La censura al tempo di internet

La libertà di espressione non consiste nel dire ciò che si vuole ma nella coscienza della necessità.


La censura al tempo di internet Credits: opinione-pubblica.com

Come abbiamo scritto due settimane fa, la censura informatica nei confronti dei compagni comunisti e antimperialisti è in forte aumento. Un fenomeno che dimostra come neanche la rete rappresenti un luogo sicuro dove poter svolgere la propria attività politica.

Per riflettere su questo fenomeno può essere di aiuto Internet è il nemico, l’ultimo libro di Julian Assange, il cyberpunk fondatore di Wikileaks e paladino della libera informazione. Pure all’interno di una impostazione complessiva di matrice anarco-individualista, il più famoso perseguitato dei nostri tempi offre interessanti spunti di riflessione.

Assange evidenzia che “l’Occidente è solo molto più sofisticato nella quantità di livelli di sviamento e occultamento di quanto sta accadendo realmente” e sottolinea che le autorità statali “sono lì per permettere di negare la censura in corso”. In altre parole, gli Stati costituiscono soltanto il terminale di un processo che l’informatico svedese descrive come una piramide. “Potete raffigurarvi la censura come una piramide. Di questa piramide emerge dalla sabbia solo la punta, ed è voluto. La punta è la parte alla luce del sole, cause per diffamazione, omicidi di giornalisti, telecamere sequestrate dai militari eccetera, cioè la censura pubblicamente ammessa. Ma è la parte minimale”.

In quanto comunisti, a differenza degli estremisti che ritengono sbagliata ogni forma di censura, dobbiamo riconoscere la necessità di censurare chi, come i neofascisti, vuole cancellare la libertà di espressione e quindi affermare la libertà di espressione del pensiero attraverso la sua negazione. E non dobbiamo stancarci di ricordare che la maggior parte della censura ufficiale non è perpetrata dallo Stato bensì direttamente dai padroni per celare i propri segreti industriali e colpire i lavoratori che, per i filtri installati sulle loro postazioni, non possono navigare in certi siti, o che si vedono licenziati se nel loro tempo libero esprimono un’opinione o ricordano un fatto riguardante l’azienda per la quale lavorano. Addirittura chi va in parlamento subisce ritorsioni, come successo al compagno Riccardo della TIM.

In questa fase storica, pur rimanendo piccola nei confronti dei livelli inferiori, la punta emersa della piramide si sta espandendo, colpendo i comunisti anche laddove non sono ancora stati messi fuorilegge. In altre parole, non si viene sanzionati soltanto dal proprio datore di lavoro in quanto lavoratori ma anche da una società di telecomunicazioni o un social network in quanto produttori autonomi e consumatori di notizie e opinioni politicamente orientate.

Sotto la punta, lo strato successivo comprende tutte quelle persone che non vogliono stare sulla punta, che applicano l’autocensura per non finirci”.

Questa censura preventiva interiorizzata è molto importante perché non ha bisogno di essere esplicitata in quanto ciascuno già conosce i limiti della parte per la quale è stato scritturato e che andrà a recitare. Essa è alla base del modus operandi della moderna industria culturale e fa presa sulla paura di perdere qualcosa - finanziamenti, buone entrature nella società che conta, un affare o anche “solo” il posto di lavoro - o sull’aspettativa di una qualche forma di ricompensa o riconoscenza, che puntualmente arriva a chi rimane allineato.

Nel girone successivo Assange mette “tutte le forme di sollecitazione economica o di patrocinio offerte alla gente perché scriva su una o l’altra cosa”.

Una censura, questa, che non riguarda soltanto l’industria culturale ma anche quella scientifica. Gli interessi che governano i grandi gruppi finanziari che possiedono le maggiori case editrici, la crescente e massiccia presenza dei privati e dei loro fondi nelle università e negli enti pubblici di ricerca e sempre più anche nella scuola, ne indirizzano la produzione scientifico-culturale e assicurano una doppia funzione: “contrastare il marxismo quale unica visione del mondo progressista in grado di mettere in discussione il dominio borghese a livello delle sovrastrutture” e tessere indirettamente le lodi del capitalismo, “in quanto i tratti ingiusti e irrazionali di quest’ultimo sono ormai così evidenti che un’apologia diretta rischierebbe di essere controproducente” (R. Caputo).

Lo strato ancora più sotto è l’economia allo stato puro, che cos’è conveniente scrivere”.

Come sanno i patrocinatori di cui sopra, gli algoritmi che servono per dare più risalto a certe notizie invece che ad altre non possono creare né le une né le altre. Per farlo c’è bisogno di qualcuno che le produca in cambio di denaro, come è ovvio che sia trattandosi di una società basata sulla mercificazione. E chi vuole rimanere indipendente dai condizionamenti di sponsor, filantropi, mecenati o lobby, deve pur fare un investimento e quindi necessariamente prediligere notizie e riflessioni che si vendono più e meglio, vale a dire che favoriscono l’accumulazione. Ciò è necessario, se si vuole rimanere competitivi sul mercato. A rimetterci, dunque, è lo spazio dedicato alle notizie e alle riflessioni che magari favoriscono il pensiero critico, ma sono “noiose” e richiedono più tempo per essere prodotte e consumate, e rallentano la sovrapproduzione di quel mare magnum di contenuti (o presunti tali) in cui è sempre più difficile navigare pur disponendo della bussola (la coscienza).

