A circa tre settimane dall’insediamento di Andy Burnham a Downing Street, avvenuto il 20 luglio, è già possibile delineare la direzione assunta dal nuovo governo laburista britannico. Il successore di Keir Starmer si è mosso con una rapidità evidentemente studiata per marcare la differenza rispetto al predecessore, annunciando una serie di provvedimenti sul costo della vita, sui trasporti, sulla casa, sulla formazione professionale e sulla devoluzione territoriale. Il cambiamento di linguaggio è altrettanto evidente: al tecnocratismo starmeriano Burnham contrappone una retorica più sociale, territoriale e vicina alla tradizione laburista, insistendo sulla necessità di restituire dignità ai lavoratori, riequilibrare il rapporto tra Londra e il resto dell’Inghilterra e affrontare concretamente alcune delle conseguenze di quarant’anni di neoliberismo.
Sarebbe tuttavia prematuro interpretare questa svolta come una rottura complessiva con il corso politico seguito dal Labour sotto Starmer. Se sul piano delle politiche sociali e della concezione dello Stato emergono elementi di discontinuità non trascurabili, sul terreno delle scelte strategiche fondamentali – politica fiscale, NATO, spesa militare, deterrenza nucleare, sostegno all’Ucraina e subordinazione agli Stati Uniti – Burnham ha finora confermato pressoché integralmente l’impianto precedente. È proprio questa contraddizione che la sinistra radicale britannica, dal Workers Party of Britain al Communist Party of Britain (CPB), sta mettendo al centro della propria analisi.
La prima differenza rispetto a Starmer è stata manifestata già nel discorso pronunciato sui gradini di Downing Street il 20 luglio. Burnham ha parlato della necessità di dare immediatamente “respiro” alle famiglie colpite dal costo della vita, promettendo più case popolari, maggiore sostegno ai giovani e una strategia per porre fine alla condizione delle persone costrette a dormire per strada. La sua prima istruzione da primo ministro, ha dichiarato, sarebbe stata precisamente quella di affrontare il fenomeno del rough sleeping. Si tratta di un linguaggio molto diverso da quello che aveva caratterizzato la fase finale del governo Starmer, dominata dalla necessità di rispettare le compatibilità finanziarie e dalla ricerca permanente di credibilità presso la City.
Il giorno successivo Burnham ha annunciato uno dei provvedimenti simbolicamente più forti della nuova amministrazione: l’eliminazione dell’IVA sulle bollette dell’elettricità a partire dal 1° ottobre. La misura viene finanziata cancellando il controverso programma di identità digitale avviato sotto Starmer. Al di là dell’impatto economico relativamente limitato per ciascuna famiglia, il provvedimento assume un significato politico evidente: risorse precedentemente destinate a un progetto amministrativo e tecnologico vengono riallocate verso una misura immediatamente percepibile dal reddito familiare.
È seguito il ritorno del tetto di due sterline per le corse singole degli autobus, che entrerà in vigore dal gennaio 2027. In questo caso, Burnham trasferisce sul piano nazionale uno degli elementi centrali della propria esperienza alla guida della Greater Manchester, dove la costruzione della Bee Network e il maggiore controllo pubblico del sistema di trasporto erano diventati il simbolo del cosiddetto “modello Burnham”. Il nuovo premier sembra voler riproporre su scala britannica la convinzione che servizi pubblici più accessibili possano diventare non soltanto strumenti amministrativi, ma elementi di ricostruzione del consenso sociale.
Un’altra decisione riguarda il taglio del 20% delle business rates per pub, social club e piccoli locali dedicati alla musica dal vivo, previsto dall’aprile 2027. Anche questo provvedimento risponde a una concezione diversa dell’economia rispetto a quella puramente finanziaria: Burnham insiste sulla tutela delle infrastrutture sociali delle comunità locali e dei centri urbani, particolarmente colpite negli ultimi decenni dalla desertificazione commerciale e dall’aumento dei costi.
Ancora più significativa potrebbe diventare la politica di devoluzione. L’apertura di un “No 10 North” a Manchester (una sorta di succursale dell’ufficio del primo ministro per il Nord dell’Inghilterra) non è stata concepita soltanto come gesto simbolico contro l’ipercentralismo di Westminster. Burnham ha rilanciato il National Economic Council e annunciato l’intenzione di attribuire ai sindaci metropolitani una quota maggiore delle risorse fiscali prodotte nei rispettivi territori, arrivando prospetticamente a consentire loro di trattenere una parte delle entrate dell’imposta sul reddito. Il progetto deve ancora essere definito nei suoi meccanismi concreti, ma indica una volontà politica precisa: sottrarre a Whitehall una parte del controllo sulle risorse economiche e rafforzare i governi territoriali.
