Alle origini della deportazione dei palestinesi

Le ragioni storiche che hanno prodotto fino a oggi milioni di profughi palestinesi, contribuendo a fare del Medio oriente una polveriera.


Alle origini della deportazione dei palestinesi Credits: https://en.jasarat.com/2018/02/24/palestine-calls-us-plan-to-open-embassy-in-jerusalem-on-nakba-day-provocation/

Segue da Le cause della Nakba

A metà degli anni trenta, dopo sei mesi di sciopero dell’intera popolazione contro la colonizzazione della Palestina da parte dei Sionisti e la dura repressione portata avanti dalle truppe di occupazione inglese, furono gli stessi dirigenti dei paesi arabi – espressioni della classi dominanti e generalmente strumenti del neocolonialismo dell’impero britannico – a convincere la leadership palestinese a desistere da questa forma radicale di lotta dal basso, dando a intendere che la questione sarebbe stata risolta attraverso trattative con gli inglesi che, da parte loro, dovevano essere considerati dai palestinesi in buona fede e non sostenitori del progetto sionista. La commissione, che condusse la trattativa con i palestinesi, seguendo la collaudata tecnica di dominio del divide et impera, propose la spartizione della Palestina in tre zone, su un terzo sarebbe sorto lo Stato ebraico con la conseguente deportazione dai suoi territori dei palestinesi nei restanti due terzi del paese, che sarebbe rimasto sotto il loro governo, mentre gli inglesi avrebbero mantenuto il controllo delle zone di Gerusalemme e Haifa.

I sionisti, che miravano a un puro Stato ebraico, approvarono il piano proprio perché sanciva il principio del trasferimento della popolazione su basi etniche e/o religiose. Del resto i sionisti avevano già operato, negli anni precedenti con la complicità dei britannici, in funzione della futura pulizia etnica delle zone in cui sarebbe dovuto sorgere lo Stato ebraico. In tal modo avrebbero potuto rendere maggiormente credibile il loro mito fondativo di una terra senza popolo, per un popolo senza terra. I sionisti, inoltre, organizzarono un efficiente servizio d’intercettazione telefonica, volto a spezzare ogni legame fra i coloni ebrei e i palestinesi, minacciando i primi di tradimento e di collusione con il nemico. Sin da allora, quindi, la politica razzista nei riguardi dei palestinesi comporta delle ricadute pesanti sulla stessa libertà dei coloni ebrei, che vengono spiati e sono costretti a rompere i legami affettivi che li legano ai palestinesi. La rottura di tali legami era essenziale per la realizzazione della pulizia etnica, indispensabile alla realizzazione in Palestina di uno Stato ebraico.

Fra il 1936 e il 1937, dopo aver ucciso per rappresaglia un migliaio di Palestinesi accusati di aver sostenuto la resistenza, gli inglesi costrinsero o indussero all’esilio l’intera leadership palestinese, per decapitare il movimento anticolonialista e privarlo dei propri intellettuali di riferimento. La lotta anche armata dei palestinesi proseguì, nonostante avesse perso la propria dirigenza, tanto che gli inglesi si videro costretti a rafforzare il proprio contingente militare in Palestina di ben 20.000 militari, guidato da quattro fra i più esperti generali, che avevano comandato l’esercito britannico nel corso della Prima guerra mondiale.

Gli inglesi si impegnarono con particolare accanimento a disarmare ogni palestinese. Moltissime abitazioni furono setacciate da cima a fondo e bastava il rinvenimento di una qualsiasi traccia di arma, per demolire un’abitazione, praticata proseguita anch’essa, fino ai nostri giorni, nei territori occupati dai sionisti. La popolazione civile palestinese fu pesantemente umiliata dagli inglesi, che svuotavano interi villaggi rinchiudendo l’intera popolazione in pochi e angusti locali, per perquisire a fondo le abitazioni, senza curarsi di devastare o di lasciare nel più completo disordine gli oggetti cari ai palestinesi. Non furono uccisi soltanto semplici individui palestinesi, trovati in possesso di una qualsiasi arma, ma persino un vescovo, G. Hajjar, che aveva invitato i cristiani palestinesi a lottare con i musulmani contro i comuni oppressori. Ciò era pericolosissimo per i colonizzatori inglesi che miravano a presentare i coloni ebrei europei come appartenenti al mondo civile occidentale e i palestinesi come del tutto estranei al mondo civilizzato europeo, anche dal punto di vista delle credenze religiose.