Poi c’è lo strato del pregiudizio dei lettori che hanno solo un certo livello di istruzione, quindi da un lato sono facili da manipolare con informazioni false, e dall’altro non puoi nemmeno rivelargli una verità complessa”.

In questo passaggio, Juliane Assange sembra ammettere quel particolare tipo di censura che consiste nelle semplificazioni necessarie per tener conto delle condizioni di ignoranza e pregiudizio nel quale si trovano la maggior parte dei proletari, e lo distingue dall’adulterazione della merce-informazione. Mentre quest’ultima contribuisce senz’altro all’ignoranza, le semplificazioni sono inizialmente inevitabili per far comprendere almeno un aspetto parziale della questione e quindi far fare dei passi in avanti, come avviene con i fanciulli. Ma tali semplificazioni finiscono inevitabilmente per esercitare una funzione censoria ed in ultima analisi mistificatrice se non vengono inserite all'interno del più ampio processo di progressiva emancipazione materiale e culturale.

L’ignoranza ed il pregiudizio, infatti, non rappresentano soltanto un dato di partenza ma anche un preciso obiettivo delle forze che governano l’economia. Posto il carattere sempre relativo e parziale della nostra conoscenza del mondo, essi sono attentamente alimentati, in quanto utili a mantenere lo status quo. Si pensi alla rivendicazione del diritto all’ignoranza di mussoliniana memoria, riproposto sotto forma di diritto all’oblio per assicurare che fatti appartenenti al proprio più o meno lontano ed eventualmente rinnegato passato vengano dimenticati o quantomeno taciuti.

L’ultimo strato è la distribuzione: per esempio, certe persone non hanno semplicemente accesso alle informazioni in una data lingua”.

Come l’ignoranza, anche questa forma di censura, lungi dall’essere un mero punto di partenza, rappresenta un effetto della “economia allo stato puro”, vale a dire un effetto delle leggi immanenti del modo di produzione capitalistico. Le quali, imponendo la crescita ad oltranza, comportano la crescente centralizzazione del capitale. Ma gli ostacoli che sotto forma di necessità, difficoltà, obblighi o controlli di varia natura si frappongono tra il diritto a manifestare la propria opinione e la sua effettiva realizzazione, pesano in maniera inversamente proporzionale alle economie di cui si dispone, producendo una censura che qualunque piccolo editore conosce perfettamente. Ed esacerbata dalla rinuncia operata dai governi a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 Cost. Italiana).

In conclusione, come il libero commercio si fonda sul monopolio dei mezzi di produzione da parte di una classe sociale, e a sua volta, sviluppandosi, riproduce il monopolio, vale a dire il crescente dominio di pochi grandi capitalisti, così succede con la libera informazione. Essa si fonda sulla censura e allo stesso tempo la alimenta. Vi si fonda in quanto è sancita la libertà di ciascuno di decidere quali contenuti veicolare e quali no, nonché la protezione dell’anonimato della fonte delle informazioni necessario per impedire rappresaglie. E la alimenta perché, favorendo la diffusione della conoscenza, favorisce lo sviluppo delle forze produttive di cui la conoscenza è elemento ineliminabile. Ma al pari di tutte le altre forze produttive, anche la conoscenza è privatizzata, vale a dire appropriata dai padroni dei mezzi di produzione che, accumulandola molto più velocemente di chiunque altro, possono piegarla ai propri fini, governandone la sua riproduzione e innalzando la piramide della censura, espandendola secondo le proprie necessità. Ma col loro potere aumenta anche l’esigenza di celare l’identità di chi tale potere lo combatte “rubando” e diffondendo notizie censurate.

Ai comunisti, dunque, il compito di promuovere la consapevolezza che la libertà di espressione non consiste nel poter dire ciò che si vuole, nel sognare l’indipendenza del pensiero dalle leggi fisiche e socio-economiche, nel prescindere dalle condizioni materiali che generano tale libertà; ma consiste nello studio e nella divulgazione delle leggi (non giuridiche) che regolano la natura e la società e quindi nella censura della loro mistificazione, almeno fin quando non sia scomparsa l’ignoranza e l’interesse a perpetrarla. Perché, per dirla con l’Engels dell’Anti-Dühring, “quanto più libero è il giudizio dell'uomo per quel che concerne un determinato punto controverso, tanto maggiore sarà la necessità con cui sarà determinato il contenuto di questo giudizio; mentre l'incertezza poggiante sulla mancanza di conoscenza, che tra molte possibilità di decidere, diverse e contraddittorie, sceglie in modo apparentemente arbitrario, proprio perciò mostra la sua mancanza di libertà, il suo essere dominato da quell'oggetto che precisamente essa doveva dominare”.

10/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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