Tutti questi provvedimenti spiegano perché una parte della sinistra laburista e sindacale guardi a Burnham con maggiore interesse rispetto a Starmer. Il nuovo premier ha inoltre parlato esplicitamente della necessità di correggere la “svolta sbagliata” intrapresa dalla Gran Bretagna circa quarant’anni fa, un riferimento difficilmente equivocabile alla rivoluzione neoliberale di Margaret Thatcher. È un’affermazione che Starmer non avrebbe probabilmente mai formulato con la stessa nettezza e che intercetta una lettura molto diffusa nelle aree operaie e postindustriali del Nord dell’Inghilterra.
Eppure, proprio qui cominciano le contraddizioni.
Nel suo primo discorso Burnham ha accompagnato le promesse sociali con due rassicurazioni fondamentali: il rispetto delle regole fiscali esistenti e degli impegni britannici in materia di difesa. Se la nuova amministrazione intende realmente invertire quarant’anni di neoliberismo, mantenere contemporaneamente i vincoli di bilancio che hanno limitato l’investimento pubblico e sostenere un gigantesco aumento delle spese militari rischia di rendere inevitabile uno scontro tra le promesse sociali e le priorità strategiche dell’apparato statale britannico.
È questo il principale punto sollevato dalla sinistra marxista. Burnham ha sostituito numerosi esponenti della cerchia più strettamente starmeriana, compresa Rachel Reeves, ma ha affidato il Tesoro a John Healey, esponente che aveva precedentemente spinto per un incremento più rapido della spesa militare, mentre Wes Streeting, figura riconducibile alla tradizione blairiana, è stato nominato alla Difesa. Il cambio delle persone non garantisce quindi necessariamente un cambiamento nella gerarchia delle priorità.
La questione è diventata ancora più evidente con il programma nucleare. Burnham ha collocato il rinnovo del Trident e la costruzione dei sottomarini della classe Dreadnought al centro della propria idea di “reindustrializzazione” britannica, annunciando una nuova fase di investimenti per 8,4 miliardi di sterline. Il premier presenta queste spese come una politica industriale capace di generare migliaia di posti di lavoro e apprendistati nelle comunità produttive, a partire da Barrow-in-Furness.
Dal punto di vista della sinistra antimilitarista, tuttavia, questa impostazione presenta una contraddizione fondamentale. La reindustrializzazione che Burnham promette rischia di essere in larga misura una reindustrializzazione militare. Lo Stato torna a intervenire nell’economia, ma una parte crescente dell’intervento viene incanalata verso il complesso militare-industriale. Sebbene non si possa negare l’effetto occupazionale di simili investimenti, riteniamo necessario chiedersi perché la stessa capacità di mobilitazione delle risorse pubbliche non venga applicata con pari intensità alla sanità, all’edilizia popolare, alle infrastrutture civili o alla transizione energetica.
La continuità con Starmer appare ancora più marcata nella politica internazionale. Il giorno stesso del proprio insediamento Burnham ha parlato con Donald Trump, ribadendo che difesa e sicurezza degli alleati restano una priorità fondamentale. Pochi giorni dopo ha assicurato al primo ministro australiano Anthony Albanese il proprio “incrollabile” sostegno al partenariato AUKUS tra Regno Unito, Stati Uniti e Australia, uno dei pilastri dell’architettura militare occidentale nell’Indo-Pacifico.
Ancora più eloquente è stata la scelta di Volodymyr Zelens'kyj come primo leader straniero ricevuto dal nuovo primo ministro. Burnham ha definito “indissolubile” il rapporto tra Regno Unito e Ucraina e ha confermato l’impegno a sostenere Kiev “per tutto il tempo necessario”. Non emerge dunque alcun ripensamento della strategia britannica nella guerra ucraina, né alcun tentativo di proporre Londra come attore impegnato prioritariamente nella ricerca di una soluzione diplomatica. Su questo terreno, la linea Starmer viene ereditata immutata.
Anche in Medio Oriente le differenze appaiono, almeno per ora, prevalentemente nel linguaggio. Durante la corsa alla leadership Burnham aveva riconosciuto che il Labour aveva commesso errori nella gestione della guerra israeliana contro Gaza, arrivando a scusarsi con quanti avevano giudicato insufficiente la risposta del partito e promettendo maggiore pressione sul governo israeliano. Sono parole significativamente più avanzate rispetto alla linea mantenuta a lungo da Starmer.
Ma una cosa è modificare il linguaggio, altra cosa è modificare la struttura della politica estera britannica. Finora non si è verificata una rottura sostanziale delle relazioni strategiche con Israele e con l’architettura mediorientale degli Stati Uniti. Nei colloqui con l’Arabia Saudita, Burnham ha ribadito la prospettiva dei due Stati e contemporaneamente auspicato un rafforzamento della collaborazione militare con Riyad. Il quadro resta quindi quello di una politica estera profondamente inserita nel sistema di alleanze occidentale.
