La crisi dell’Ecuador

L’effetto devastante della dollarizzazione per le economie in via di sviluppo, spiegato attraverso il ciclo di Frenkel. E a rimetterci sono i soliti


La crisi dell’Ecuador

Abbiamo tutti sentito, per lo meno coloro i quali si interessano di più alla politica internazionale, notizie sulla crisi economica in Ecuador. Tagli, prestiti e condizioni del Fondo Monetario Internazionale, le imponenti proteste della popolazione e la repressione poliziesca del governo. La mente corre immediatamente alle simboliche immagini dei tre manifestanti precipitati da un ponte, dopo uno scontro con la polizia. Quelli che, nella narrazione mainstream, sono equiparati a certi anarchici distratti caduti giù dalle finestre di pinelliana memoria.

Ma un vero comunista, moderno Davide contro Golia, non può permettersi il lusso di lasciarsi prendere dalla tempesta emozionale fatta di empatia, rabbia, frustrazione, voglia di combattere. No. O, meglio, non solo. Un vero comunista deve anche ragionare sulle cause strutturali. Analizzare, capire. Altrimenti, il nemico ci sconfiggerà un’altra volta. Con la stessa, ripetitiva strategia di sempre. Quella del più forte.

Prendiamo allora carta e penna ed annotiamo. Crisi di questo tipo - il ciclo che descriverò più avanti - dovute a politiche da cambio fisso, ce ne sono già state nella storia: Argentina 2001 (le cui conseguenze si trascinano fino ai giorni nostri), Cile 1982, Grecia ed un po' tutta la zona Euro, Gold Standard, Bretton Woods. Ma ci sono molti, molti altri esempi.

L’Ecuador sta soffrendo le conseguenze di una politica di “dollarizzazione” (come dicono qui dove vivo, nell’America Latina) o, se preferite un termine più familiare, di cambio fisso, durate quasi due decenni.

Quel mondo che sembra così lontano è in realtà più vicino di quanto molti osservatori immaginino. Tutte le economie – sia esse “in via di sviluppo” o “moderne”, sono affette da crisi cicliche, indipendentemente dal tipo di cambio. Esse appaiono diverse, ma si somigliano tutte. Sono un morbo che colpisce per contagio, simile alla peste che ha decimato l’Europa in epoca medioevale.

Il capitale, la malattia terminale del mondo moderno, viaggia veloce: anche noi siamo affetti da cicli di questo tipo, fin da quando la borghesia ha preso il potere. E anche noi abbiamo una forma – diversa e complessa, fatta di contratti firmati da oscuri burocrati – di cambio fisso e di compromessi inderogabili.

Le crisi cicliche del capitalismo sono note fin dai tempi di Marx. Ne è cosciente l’intellettuale, ma anche l’uomo della strada che di più ne patisce le conseguenze.

Hyman Minsky, economista Keynesiano, ha analizzato i meccanismi delle crisi finanziarie dovute alla “tossicodipendenza” del capitale: all’euforia iniziale che spinge verso il boom seguono l’astinenza e poi la caduta, con lo scoppio della bolla. Una descrizione puntuale che ha però il limite di non individuare nell’economia reale e nella ricerca di margini di profitto che essa non assicura le cause del fenomeno delle bolle speculative, come evidenziato da H. Grossmann negli anni venti.

Un particolare ciclo Minskyano che si è verificato più volte in America Latina, e poi esportato nella zona euro è il ciclo di Frenkel, che prende il nome dall’economista argentino Roberto Frenkel, keynesiano che è difficile etichettare di sinistra – è uno degli ispiratori del nostro Alberto Bagnai –, e descrive la parabola delle economie in cui vige il cambio fisso.

Ci sarebbe da riflettere sul come il liberismo economico sia culturalmente egemone fino a un certo punto. Fino a quando conviene. E su come si pratichi il contrario di quanto viene pontificato, se ciò serve a raggiungere i propri obiettivi. Difatti è più opportuno parlare di ordoliberismo: lo Stato deve stabilire regole affinché l’economia di mercato operi all’interno delle tutele per il capitale. Questo spiega perché non si lascia che la moneta segua il dogma liberista della legge della domanda e dell’offerta.

Ma andiamo avanti. Analizziamo quindi il ciclo di Frenkel. In questa sede non ci interessa mantenere un approccio formale quanto capire i meccanismi, talvolta con esempi semplici (in economia per esempio non ci sono solo due paesi) o a volte perfino un po’ divertenti. Dopo aver illustrato i vari passi, presenterò dei dati ed una piccola nota che metterà in relazione ciò che succede lì, a decine di migliaia di chilometri, con la nostra (perpetua) crisi.

Passo 1: Se il sucre (moneta dell’Ecuador) è “agganciato” al dollaro allora la banca centrale dell'Ecuador deve dare, a chiunque si presenti con 25.000 sucre, 1 dollaro.

Passo 2: In generale in un'economia di un paese debole, la moneta si svaluta più velocemente rispetto al dollaro perché il capitale che vi è localizzato è meno competitivo. A maggior ragione, se pensiamo che il dollaro è richiesto come moneta di scambio nel commercio internazionale. Per cui, succede che più persone chiedono dollari rispetto a quelle che vengono a chiedere sucre. Quindi, le riserve di dollari della banca centrale dell’Ecuador si riducono.

Passo 3: Nel frattempo, le banche statunitensi hanno più convenienza a prestare soldi in Ecuador rispetto a prima, dato che non corrono il rischio che la moneta locale si svaluti. Per cui la bilancia finanziaria (soldi che entrano grazie ai debiti rispetto ai soldi che escono per crediti) va in passivo. Il debito privato invece aumenta mentre migliorano altri fondamentali dell’economia. Siamo nella fase "euforica" del ciclo.

