ASAP: trasformare l’angoscia in reazione

Due generazioni schiacciate tra precarietà, guerre e crisi sociale, l’angoscia del futuro e una crescente voglia di rivalsa, ora. Per intercettarla, però, la sinistra deve liberarsi da divisioni, settarismi e rituali politici ormai logori, rinnovando radicalmente forme e metodi dell’agire collettivo


ASAP: trasformare l’angoscia in reazione Credits: https://www.flickr.com/photos/wallyg/563995612

Se esistesse un Alberto Moravia contemporaneo capace di delineare un affresco veritiero della attuale classe sociale media, ho paura che la descrizione che potrebbe emergere restituirebbe un’immagine nella quale in molti potrebbero fare fatica a riconoscersi di primo acchito, salvo poi dover ammettere la veridicità di un fatto fondamentale: l’elemento che maggiormente caratterizza la classe media attuale è l’angoscia. E più si scende tra gli starti economicamente sottosviluppati della società e le fasce di età più giovani, più l’angoscia aumenta e si tramuta in vera e propria disperazione.

Abbiamo vissuto in un’epoca in cui il nesso tra ciò che accadeva – eventi sempre più gravi, sempre più brutali – e l’approccio psicologico a tali fatti da parte dei subalterni – un’ampia gamma di non-reazioni che generalmente gradano dall’indifferenza all’apatia- risultava tale da influenzare fatalmente l’uno l’altro, in una spirale apparentemente senza termine. Più era elevato il grado di disinteresse  e passività verso i fatti del mondo, più le nefandezze compiute a nostri danni sono diventate malcelate, oblique, insidiose e poi palesi, aggressive, brutali, barbare. Qui però da qualche parte si è inceppato il meccanismo. Le classi dominanti che esercitano un predominio sfacciato e presuntuoso, immorale a tutti i livelli, dopo una serie incessante di soprusi di ogni tipo, non avevano messo in conto che di fronte al crimine massimo trasmesso in mondovisione – il genocidio dei palestinesi -  il vaso sarebbe tracimato ed in qualche modo si sarebbe potuta innescare una reazione, un violento spasmo, un bagliore di vita residua nel cadavere gelido e inerte delle società occidentali. 

E dopo il risveglio, l’angoscia. Come il depresso che focalizza il torpore del sonno quale unico scopo delle proprie giornate insormontabili e che, al mattino, terminata la parentesi consolatoria dell’incoscienza, percepisce tutto il peso insostenibile del dover affrontare comunque il giorno, incominciando col levarsi dal letto.

I decenni di apparente inerzia non sono trascorsi senza lasciare segni. Il marciume infestante e l’involuzione culturale dilagante hanno innanzitutto generato individui sempre più egocentrici e in competizione tra loro e, di conseguenza, sempre più soli e sempre più ansiosi. I giovani, soprattutto, hanno raggiunto livelli di insicurezza e di inquietudine insostenibili, forgiati in un contesto sociale che non accetta sconfitti e mina le fondamenta di qualsiasi barlume di solidarietà. Oggi quell’ansia individuale è diventata vera e propria angoscia. In un climax ascendente che sarà bene essere capaci di intercettare prima che il cadavere entri definitivamente in rigor mortis. 

La generazione dei millenials e quelle a seguire sono le prime, dopo decenni di ristagno, a dover sperimentare sulla propria pelle degli adeguamenti mentalmente impossibili da sostenere e dei cambiamenti globali di enorme portata: hanno visto le precedenti generazioni emergere economicamente e consentire loro di conseguire una formazione vasta e specifica ma allo stesso tempo si sono dovuti abituare ad una esistenza sacrificata sull’altare del lavoro sottopagato e precario senza speranza di poter vedere crescere i propri risparmi, come accadeva in precedenza. Hanno compreso l’essenzialità di un approccio individuale profondo e di qualità nei confronti delle relazioni con la famiglia, i figli e con le specificità degli altri (con riferimento, ad esempio, all’orientamento sessuale e appartenenza di genere) ma hanno un tempo personale libero dal lavoro estremamente risicato da dedicare a queste attività, per giunta dovendo ancora combattere con gli ultimi scampoli di medioevo culturale ancora dominato da logiche patriarcali e machiste. Sono quelli redarguiti come “choosy” da Elsa Fornero durante quella fondamentale fase di transizione che fu il governo tecnico del 2011, che hanno imparato a introiettare la precarietà quale condizione di vita strutturale e sono stati manipolati affinché non la vedessero per ciò effettivamente è ma quale “opportunità del cambiamento”, una favola per nascondere lo squallore del ricatto e la mancanza di sicurezze, l’impossibilità permanente di accedere a prospettive di vita stabili. 

Sono quelli che non sanno più come potersi mantenere gli studi fuori sede o un affitto a lungo termine vicino al posto di lavoro, ospiti sgraditi di città in cui l’abitare è concepito solo se temporaneamente, possibilmente essendo turisti con panama, ventaglio e carta american express tra i denti.

Sono quelli che si accorgono, estate dopo estate, che quella cappa asfissiante di afa e smog è una costante sempre più sistemica, sempre più opprimente e sempre più determinante nel loro futuro. Sono quelli che quando pensano al futuro, prima di chiedersi cose tipo “che lavoro vorrò fare da grande” oppure “che sogni intendo realizzare” ormai si devono prima interrogare su se l’umanità riuscirà a superare indenne la fatidica soglia del 2050 oppure la civiltà collasserà prima per il climate change. 

