seguito dei numerosi messaggi di protesta che gli sono arrivati. Un dietrofront che testimonia come la stragrande maggioranza dei parlamentari votano per lo più alla cieca: perché non leggono i testi che gli vengono proposti e perché, quando li leggono, non li capiscono. Ignoranza che non riguarda tutti e non può essere imputata al Presidente del Parlamento europeo, il giornalista piddino David Sassoli, che per il suo ruolo non può che essere in malafede. Tant’è che con una faccia di bronzo senza eguali ha prima difeso la risoluzione e poi, preso per i capelli dall’Anpi e dovendo parlare a Marzabotto il 6 ottobre, ha dichiarato che “equiparazioni improprie minano la nostra identità”.

Un’ignoranza e una malafede che non si limitano alla conoscenza degli eventi, ben ricordati dai numerosi comunicati emessi dalle organizzazioni comuniste nelle ultime settimane ai quali si rinvia, ma che stravolgono le conclusioni a cui erano arrivati altri, e a questo punto ben più alti, rappresentanti delle classi dominanti. A constatare con grande lungimiranza che quella firmata a Versailles nel 1919 a conclusione della prima guerra mondiale “non è pace ma un armistizio di vent'anni” è stato, nel 1920, un generale francese assertore delle aggressive concezioni belliche dell’offensiva ad oltranza, Ferdinand Foch. Ed è stato il più illustre economista borghese del XX secolo e futuro lord, John Maynard Keynes, a scrivere nel 1919 Le conseguenze economiche della pace, in cui avverte che “se miriamo deliberatamente all'impoverimento dell'Europa centrale, la vendetta, oso predire, non tarderà. Nulla potrà allora differire per molto tempo la guerra civile finale tra le forze della reazione e le disperate convulsioni della rivoluzione, di fronte alla quale gli orrori dell'ultima guerra tedesca saranno un nonnulla e che distruggerà, chiunque sia il vincitore, la civiltà ed il progresso della nostra generazione” [1].

Se questa ignoranza viene istituzionalizzata, però, è perché essa si è sviluppata in seno alla società civile e si è diffusa tanto da non trovare più resistenze sufficienti. La votazione bipartisan, infatti, non è altro che il momento terminale di quel processo di pacificazione tra fascisti e comunisti che nel nostro paese ha trovato terreno fertile anche nel vuoto lasciato da insospettabili organizzazioni di sinistra come l’Anpi.

Si prenda il caso del comune toscano di Montecatini Val di Cecina che abbiamo reso noto questa estate. L’amministrazione di centrosinistra ha fatto passare all’unanimità dentro il Consiglio comunale l’intestazione di una piazza cittadina a Sergio Ramelli, un giovane militante fascista milanese ucciso nel 1975 da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia e già santificato da parte dei camerati con tanto di esibizione di saluti romani alla presenza del noto fucilatore di partigiani Giorgio Almirante. Per questa esibizione, che si ripete annualmente, nel 2013 erano finiti alla sbarra 16 imputati di Forza Nonna e Cacca Pound condannati in primo grado a pene severissime - un mese di reclusione, 250 euro di multa e un risarcimento di 12mila euro all'Anpi - ma assolti dalla IV Sezione della Corte d'Appello di Milano.

Una vicenda incresciosa che ha visto il Pd provinciale dare manforte al sindaco Sandro Cerri - proprio mentre Il Secolo d’Italia e varie organizzazioni neofasciste lo elogiavano e proclamavano il comune di Montecatini Val di Cecina “capitale d’Italia della riconciliazione” - e l’Anpi reagire con due atteggiamenti diversi: la sezione di Volterra ha prontamente e pubblicamente condannato la decisione, chiedendone la revoca, mentre il comitato provinciale di Pisa ha preferito intervenire con discrezione presso il sindaco, senza prendere una posizione pubblica. La determinazione dei volterrani, che non hanno esitato a cercare sostegno dentro e fuori l’Anpi, è stata in questo caso vincente e il sindaco Sandro Cerri è dovuto tornare sui suoi passi.

