Lenin: la critica allo spontaneismo

È un elemento positivo se spinge gli sfruttati al conflitto, ma abbandonato a se stesso diviene riformista.


Lenin: la critica allo spontaneismo Credits: https://sebastianoisaia.wordpress.com/2017/02/15/1917-2017-il-grande-azzardo-ii/

Segue da: Lenin critico dell’anarco-sindacalismo

2.2) Lo spontaneismo [1]

Lenin, pur valutando in modo positivo l’elemento spontaneo che porta i lavoratori alla lotta comune contro il sistema che li opprime, superando il pregiudizio della sua invincibilità e la subalternità all’autorità costituita, lo ritiene una forma di coscienza non ancora rischiarata, ovvero una “forma embrionale della coscienza”. Anche le rivolte spontanee sono già espressione di un ridestarsi della coscienza di classe: “gli operai perdevano la loro fede secolare nella solidità assoluta del regime che li schiacciava; cominciavano (…) non dirò a comprendere, ma a sentire la necessità di una resistenza collettiva e rompevano risolutamente con la sottomissione servile all’autorità” [2].

D’altra parte Lenin fa notare che: come “la malattia infantile dell’estremismo” [3], anche lo spontaneismo è necessario in una prima fase, ma altrettanto indispensabile è il suo superamento per lo sviluppo di un maturo movimento rivoluzionario. In caso contrario, il permanere nello spontaneismo comporta il cedere all’ideologia dominante. In effetti, come osservava ancora a tal proposito Lenin: “è occorsa una lotta accanita contro la spontaneità, e soltanto dopo lunghi, lunghissimi anni di questa lotta si è giunti a fare, della popolazione operaia di Berlino, per esempio, che era un baluardo del partito progressista, una delle migliori fortezze della socialdemocrazia. (..) ma l’ideologia socialdemocratica non ha potuto ottenere e non potrà conservare questa supremazia se non attraverso una lotta instancabile contro tutte le altre ideologie. Ma perché – domanderà il lettore – il movimento spontaneo, il movimento che segue la linea del minimo sforzo, conduce proprio al predominio dell’ideologia borghese? Per la semplice ragione che, per le sue origini, l’ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione” [4]. Proprio perciò, in particolare nella fase di maturazione del movimento rivoluzionario dei lavoratori, Lenin sostiene la necessità di un’attitudine intollerante nei confronti dello spontaneismo. Dunque, osserva Lenin a questo proposito: “il nostro movimento è ancora nell’infanzia, e per raggiungere presto la virilità deve corazzarsi d’intolleranza contro coloro i quali, sottomettendosi alla spontaneità, ne ritardano lo sviluppo” [5].

Permanere nello spontaneismo, quindi, impedisce un reale sviluppo della coscienza istintiva operaia, abbandonandola così al suo tendere, per così dire naturalmente, a rivendicazioni e lotte di tipo corporativo. Perciò Lenin critica lo spontaneismo in quanto, non favorendo lo sviluppo di una visione del mondo autonoma e antagonista alla dominante, porta il movimento dei lavoratori a rimanere prigioniero dell’istinto immediato tradeunionistico, necessariamente e inconsapevolmente riformista. Come osserva acutamente Lenin: “dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo (poiché l’umanità non ha creato una ‘terza’ ideologia, e, d’altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Ecco perché ogni menomazione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese. Si parla della spontaneità; ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all’ideologia borghese, che esso proceda precisamente secondo il programma del ‘Credo’, perché il movimento operaio spontaneo è il tradunionismo, la Nur-Gewerkschaftlerei, e il tradunionismo è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nel combattere la spontaneità, nell’allontanare il movimento operaio dalla tendenza spontanea del tradunionismo a rifugiarsi sotto l’ala della borghesia; il nostro compito consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria” [6].

Incapace da solo di andare oltre la lotta di classe sul piano economicista, il movimento operaio, per elevarsi a una concezione rivoluzionaria, necessita d’un bagaglio storico-filosofico ed economico che è monopolizzato, nella società capitalista, “dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali” [7]. In un corpo sociale diviso in classi in lotta fra loro, non esiste altra possibilità che l’egemonia degli sfruttati o quella degli sfruttatori: il movimento spontaneo dei lavoratori, dunque, non essendo in condizione di elaborare un’autonoma concezione del mondo, appare destinato a sottostare all’ideologia dominante. La capacità egemonica delle classi dominanti, persino su diversi dirigenti del movimento operaio, dipende dal fatto che da secoli la società è stratificata in classi sociali e il rispetto verso i rappresentanti della classe dirigente e dominante è tanto profondamente radicato nei subalterni che, come nota Lenin citando Marx, non è detto che un quadro di Partito “sia nell’animo suo più orgoglioso della popolarità di cui gode nella propria classe che non di quella di cui gode presso” [8] un cardinale, un ministro, un giornalista borghese. Si pensi solo a quanto siano stati disponibili a farsi egemonizzare i dirigenti dei partiti della sinistra “radical”, pur di ricevere la benedizione dei grandi mezzi di comunicazione di massa. È, quindi, compito dei comunisti – lo tengano bene a mente gli odierni cultori del movimentismo – contrastare e favorire il superamento dello spontaneismo per poter conquistare il movimento operaio alla causa rivoluzionaria.

Segue nel numero 261 de “La città futura” on-line fra quattro settimane


Note:

[1] L’articolo è parte di una serie che sta uscendo, con cadenza mensile su questo giornale, introdotta dall’articolo Lenin e i sette peccati capitali dell’opportunismo di destra e di sinistra che svolge anche la funzione di cornice dei diversi “peccati capitali” analizzati negli articoli successivi. Il presente articolo è numerato 2.2, in quanto costituisce la seconda determinazione del “peccato capitale” dell’economicismo, di cui abbiamo trattato nel n. 250 di questo settimanale.
[2] V. I. Lenin, Che fare? [febbraio 1902], in Id., Contro l’opportunismo di destra e di sinistra e contro il trotskismo, Edizioni progress, Mosca 1978, p. 29.
[3] Id., Lettera ai comunisti tedeschi [14 agosto 1921], in op. cit., p. 571.
[4] Id., Che fare?, in op. cit., pp. 40-41.
[5] Ivi, p. 41
[6] Ivi, p. 39.
[7] Ivi, p. 30.
[8] Id., Prefazione all’edizione russa del “Carteggio di J. Ph. Becker, J. Dietzgen, F. Engels, K. Marx e altri con F. A. Sorge e altri” [aprile 1907], in op. cit., p. 78.

17/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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