Passo 4: Allo stesso tempo, i prodotti esportati dall'Ecuador sono relativamente più cari per gli acquirenti esteri (a causa della sopravvalutazione del sucre) e i prodotti importati più economici per gli ecuadoriani. Il risultato è che anche la bilancia commerciale va in deficit.

Qui va fatto un distinguo importante: il petrolio – che rappresenta una parte consistente delle esportazioni ecuadoriane - fa parte di quel tipo di beni la cui domanda non è "elastica" rispetto al prezzo; in soldoni, se ne hai bisogno, devi comprarlo comunque "a tutti i costi". Questa è la differenza principale dell'Ecuador dal caso di un ciclo di Frenkel da manuale di economia. E, nella mia opinione, ha un po' allungato l'agonia (cioè, per gli effetti che ne conseguono potrebbe essere paragonabile al QE di Draghi in Europa).

Passo 5: Con la bilancia corrente e finanziaria del in deficit le riserve di moneta straniera (sempre i dollari) si consumano ancora di più.

Passo 6: Dopo alcuni anni, arriva uno "shock esterno" - crisi del 2008, crisi asiatica, crisi politica, un attacco speculativo, o vedete un po’ voi: in un modo o nell’altro, si decide di passare all’incasso e le banche e gli investitori smettono di prestare soldi all'Ecuador.

Passo 7: Lo Stato dell’Ecuador deve aiutare le sue banche per non farle fallire e per fare questo si indebita. I mezzi di comunicazione spiegano che la responsabilità principale è del debito pubblico, della corruzione, del fatto che si vive al di sopra delle possibilità, ecc. Allora si fanno ancora più tagli allo stato sociale e ai servizi essenziali eliminando anche diversi sussidi. I soldi racimolati servono a malapena al pagamento degli interessi, o a salvare le banche. Nel frattempo, il debito privato è diventato pubblico.

Passo 8: La domanda interna (per esempio quella di chi va a comprare il pane al negozio, per capirci) soffoca. La gente smette di comprare, negozi ed imprese falliscono, e lo Stato, dato che la banca centrale non ha più dollari, chiede soldi in prestito al FMI il quale chiede più tagli. E si torna al passo precedente, come in un perverso gioco dell’oca.

Passo 9: Dopo varie iterazioni tra passo 7 ed 8, la banca centrale dell’Ecuador ha proprio finito i dollari. Il cambio fisso scoppia (in Ecuador non è ancora successo), i capitali di quelli bene informati sono già fuggiti da tempo, i poveracci si ritrovano con un "corralito" (termine con il quale fu denominata, durante la crisi economica argentina, la restrizione della libera disposizione di denaro, poi usato per indicare analoghe crisi di liquidità in altri paesi latinoamericani) e la svalutazione di 20 anni si concentra in pochi giorni.

Morale della favola: Il ricco è salvo. La banca pure. Il povero invece è fregato, tanto per cambiare. Sì, perché dietro a questi aspetti finanziari ci sta sempre il tentativo di salvaguardare i profitti e a questo fine i tagli al salario diretto, indiretto e differito funzionano a meraviglia e se la spesa pubblica a ciò destinata viene invece dirottata al salvataggio delle banche, si ha una formidabile redistribuzione del reddito a favore del capitale. La conseguente disoccupazione non è un problema: più disoccupati significa meno potere contrattuale dei lavoratori e salari più bassi. Insomma si tratta di mettere in atto quelle che Marx denominò cause antagonistiche della caduta del saggio del profitto.

Ed ora, i dati. Perché questa non è una storiella.

Il deficit commerciale, espresso in percentuale del Pil, di cui abbiamo parlato nel passo 4 (mitigato dalle considerazioni sulla “non elasticità” ma sempre importante) è questo [1]

Il deficit di conto corrente del passo 5, sempre in proporzione al Pil, è invece questo [2].

Ed ecco – fattore fondamentale – la crisi di riserva in valuta straniera, comune un po’ a tutte le fasi del ciclo.

Il riassunto tabulare di tutti i dati invece – in cui si vede anche il prestito del Fondo Monetario Internazionale – si trova proprio sul sito dei nostri migliori amici del Fmi, gli strozzini che dovrebbero salvarci.

Questi sono i meccanismi. Ma le decisioni sono sempre politiche. Qui c’è da tirare in ballo la subalternità (il dollaro è una moneta forte che vi proteggerà, indigeni ignoranti). Una “sindrome” tipica dell’America latina è quella di esportare “grezzo” per importare “raffinato”, di cui parlava Galeano facendo l’esempio del caffè. Ovviamente, nel caso dell’Ecuador il “grezzo” è il petrolio che rappresenta circa il 30% delle esportazioni.

Se la subalternità politica, economica, culturale in America è nei confronti degli Stati Uniti, più in generale, ed in altri posti, lo è rispetto al paese più forte in una determinata area da questo egemonizzata. Nel caso dell'Italia o della Grecia, valgono i passi: 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 con alcune differenze. Ovviamente, il paese egemone della zona Euro già sappiamo qual è!


Note:

[1] Da https://www.theglobaleconomy.com/Ecuador/Trade_balance/
[2] Da https://www.imf.org/external/datamapper/BCA_NGDPD@WEO/ECU
[3] Da https://tradingeconomics.com/ecuador/foreign-exchange-reserves

20/10/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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