Gli occupanti inglesi sembravano prediligere le punizioni collettive con il fine di fiaccare la resistenza dei palestinesi, ad esempio bruciando i campi dei villaggi sospettati di coprire i ribelli e con diversi casi di torture nei confronti della popolazione civile che non si dimostrava pronta a favorire la cattura dei resistenti. Così migliaia di palestinesi, solo in quanto sospettati di simpatizzare con i ribelli, finirono reclusi in campi di concentramento.

Mentre gli inglesi disarmavano sistematicamente i palestinesi, non solo consentirono, ma favorirono l’armarsi dei sionisti, offrendosi persino di addestrarli in funzione del futuro scontro con i palestinesi, nonostante che, sin dal 1938, organizzazioni segrete sioniste avevano iniziato a portare avanti una serie di azioni violente volte a terrorizzare la popolazione civile palestinese. Un ufficiale inglese sionista, Wingate, oltre ad addestrare gli ebrei, inserì sionisti nei suoi battaglioni insegnandogli a rastrellare e distruggere in modo sistematico i villaggi palestinesi. Moshe Dayan, che sarà ministro della difesa dello stato ebraico, prese sotto la sua protezione Wingate il quale, con le sue brigate sioniste, pianificò raid notturni contro i presunti ribelli per ucciderli, con il favore della notte, nelle loro stesse abitazioni.

Nel 1938, i seguaci di Quassam, che aveva inaugurato la lotta rivoluzionaria per la liberazione della Palestina, organizzarono la lotta armata palestinese in squadre autonome attive in piccoli villaggi, che portavano avanti un’efficace guerriglia. La lotta contro il colonialismo britannico e sionista raggiunse proprio in questi anni il suo apice. Gli inglesi reagirono umiliando la popolazione palestinesi, uccidendo i capi e sterminando le cellule rivoluzionarie, anche grazie a una rete di infiltrati frutto della collaborazione fra inglesi e sionisti. Inoltre inglesi e sionisti stabilirono un’alleanza tattica con i nazionalisti musulmani, che sovvenzionavano segretamente, affinché screditassero il movimento rivoluzionario. Si stabilì così un’alleanza fra fondamentalismi religiosi che dura sino ai nostri giorni, con gli accordi sempre più stretti che legano i governi della destra sionista con i regimi dispotici del Golfo, che sovvenzionano e fomentano il fondamentalismo sunnita.

Negli anni della lotta rivoluzionaria per la liberazione della Palestina, fra il 1936 e il 1939, cinquemila palestinesi furono uccisi e 14.000 feriti. Un palestinese su 10 in grado di combattere, fu ucciso, ferito, arrestato o esiliato dai coloni inglesi con il supporto dei sionisti. In tal modo i combattenti, che avrebbero potuto resistere alle aggressioni sioniste degli anni quaranta, erano già stati, preventivamente, tolti di mezzo, insieme a praticamente tutte le istituzioni dei palestinesi, che si trovarono senza attivisti né intellettuali in grado di svolgere la funzione di leadership. La battaglia per la liberazione della Palestina fu persa non solo a seguito della Prima guerra arabo-sinonista del 1948, ma già alla fine degli anni trenta, quando gli inglesi repressero nel sangue, nel modo più spietato, la rivolta palestinese, decapitando la resistenza della società civile.

