Bulgaria: all’insegna dell’euroscetticismo, la vittoria di Radev pone fine alla lunga crisi politica

La netta affermazione elettorale di Rumen Radev alle legislative del 19 febbraio segna una rottura storica nel sistema politico bulgaro. Tra euroscetticismo, apertura verso Mosca e crisi dei partiti tradizionali, il paese entra in una nuova fase caratterizzata da potenziali ridefinizioni strategiche.


Bulgaria: all’insegna dell’euroscetticismo, la vittoria di Radev pone fine alla lunga crisi politica

Le elezioni legislative del 19 febbraio in Bulgaria rappresentano uno spartiacque nella storia politica recente del paese balcanico. La netta vittoria dell’ex presidente Rumen Radev, alla guida di una nuova formazione di sinistra euroscettica, Bulgaria Progressista (Progresivna Bŭlgariya, PB), segna la fine di un ciclo politico caratterizzato da instabilità cronica, governi effimeri e una crescente distanza tra istituzioni e società. Dopo anni di paralisi, sette elezioni in quattro anni e una crisi di rappresentanza sempre più evidente, il risultato elettorale apre la prospettiva di una ricomposizione del sistema, ma anche di un possibile conflitto con le istituzioni europee.

La Bulgaria giungeva a questo appuntamento elettorale dopo un biennio estremamente turbolento. La caduta del governo guidato da Rosen Željazkov nel dicembre 2025, sotto la pressione di proteste popolari contro corruzione e politiche economiche percepite come penalizzanti per le classi popolari, aveva lasciato il paese in una situazione di transizione permanente. L’ingresso nella Zona euro, formalizzato il 1º gennaio 2026, non aveva contribuito a stabilizzare il quadro, anzi aveva accentuato le divisioni sociali e politiche, rafforzando il sentimento euroscettico in ampie fasce della popolazione.

In questo contesto, si comprendono meglio le dinamiche che hanno portato all’ascesa di Radev. Già figura di riferimento della politica bulgara come presidente della Repubblica (2017-2026), egli ha saputo capitalizzare il malcontento diffuso, proponendosi come interprete di una linea politica che combina elementi di sinistra sociale con una critica decisa all’integrazione europea così come è stata implementata negli ultimi anni. La sua nuova formazione si è presentata come alternativa sia al blocco liberal-europeista sia alle destre nazionaliste, occupando uno spazio politico che in Bulgaria era rimasto frammentato e privo di una guida unitaria.

La vittoria di Radev, che ha raggiunto la maggioranza assoluta con 131 seggi conquistati sui 240 che compongono l’emiciclo di Sofia e il 43,91% dei consensi popolari, non è soltanto numerica, ma anche simbolica. Essa rappresenta la riaffermazione di una domanda di sovranità politica ed economica che si era manifestata nelle piazze già nei mesi precedenti. Il tema dell’euro, in particolare, ha giocato un ruolo cruciale nella campagna elettorale. Nonostante l’adozione della moneta unica fosse ormai un fatto compiuto, Radev ha costruito una narrazione politica incentrata sulla necessità di difendere gli interessi nazionali all’interno dell’Unione europea, denunciando i rischi di perdita di controllo sulle politiche economiche e sociali.

Questo approccio si collega anche alla sua postura in politica estera. Radev ha mantenuto negli anni una linea più aperta al dialogo con la Russia rispetto alla media dei leader europei, posizione che gli ha attirato critiche ma anche consensi in un paese storicamente legato a Mosca da relazioni culturali, energetiche e geopolitiche. La sua vittoria elettorale, dunque, non può essere letta soltanto in chiave interna, ma si inserisce in un più ampio riassestamento degli equilibri regionali, in cui la Bulgaria potrebbe cercare di ritagliarsi un ruolo più autonomo.

