Le elezioni nordcoreane, la cui ultima tornata ha avuto luogo lo scorso 15 marzo, vengono quasi sempre liquidate dalla stampa occidentale con una formula tanto rapida quanto ideologica: “voto farsa”, “ratifica automatica”, “assenza di scelta”. Un simile giudizio, ripetuto meccanicamente, non aiuta però a capire come funzioni realmente il sistema politico della Repubblica Popolare Democratica di Corea. Il problema non è se il sistema nordcoreano coincida con il modello di democrazia liberale, perché evidentemente non vi coincide, ma assumere che di conseguenza esso sia privo di qualunque logica rappresentativa. Come ha osservato Rüdiger Frank in una delle analisi più serie sul tema, formulata in occasione della tornata del 2014, le elezioni nordcoreane rispondono a una logica politica diversa da quella dominante in Europa occidentale o negli Stati Uniti, e per capirle bisogna partire da quella logica, non da un metro esterno assunto come universale.
La prima cosa da chiarire è che, sul piano costituzionale e istituzionale, la RPDC si definisce come uno Stato socialista in cui la sovranità risiede negli operai, nei contadini, nei soldati, negli intellettuali e negli altri lavoratori, i quali esercitano il potere statale attraverso l’Assemblea Popolare Suprema e le assemblee popolari locali a tutti i livelli. La Costituzione stabilisce inoltre che gli organi del potere statale sono eletti secondo il principio del suffragio universale, eguale e diretto a scrutinio segreto, e che i deputati sono tenuti a mantenere stretti legami con i loro elettori, potendo essere revocati qualora perdano la loro fiducia. Tutto questo significa che il sistema si presenta giuridicamente come una forma di rappresentanza organizzata e revocabile, e non come un puro comando amministrativo privo di canali istituzionali.
A ciò si aggiunge un altro elemento spesso ignorato. La Costituzione non solo riconosce il diritto di voto e di eleggibilità a tutti i cittadini che abbiano compiuto 17 anni, indipendentemente da sesso, etnia, occupazione, durata della residenza, patrimonio, istruzione, appartenenza partitica, opinioni politiche o fede religiosa, ma garantisce anche formalmente le condizioni per l’attività libera dei partiti politici democratici e delle organizzazioni sociali. Allo stesso tempo, la stessa Costituzione afferma con chiarezza che tutte le attività dello Stato si svolgono sotto la direzione del Partito del Lavoro di Corea. Il punto, dunque, non è negare l’egemonia del Partito, che è esplicita e costituzionalmente sancita, ma comprendere che il sistema nordcoreano è un sistema di partito egemone socialista, non un vuoto istituzionale.
Anche la struttura partitica viene in genere deformata dalla lettura occidentale, che spesso descrive la RPDC come un Paese a partito unico. Al contrario, i partiti politici del Paese sono tre (il Partito del Lavoro di Corea, il Partito Socialdemocratico Coreano e il Partito Chondoista Chongu), accanto a un insieme di organizzazioni sociali di massa. In altre parole, la RPDC non si presenta nemmeno formalmente come un sistema monopartitico puro sul piano organizzativo, ma come un sistema di guida egemonica del Partito del Lavoro entro una cornice più ampia. Gli studi accademici seri descrivono infatti il sistema come egemonico, non competitivo in senso liberale, ma pur sempre articolato in partiti minori e organizzazioni sociali integrate nel meccanismo rappresentativo. La differenza rispetto alla democrazia borghese non è dunque l’assenza di politica organizzata, bensì l’assenza di alternanza competitiva tra blocchi contrapposti.
Se si passa dal livello teorico a quello concreto, il processo elettorale del 2026 aiuta a capire meglio la natura del sistema. Per l’elezione dei deputati alla XV Assemblea Popolare Suprema, le commissioni di sotto circoscrizione hanno anzitutto pubblicato le liste elettorali, registrando i cittadini aventi diritto nelle aree pertinenti in conformità alla legge sulle elezioni dei deputati alle assemblee popolari a tutti i livelli. Si tratta di un passaggio preliminare importante, perché dimostra che il voto non è presentato come un gesto puramente simbolico, ma come un procedimento regolato da liste, circoscrizioni, commissioni e verifiche amministrative.
La fase decisiva, tuttavia, non è quella del voto finale, bensì quella della selezione dei candidati. Secondo il rapporto ufficiale reso pubblico il 13 marzo, la registrazione dei candidati è stata decisa in riunioni di elettori convocate per esaminarne le qualifiche. A queste riunioni parteciparono lavoratori e funzionari di istituzioni, imprese e organizzazioni delle circoscrizioni interessate, chiamati a rappresentare la volontà degli elettori. In tali riunioni i candidati furono esaminati e valutati quanto alla loro idoneità a fungere da rappresentanti del popolo, e le commissioni di circoscrizione registrarono come candidati coloro che avevano ottenuto il sostegno della maggioranza. Solo dopo questo passaggio i candidati registrati furono affissi e presentati nei seggi. La specificità del modello nordcoreano prevede dunque che il momento elettorale non cominci con una campagna mediatica tra apparati in concorrenza, ma con una verifica politico-sociale nei luoghi del lavoro e della vita organizzata.