Nel 1939 la Gran Bretagna annunciò di aver portato a termine il proprio Mandato, per la costituzione di uno Stato ebraico in Palestina. Con l’inizio della seconda guerra mondiale, 15.000 coloni ebrei furono fatti arruolare nell’esercito dell’Impero britannico. Si costituì così un vero e proprio esercito dei coloni ebrei, dotato persino di una propria aviazione. Ciò fu determinante nella guerra del 1948, in quanto migliaia di sionisti furono addestrati dagli imperialisti inglesi a utilizzare anche le armi pesanti e gli strumenti tecnologici più avanzati per condurre una guerra. Così, mentre diversi coloni sionisti erano ormai assimilabili a militari professionisti, i palestinesi erano non solo privi di tali competenze decisive in un conflitto, ma del tutto privi di armi e di una direzione consapevole. I sionisti divennero esperti pure nelle scienze militari, considerato che coloni ebrei riuscirono a occupare anche gradi elevati nell’esercito imperiale britannico.

Nel frattempo i sionisti portarono avanti un’operazione segreta di monitoraggio di ogni villaggio palestinese, per conoscerne con largo anticipo le risorse, le capacità di resistenza della popolazione e quanto sarebbe stato utile e fruttuoso conquistarlo. “Di fatto, sfruttavano l’ospitalità araba”, come ha sottolineato il grande storico israeliano I. Pappe, “per attività di spionaggio” [1]. Le informazioni fondamentali che riuscirono a carpire erano relative al modo migliore per entrare e prendere il controllo dei villaggi palestinesi e depredarne in modo sistematico le ricchezze.

L’immigrazione ebraica in Palestina, nel frattempo, aumentava di anno in anno, tanto che i sionisti cominciarono a non rispettare più, in modo sempre più sistematico, i tetti stabiliti dalle autorità britanniche. I sionisti arrivarono a fa saltare la fiancata di una nave francese carica di 1.800 ebrei considerati immigrati illegali dai britannici e, perciò, bloccati sulla nave, provocando l’uccisione di 260 di loro pur di consentire di fare accogliere in Palestina i restanti. Tanto più che a rendere esuli moltissimi ebrei europei contribuivano ora in modo decisivo le sempre più sistematiche persecuzioni portate avanti dagli imperialisti tedeschi e dai loro molteplici alleati e complici europei. Anche perché, per distogliere l’attenzione dalla controffensiva sovietica che, a partire da Stalingrado, costringeva al ritiro le truppe dell’Asse, i gerarchi nazisti avevano dato avvio alla spaventosa soluzione finale, che prevedeva lo sterminio sistematico di milioni di ebrei.

Nel frattempo, nel 1942, in un meeting internazionale i sionisti decisero di non puntare più sulla Gran Bretagna – che appariva ormai una potenza in declino e, comunque, non era intenzionata a rinunciare al proprio dominio imperialistico sulla Palestina – ma sulla potenza emergente degli Stati Uniti, favorevoli al superamento del vecchio colonialismo europeo, da sostituire con il neo-colonialismo a stelle e strisce, che si mostrava più favorevole alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Così, nel 1944, l’organizzazione sionista internazionale, assicuratasi il sostegno degli Stati Uniti, decise di iniziare la lotta per il ritiro della Gran Bretagna dalla Palestina.

Al contrario, il Mufti di Gerusalemme, Al-Husayni, che i colonialisti inglesi avevano deciso di considerare come massima autorità dei Palestinesi, nella sua miopia politica e per le sue piccole ambizioni, che ne facevano lo strumento migliore delle mire dell’imperialismo europeo, si era schierato con le forze dell’Asse, risiedendo nel corso della guerra in Italia e in Germania, illudendosi che – proprio le forze che intendevano rilanciare l’imperialismo e lo schiavismo su scala internazionale sulla base di un mitologico sistema razziale – avrebbero favorito, per il loro conclamato antigiudaismo, il sorgere di uno Stato palestinese.


Note:

[1] Ilan Pappé, “La pulizia etnica della Palestina” 2008, Fazi editore

16/06/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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