Tra le altre forze politiche di sinistra, uno degli effetti più rilevanti del voto del 19 febbraio è stato il crollo del Partito Socialista Bulgaro (Bălgarska Socialističeska Partija, BSP). Presentatosi in una coalizione con altre forze minori, il BSP, che per decenni ha rappresentato il principale riferimento della sinistra nel paese, ha subito una sconfitta storica, perdendo tutta la propria rappresentanza parlamentare. Questa débâcle è il risultato di una crisi identitaria che si trascinava da tempo. Nel tentativo di accreditarsi come forza di governo responsabile e affidabile agli occhi delle istituzioni europee, il BSP aveva progressivamente abbandonato le proprie posizioni critiche verso l’integrazione europea, finendo per apparire indistinguibile dai partiti centristi, motivo per il quale l’elettorato ha deciso di abbandonarlo a favore del partito Bulgaria Progressista di Radev.

La scelta di sostenere l’ingresso nella Zona euro senza richiedere un referendum popolare si è rivelata particolarmente costosa sul piano elettorale. In un contesto di crescente sfiducia verso le élite politiche, questa posizione è stata percepita da molti elettori come una rinuncia alla difesa degli interessi nazionali. Radev, al contrario, ha saputo intercettare questo sentimento, proponendo una linea più assertiva e critica, pur senza scivolare apertamente in posizioni antieuropeiste radicali.

Per quanto riguarda la composizione del resto del parlamento di Sofia, l’opposizione al governo Radev sarà composta da quattro partiti che vanno dal centro alla destra estrema. In particolare, la coalizione di centro destra che fa capo all’ex primo ministro Bojko Borisov e al suo partito GERB (Graždani za evropejsko razvitie na Bălgarija, ovvero Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) ha subito un netto calo di preferenze, ma resta la principale forza di opposizione con il 13,18% dei consensi e 39 deputati; al terzo posto troviamo la formazione liberale Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica (Prodŭlzhavame promyanata – Demokratichna Bŭlgariya, PP-DB), che resta stabile con il 12,42% e 37 seggi; segue il Movimento per i Diritti e le Libertà (Dviženie za Prava i Svobodi, DPS), che rappresenta la minoranza turca, presente in parlamento con 21 rappresentanti (7,01%); infine, nonostante la perdita di due terzi dei propri deputati, resta in parlamento la formazione di estrema destra Rinascita (Văzraždane), con 12 scranni ed una percentuale che supera di poco la soglia di sbarramento del 4%.

La reazione delle istituzioni europee alla vittoria di Radev è stata, come prevedibile, prudente ma carica di preoccupazione. A Bruxelles, il risultato elettorale è stato letto come un segnale di possibile disallineamento della Bulgaria rispetto alle politiche comunitarie, soprattutto in un momento in cui l’Unione Europea è impegnata a rafforzare la propria coesione interna di fronte a sfide geopolitiche crescenti. Il fatto che pochi giorni prima gli ambienti europei avessero accolto con favore la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria rende ancora più evidente il contrasto: mentre Budapest veniva percepita come un caso problematico da “normalizzare”, Sofia rischia ora di emergere come un nuovo polo di resistenza alle dinamiche tecnocratiche dell’Unione.

Sul piano interno, la sfida principale per Radev sarà quella di trasformare la vittoria elettorale in una stabilità duratura. La storia recente della Bulgaria insegna che il consenso può essere volatile e che le coalizioni possono sgretolarsi rapidamente. Tuttavia, il mandato ricevuto appare sufficientemente ampio da consentire al nuovo governo di avviare un programma di riforme, a patto di mantenere un equilibrio tra le diverse anime della sua base elettorale.

In definitiva, le elezioni del 19 febbraio rappresentano un momento di svolta per la Bulgaria. La vittoria di Rumen Radev apre la possibilità di una stabilizzazione del sistema politico, ma al tempo stesso introduce nuovi elementi di incertezza sul piano europeo e internazionale. Il crollo del Partito Socialista Bulgaro segna la fine di un’epoca e pone le basi per una ridefinizione della sinistra, mentre il rapporto con Bruxelles entra in una fase più complessa e potenzialmente conflittuale. In questo contesto, la Bulgaria dovrà tentare di consolidare una nuova traiettoria politica capace di coniugare sovranità e integrazione, al fine di evitare di scivolare nuovamente in una spirale di instabilità e polarizzazione.

24/04/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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