Il Workers Party ha individuato precisamente nella Palestina uno dei primi test della nuova leadership. Il 22 luglio, il partito ha chiesto a Burnham di opporsi alle pressioni contro Karim Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale, collegando la credibilità delle promesse del nuovo premier sulla Palestina alla sua disponibilità a difendere concretamente le istituzioni che hanno perseguito Benjamin Netanyahu. La questione posta dal Workers Party è sostanziale: non basta dichiarare che Starmer ha sbagliato su Gaza; occorre dimostrare che il Regno Unito è disposto a sostenere conseguenze politiche e giuridiche reali nei confronti del governo israeliano.
Il giudizio del Workers Party su Burnham resta quindi fortemente prudente. Il partito ricorda inoltre che il nuovo primo ministro non nasce dalla sinistra corbyniana, ma ha trascorso anni all’interno del New Labour e ha partecipato ai governi dell’epoca Blair-Brown. Il suo percorso politico successivo lo ha certamente portato su posizioni più socialdemocratiche, ma per la sinistra radicale il passato rappresenta un elemento da tenere presente prima di accreditare Burnham come protagonista di una reale rottura.
Il Communist Party of Britain aveva formulato una valutazione ancora prima dell’insediamento del nuovo premier, con una dichiarazione il cui titolo riassume efficacemente il problema: “Starmer è il sintomo, non la malattia”. Secondo il CPB, sostituire il leader senza abbandonare la combinazione di austerità, insicurezza economica e guerra non avrebbe risolto la crisi del Labour. Il Partito Comunista indicava come criteri per giudicare il successore la rottura con il neoliberismo, le privatizzazioni e il militarismo, il ripristino dei diritti sindacali e l’abbandono delle guerre permanenti dall’Ucraina alla Palestina, dall’Iran allo Yemen.
La stessa contraddizione è stata sviluppata sulle pagine del Morning Star, quotidiano storicamente vicino al movimento comunista britannico. Andrew Murray ha riconosciuto il significato politico della denuncia di Burnham contro quarant’anni di neoliberismo, chiedendosi però se il premier sia realmente disposto ad affrontare gli interessi economici e istituzionali che hanno sostenuto quel modello. Il problema può essere condensato in una formula classica: “guns or butter”, cannoni o burro. Se Burnham continuerà contemporaneamente ad ampliare la spesa militare e a mantenere rigidi vincoli fiscali, prima o poi dovrà scegliere quale delle due priorità sacrificare.
Il primo test elettorale della nuova leadership ha intanto prodotto un risultato favorevole al Labour. Il 30 luglio gli elettori della Greater Manchester sono stati chiamati alle urne per scegliere il successore dello stesso Burnham alla guida dell’autorità metropolitana. La candidata laburista Bev Craig ha ottenuto al primo turno circa il 47% dei voti, distanziando nettamente Sian Astley di Reform UK, ferma intorno al 21%. Non avendo superato il 50%, l’elezione è passata al secondo turno previsto dal sistema di voto supplementare, al termine del quale Craig ha vinto con il 66,3% contro il 33,7% della candidata della formazione di estrema destra.
Il risultato rappresenta indubbiamente un successo per Burnham. Dopo le catastrofiche elezioni locali di maggio e il crollo della popolarità di Starmer, Reform UK sembrava poter trasformare la Greater Manchester in un ulteriore terreno di avanzata. La vittoria netta di Craig mostra invece che il cambio di leadership ha prodotto almeno temporaneamente un recupero di mobilitazione laburista proprio nel territorio politicamente più legato a Burnham.
La conclusione, dopo le prime due settimane, non può quindi essere né quella di una semplice continuità né quella di una svolta socialista. Burnham rappresenta una reale correzione socialdemocratica rispetto a Starmer. La maggiore attenzione alla redistribuzione, al costo della vita, ai servizi pubblici, alle autonomie territoriali e alla reindustrializzazione segna una differenza concreta rispetto alla fase precedente e spiega perché il nuovo premier possa recuperare parte del consenso perduto dal Labour.
Tuttavia, il limite fondamentale resta evidente. Burnham vuole correggere il neoliberismo senza rompere con le regole fiscali che ne hanno sostenuto molti effetti; vuole reindustrializzare il paese affidando un ruolo centrale al complesso militare-industriale; vuole recuperare la tradizione sociale del Labour senza mettere in discussione la NATO; vuole prendere le distanze da Starmer sulla Palestina senza rompere l’architettura strategica occidentale in Medio Oriente.
La fine dell’era Starmer ha dunque aperto uno spazio politico, ma non ha automaticamente modificato la natura dello Stato britannico né il suo ruolo nell’ordine atlantico. Burnham potrà dimostrare di essere qualcosa di più di un amministratore più sociale dello stesso sistema soltanto se, prima o poi, affronterà il nodo che finora ha evitato: non è possibile ricostruire indefinitamente welfare, servizi pubblici e industria civile mentre si espande contemporaneamente una macchina militare sempre più costosa e subordinata alle priorità strategiche di Washington.