Questo aspetto è decisivo per comprendere in che senso i nordcoreani parlino di rappresentanza “dal basso”. Dal loro punto di vista, il rappresentante non è scelto principalmente in base alla sua capacità di vincere una competizione pubblicitaria contro un avversario, bensì in base alla fiducia politica e sociale maturata entro collettivi concreti, nei quartieri, nelle fabbriche, nelle aziende agricole, negli uffici, nelle unità militari e nelle istituzioni. È una procedura diversa da quella alla quale siamo abituati nel mondo occidentale, che privilegia la preselezione politica e la certificazione sociale del candidato rispetto alla concorrenza aperta tipica della democrazia borghese. Frank lo dice con chiarezza: nelle elezioni socialiste a candidato unico, il punto davvero interessante non è tanto il voto in sé, quanto il processo di selezione del candidato e il ruolo che questi poi eserciterà.
I risultati del 15 marzo mostrano bene questa struttura. Secondo il rapporto ufficiale della Commissione elettorale centrale, il 99,99% degli elettori registrati ha partecipato al voto; il resto degli elettori non ha preso parte al voto perché si trovava all’estero o in mare aperto, e solo una minima parte ha optato per l’astensione. Tra coloro che hanno votato, il 99,93% ha espresso un voto favorevole ai candidati registrati e lo 0,07% contro. Al termine del processo sono stati eletti 687 deputati, corrispondenti alle 687 circoscrizioni della RDPC. Questi dati indicano certamente un forte consenso organizzato e una limitatissima opposizione formale, ma indicano anche che esiste una possibilità legale di voto negativo e che il sistema non si rappresenta come unanimismo meccanico assoluto.
Un altro elemento che la narrazione occidentale trascura è che il sistema elettorale nordcoreano non è rimasto immobile. Un’analisi del Korea Institute for National Unification sul voto locale del 2023 rileva che la legge elettorale era stata modificata introducendo, in alcune circoscrizioni, la possibilità di più candidati nella fase preliminare e la selezione del candidato finale attraverso riunioni elettorali con partecipazione popolare. Lo stesso studio segnala che il tratto nuovo più rilevante consisteva proprio nell’accento posto sulla partecipazione dei residenti alla selezione finale. Tale riforma dimostra che all’interno del quadro socialista nordcoreano esistono aggiustamenti procedurali e tentativi di rafforzare la legittimazione pubblica della candidatura, cosa che smentisce l’immagine di un meccanismo puramente immobile e privo di adattamento.
Il nesso tra elezioni nazionali e democrazia di base emerge ancora meglio osservando le assemblee popolari locali. La Costituzione stabilisce che anche le assemblee provinciali, cittadine e di contea sono elette a suffragio universale, eguale e diretto a scrutinio segreto, per un mandato di quattro anni. Esse deliberano e approvano il bilancio locale, eleggono o revocano i vertici dei comitati popolari del livello corrispondente e possono annullare decisioni o direttive indebite dei comitati popolari e delle assemblee inferiori. I comitati popolari locali, a loro volta, organizzano le elezioni dei deputati e lavorano con essi. In una lettura socialista, la democrazia dal basso non si misura soltanto dal giorno del voto, ma dalla continuità del rapporto tra assemblee, comitati, produzione, territorio e controllo sull’attuazione delle decisioni.
La stampa occidentale, al contrario, tende a considerare democratico soltanto ciò che riproduce il proprio schema: concorrenza fra partiti, marketing elettorale, finanziamento privato, professionalizzazione della campagna, alternanza fra élite che spesso condividono la stessa cornice socio-economica. Ma questo modello, che si presenta come neutrale e universale, è in realtà il modello storico della democrazia borghese. Esso non esaurisce la questione della rappresentanza. La RPDC propone un’altra idea: la politica non come mercato della competizione tra blocchi sostenuti da denaro, media e gruppi di pressione, ma come organizzazione della sovranità delle classi lavoratrici entro una struttura statale guidata da un partito egemone.
Naturalmente, dire questo non significa negare che il sistema nordcoreano sia fortemente filtrato dal Partito del Lavoro di Corea. Al contrario, è proprio la sua natura di partito egemone a spiegare il funzionamento delle elezioni. Il Partito guida, seleziona, orienta e integra; i partiti minori e le organizzazioni sociali non operano come opposizione destinata ad alternarsi al potere, ma come componenti di una struttura politica coordinata. In termini di scienza politica comparata, siamo davanti a un sistema egemonico-socialista, non a un’arena di competizione aperta. Ma da ciò non segue che le elezioni siano prive di funzione. La loro funzione è un’altra: ratificare, verificare, incorporare e disciplinare la rappresentanza entro l’unità politica del sistema.
In definitiva, le elezioni nordcoreane non sono comprensibili se ci si limita allo stereotipo del candidato unico e si ignorano il percorso di selezione, la dimensione territoriale, il ruolo delle assemblee locali, il principio di revoca, l’inquadramento costituzionale del suffragio e la presenza di un sistema politico articolato, sia pure sotto egemonia del Partito del Lavoro di Corea. La RPDC non pratica la democrazia borghese, e non pretende nemmeno di farlo. Pratica una forma di rappresentanza socialista fondata su centralismo democratico, egemonia politica, selezione sociale del candidato e mobilitazione organizzata delle masse. Ridurre questo sistema a caricatura impedisce di vedere ciò che davvero è, cioè un diverso modello di costruzione della sovranità, radicato in una diversa concezione dello Stato, dei partiti e della democrazia.