Sono quelli che hanno più bisogno di welfare pubblico e di servizi ma vedono solo un susseguirsi di governi che tagliano la spesa pubblica ma investono cifre astronomiche in armi.

Sono quelli che hanno già visto un genocidio in diretta, hanno normalizzato le minacce nucleari, hanno visto rapire impunemente capi di Stato per impossessarsi delle risorse dei loro Paesi, e che farebbero meglio a “riabituarsi all’idea della guerra”, per dirla con Ursula Von der Leyn e accoliti che consigliano di prepararsi lo zaino con kit di sopravvivenza per ogni evenienza mentre provocano, con tutte le loro forze, un’inevitabile reazione russa nei Paesi membri della NATO - a spese, intanto, di milioni di cittadini ucraini.  

Sono stati cresciuti nel mito del progresso, nella retorica perbenista delle istituzioni, nella certezza matematica che la guerra andasse studiata sui libri di storia quale un vecchio arnese del passato, o comunque, nella tranquillità di chi osserva accadere le cose a distanza di sicurezza.

Oggi tutto questo è cambiato e cresce sempre di più la consapevolezza che “the dream is over”. Ma se decenni di individualismo, indifferenza, dealfabetizzazione culturale e politica ingabbiano la maggior parte delle persone in un perenne stato di smarrimento e angoscia, la rabbia e la voglia di rivalsa crescono sane soprattutto tra le nuove generazioni che, per definizione, rifiutano la rassegnazione. D’altronde è proprio grazie a queste ultime se, in occasione del referendum sulla giustizia, è stato possibile assestare un colpo decisivo al governo Meloni, il più longevo, ignorante e brutale della storia del Paese.

Ma se l’ansia di reagire, di fare qualcosa e al più presto, di invertire la rotta, è chiaramente percepita come impellente dai giovani e da tutte quelle persone il cui futuro – financo la cui sopravvivenza - è ora concretamente minacciato come mai prima, manca però del tutto un’organizzazione politica in grado di catalizzare credibilmente questo anelito. Le destre dilagano unicamente perché intercettano lo spasmo cullando un bisogno identitario – necessario per sentirsi ancora vivi e dinamici – attraverso la creazione di nemici continui e incombenti: come i militari della Fortezza Bastiani – nel celeberrimo libro di Dino Buzzati – che giorno dopo giorno affrontano il loro abbandono a se stessi preparandosi con dedizione ad un imminente attacco dei temibili Tartari sognando di ritornare ad essere eroi, nonostante la fortezza, dimenticata da tempo, domini una landa desolata da cui alcun nemico si affaccia ormai da lunghi anni. 

Non è la nostra ideologia politica ad essere respinta dai giovani e dalle persone che avvertono il bisogno di darsi una mossa: anzi, al contrario, la domanda è di una sempre crescente radicalizzazione anticapitalista e antimperialista. In questo senso un campo largo anzi larghissimo – come sottolineiamo sempre su La Città Futura -  che si gingilla per mesi sui nomi ma che non delimita chiaramente le proprie parole d’ordine, escludendo quelle che sono causa materiale della situazione attuale, già di per sé non potrebbe risultare una alternativa valida in cui identificarsi realmente se non turandosi, come al solito, il naso. 

E che ne è delle forze di estrema sinistra, di quelle che apparentemente dicono le cose giuste ma che non solo non decollano ma sono sempre più ridotte alla scissione dell’atomo? La loro condanna è direttamente proporzionale all’ostinazione con cui riproducono, al loro interno e seppure in pochissimi attivisti residui, dinamiche trapassate: litigi e protagonismi personali ammantati di significati politici dalle sfumature sempre più impercettibili, contrapposizioni dogmatiche surclassate in buona parte dalla Storia, olimpiadi fini a se stesse di “coerenza e purezza ideologica”, battibecchi nelle bolle social, divisioni insensate nelle piazze e chi più ne ha più ne metta. Questo modo di “fare politica” poteva sembrare inevitabile nei gloriosi anni dei grandi Congressi e dei corridoi come fucine di mobilitazioni e mozioni, ribaltoni e altre amenità più o meno poltronistiche. Ma oggi non può che essere percepito come inconcludente, statico, insopportabili oziosità del passato da dismettere il prima possibile se non si vuole finire per essere spazzati via mentre discettiamo su quale professore o su quale adunanza a teatro sia più marxista convergere. Sono oggi talmente impellenti, drammatici e gravi i problemi da affrontare che le operazioni tra parentesi tonde non possono più assorbire la totalità del poco tempo a disposizione prima che suoni la campanella: prima si divida tra chi è contro la guerra e il riarmo al numeratore e chi sono gli oppressori e i fautori dello sterminio al denominatore. E così via per tutte le questioni sulle quali ci hanno apertamente dichiarati guerra e per cui tocca combattere, formare un esercito. 

Sarà l’angoscia che affanna anche me però, per converso, vedo molto bene anzi benissimo chi e cosa sia il mio nemico. E vedo che chi è nemico del mio nemico, ora, può e deve essere anche mio amico. Dobbiamo essere tanti e tante, tutti, contro il nemico. Lo vedo affilare le sue armi ogni giorno e puntarle alla gola mia e di tutto ciò che mi è caro con sempre più pressione e il sadismo di chi si sente imbattibile e impunibile. Cresce, irrefrenabile, la voglia di fermarli e di fargliela pagare. Di vedere, di esserci, il giorno della rivincita. Fare tutto ciò che è in nostro possesso per avvicinare quel giorno il più possibile. 

05/09/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Leila Cienfuegos

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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