Un piccolo episodio che però dà la dimensione di quanto sia profondamente radicata la ricerca della pacificazione tra i fascisti e gli antifascisti istituzionalizzati e di quanto questi ultimi condizionino anche i soggetti, come l’Anpi, che nella società civile hanno il benemerito scopo di difendere la memoria degli antifascisti militanti morti durante la dittatura e la guerra. Condizionamento la cui riprova non ha tardato a venire. Il 18 ottobre, la giunta di centrodestra che governa il Comune di Pisa ha deciso di intestare una rotatoria al fascista ex consigliere comunale ed ex parlamentare del Msi Giuseppe Niccolai accogliendo la mozione approvata nel 2013 da parte del Consiglio comunale dell’epoca guidato dal centrosinistra e poi bloccata dall’allora sindaco Marco Filippeschi. Questa volta, fortunatamente, l’Anpi provinciale è intervenuta pubblicamente per condannare la scelta, anche se l’assenza di autocritica per quanto successo a Montecatini Val di Cecina potrebbe far pensare che l’abbia fatto più in virtù del diverso colore delle due amministrazioni comunali che per rettificare l’appoggio dato a Cerri.

La terza ragione per questa istituzionalizzazione è di carattere pedagogico e programmatico. La risoluzione invita tutti gli Stati membri “a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi inserendo la storia e l'analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell'Unione” nonché “a sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”. Non paghi, i parlamentari invitano anche a celebrare proprio il 23 agosto “la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell'UE” [2] in quanto “la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne”. Punto, quest’ultimo, ripetuto ben due volte (alla lettera I e alla lettera L), segno che nel copia e incolla qualcosa è andato storto…

In un momento di forte e crescente crisi economica che sta portando con sé il declino delle vecchie potenze atlantiche e l’ascesa di nuove, Cina su tutte, l’Unione europea ha bisogno di consolidarsi quale polo imperialistico e per farlo ha bisogno di costruirsi una storia ed un nemico comuni contro cui chiamare a raccolta i “popoli europei che hanno liberamente deciso di impegnarsi per un futuro comune”. Una necessità che normalmente si fonda sull’utilizzo di ebrei, zingari e stranieri quali spauracchi da dare in pasto ai subalterni ma che oggi è impraticabile se ci si vuole dipingere quale comunità democratica, liberale, pacifica e pacificatrice - che come ha dimostrato l’articolo di A. Ciattini, tale non è.

L’equiparazione tra nazismo e comunismo, dunque, serve a glorificare se stessi e a ribadire alle masse in via di proletarizzazione che inevitabilmente tendono a rialzare la testa, che there is no alternative, auto-assolvendosi preliminarmente per le responsabilità nell’organizzazione della reazione violenta che colpirà chiunque osi mettere in discussione l’ordine costituito e presentandosi al ceto medio quale garante della stabilità e della sicurezza contro i presunti opposti estremisti. Per questo la risoluzione è stata votata anche dagli esponenti dei partiti di estrema destra, il cui appoggio dimostra che i loro legami di amicizia con le autorità politiche russe, oltre ad essere un fenomeno che non riguarda i paesi dell’est europa, non ha niente a che fare con i propri principi, che rimangono saldamente revanscisti e anti-operai.


Note

[1] Si noti che questo stesso economista nella prefazione all’edizione tedesca del 1936 della sua opera principale, la Teoria generale dell’occupazione, l’interesse e la moneta, scrisse che la propria teoria economica “può essere adattata molto più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario”.

[2] Una ricorrenza che entrerebbe in contraddizione con quanto deliberato dal nostro Stato nel 2000 quando ha designato quale “giornata internazionale della memoria” dell’Olocausto nazista il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’esercito sovietico, l’Armata Rossa. Giornata riconosciuta anche dal Consiglio d’Europa nel 2002 e dalle Nazioni Unite nel 2005.

01/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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